martedì 30 novembre 2010

Capitani Coraggiosi


 Che ad un mese dalla fine del Servizio Civile in Libano finissi a dormire in una base militare nello stesso Libano non l’avrei mai detto. Che dalle donne della Bekaa e dei campi profughi palestinesi sarei finita ad occuparmi degli uomini pescatori del Sud del Libano non l’avrei mai detto.
Ma la vita è bella finché è varia. Multitasking Costy, diceva il Chinigò all’epoca del matrimonio sui colli torinesi.
E se non avevo voluto addii strazianti un mese fa era perché tanto lo sapevo. Prima o poi ci sarei finita di nuovo. Insomma, come al Pigneto, in Libano ci ricapiti sempre a fare un giro. E, come al Pigneto, reincontri sempre le stesse facce. Più o meno.

Naqoura è un ridente villaggio a due chilometri due dal “Paese Che Non C’è”, quel paese che inizia per I e finisce per ele che qui non si può nominare, che non c’è sulle carte geografiche ma si vede benissimo a occhio nudo. Naqoura si trova nella zona cuscinetto denominata Blue Line, tra il confine Sud e il Litani, che è pattugliata dalla forza ONU chiamata UNIFIL. Non c’è anima libanese viva, ma caschi e turbanti blu coreani, malesi, francesi, ghanesi e naturalmente gli italiani. Ognuno con il suo carico settimanale di viveri patriottici, baguettes, foufou, riso basmati e parmigiano. Se ogni tanto si invitassero a cena non sarebbe male!

Il paese consta di 2000 anime, un numerone, considerando che qui sotto non si vede veramente anima viva. Qualche villona in ricostruzione, camioncini bianchi carichi di materiale UN che si spostano di qua e di là (tutto parmigiano e baguettes?), bananeti. Fa ancora caldo ed il vento tiepido ti accarezza i vestiti, guardi il tramonto sul mare e vedi finalmente il mare pulito, intorno a te un silenzio che ipnotizza. Una pace infinita. Se la confronti al delirio automobilistico di Beirut, all’autostrada per Batroun la domenica mattina, pensi che non puoi essere solo a 50 km di distanza.
Il porticciolo è minuscolo. Io ho contato 12 barche, di cui due in secco. Appese ad una sorta di gru che sembra siano lì da anni. Sgarrupate, blu, bianche, qualche cesto di rete, un narghilè arrotolato, non la pipa ad acqua, ma come chiamiamo qui il tubo d’aria – archetipo del palombaro – per scendere sott’acqua a pescare. Un pescatore mi dice che con quello scende fino a 35 metri. Come lo sai, gli chiedo? Lo so. Lo vedo. Dimentichiamoci decompressione e bombole, qui ci si arrangia come si può. Fanno tenerezza. Il mercato è ben tenuto e pulitissimo. Si vede che l’hanno pulito perché arrivavamo noi, i “dottori del pesce”, c’era ancora l’acqua per terra. E come frighi/contenitori, dei frigoriferi veri e propri, vecchi e in disuso, messi per orizzontale. Dentro, tre cernie (“Lokous”) che aspettano da troppo tempo di essere comprate, e ormai sono lì per decorazione. Per sampling scientifico. Sono troppo costose per il mercato locale, la gente comune non se le può permettere. E quindi rimangono lì, abbandonate, a meno che qualcuno non provi ad andare a venderle a Tiro.

Dopo un pomeriggio passato a scorrere foto di pesci, questo c’è, questo non c’è, questo si mangia, questo no, questo si chiama così, tra una nocciolina ed un bicchiere di succo di frutta, in questo minimercato deserto con il sole che tramonta dietro di me alle quattro del pomeriggio, mi sembra ancora incredibile di essere qui. Il contrasto tra la quieta vita locale, rilassata, semplice e isolata, stride con le regole della vita militare, a cui sono sottoposta non solo perché giro in un territorio blindatissimo (qualcuno mi sta vedendo col satellite??) ma perché di notte sono gentilmente ospite delle militaresse. E come in un villaggio vacanze, potresti essere ovunque, c’è un container per tutto.

E quindi ora, mentre il vento sbatte sulla plasticaccia dei muri del mio container/stanza da letto, sul mio materasso spacchettato mi appresto a passare la mia prima notte nella Blue Line, e penso che ho fatto bene a non fare il militare. Il mio lenzuolo è pieno di grinze.

martedì 23 novembre 2010

La Spia che inciampò nell'Hummus




Se c'è una cosa che si impara bene a fare a Beirut, naturalmente dopo il districarsi nel traffico con un SUV e respirare l'amianto della strada senza farsi venire un collasso polmonare, è riconoscere le spie.
Se solo tre anni fa mi chiedevo "ma come fai a sapere che è una spia", beh ora posso dire di far parte di quelli che "ma come lo sanno tutti" e lo so pure io.

Beirut è piena di spie. Si annidano ovunque. Tassisti, negozianti, cambiavalute, droghieri fidati. Insospettabili.
Poi ci sono anche però i sospettabilissimi, ovvero i bianchi occidentali.
Lo sanno tutti.
Come insegnano le regole fiskeans, innanzitutto sono americani. Non ci sono ong americane in Libano né turisti, perché ci dovrebbero essere americani? Ah, beh c'è UsAid. Che lo sanno TUTTI che viene finanziata da chi sappiamo noi. D'altronde, la cooperazione internazionale è la prosecuzione della politica con altri mezzi.
Poi di solito hanno il capello svolazzante, la camicia caki, il sorriso smagliante awanasgheps delle pubblicità degli anni 50 e fanno il classico lavoro da spia.
Giornalista. Fotografo. Cooperante. Scrittore di libri. Organizzatore di eventi. Gestiscono locali, organizzano manifestazioni "di sinistra", piazzati nella terra dei cedri da anni che ti chiedi perché a te debbano fare storie per un mese di visto e loro possono svernare a Batroun senza che un soldato li avvicini. E poi ti chiedi, ma con tutto il mondo a disposizione, ma proprio in un paese sul quotidiano orlo della guerra civile deve venire un organizzatore di eventi? Un graphic designer? E che non ce li hanno i graphic designer in Libano?
Ma il top è quando te lo dicono loro stessi. Cosa fai? (domanda classica). Giro. Ricerco. Faccio un PhD in Scienze Politiche (troppo facile). Sono stato in Afghanistan con Usaid (ha!), in Iraq (ha!!), in Arabia Saudita (il top, recentemente ascoltata) ad insegnare l'inglese. Sì, vabbè.

In realtà, come accadde a tutte le grandi intelligence del mondo che sono passate dall'Abruzzo del Medio Oriente, dai palestinesi agli israeliani agli ammericani e chi più ne ha più ne metta, probabilmente si sono adagiati qui, tipo balena spiaggiata arenata da troppi cocktail da Pierre and Friends, da troppe serate 80s al BO18, ustionati dal sole di luglio come i sujuk, le salsicce armene che sfrigolano sul bbq. E così, te li ritrovi, annegati nel succo del fattoush, stramazzati dalla maratona di mezzé (la vera spia mangia libanese anche al Barometre, che sarà mai una nottata di crampi intestinali!), tutti lì perfettamente sgamati, che non si sono mai ripresi da questo Risiko vivente.
E a quel punto è facile.
Il controspionaggio intendo.

lunedì 18 ottobre 2010

On the Road Again

Ultima (per ora) parte: la Fottuta Civiltà


L’impatto con “la fottuta civiltà” (cit. Talentino), tanto atteso e immaginato da mesi, al momento è più duro del previsto. Sarà che in aeroporto mi hanno tolto di tutto e di più dai bagagli (metti insieme una compagnia aerea tedesca e personale libanese e vedi cosa viene fuori ) e mi ritrovo a Francoforte in maglietta mentre fuori quasi nevica, fuori un cielo grigio che mi fa paura, e ieri quasi quasi andavo al mare. E naturalmente continuo a buttare la carta igienica nel cestino, dimenticandomi che qui le fogne funzionano e i tubi non si intasano.

No, per fortuna non è questa la civiltà che mi aspetta. Potrei morire di infarto culturale in queste sei ore di scalo in Germania. Mi attende Roma con il suo bel traffico, che certo in confronto a Sodeco Square all’ora di punta impallidisce.

La fine dell’era libanese n.2 è arrivata talmente in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo per pensarci. Sarà che tra i pacchi e pacchetti, smolla la borsa all’amico, piazza in giro tutte le cose che non ti entrano, chiudi l’ufficio, manda le ultime mail, come se dall’Italia non funzionassero, e la festa di saluto no che tanto ritorno presto, al massimo una birra in terrazza, e insomma non mi sembra di essermene andata. Vado un paio di mesi in vacanza, a riposare cervello ed organi addominali, insomma ora me la racconto così.

Non è stata l’ultima volta da Amira (per l’occasione, smalto color lampone), o l’ultima cena di mutabbala e cheese rolls da Abdel Wahab, o l’ultima passeggiata sotto il caldo sole mediterraneo di ottobre sulla Corniche, tra gli ammmericani che fanno jogging sotto l’AUB e le famiglie multi-figli a zonzo, mentre schiere di pescatori panciuti della domenica, in mutandoni a righe e cestello di vimini, pescano minuscoli pesciolini pieni di chissà quanti veleni nel mare “filthy” (eufemismo) di Beirut.
Tra l’ultima Almaza, la birra del diamante e unica bevanda alcolica di questi ultimi 9 mesi (ok a parte qualche bicchiere di Chateaux de Ksara o Blanc des Blancs) ad osservare il panorama dei palazzi in costruzione di Beirut, che nascono come funghi e nemmeno te ne accorgi che il Ground Zero sotto casa tua a gennaio ora ospita un bel palazzone di 9 piani con piscina e giardino pensile – è questa la modernità a Beirut – e le ultime chiacchiere sul “cosa succederà” con la gang dei Sopravvissuti, i Sobreviventes di capoeira che sopravvivono ad ogni sconquasso del Libano, insomma mi ritrovo a pensare che Beirut è stata ed è casa mia più di quanto abbia pensato, più del Testaccio radical chic che mi ha ospitato nei mie quasidue anni romani, nonostante la casa “rococò ottomana” che cadeva a pezzi ogni giorno (il definitivo collasso di vetri e mobili con la tromba d’aria di venerdì scorso), e i 3 piani di distanza dall’ufficio, troppo pochi per staccare la testa, e l’ascensore transilvano con la grata di legno il cui rumore è stato incredibilmente familiare.

Il tè al gelsomino e il manouch di metà mattinata, rigorosamente zatar e labneh, il giro dal droghiere Michel per gli ultimi aggiornamenti politici e la scorta di pomodori e "pane prensile" e dal giornalaio ultraottantenne sempre elegante, che quasi si offendeva quando compravo solo il Daily Star e mi diceva “mais aujourd’hui l’Orient le Jour ha l’inserto salute”, e allora dai prendo anche l’Orient le Jour, anche se il suo editore è un falangista. E il vecchietto dell’ospizio (ecco, a Furn el Chebbak tutta questa gioventù, diciamo, non c’era) che fumava sigarette, beveva dei gran caffè e giocava a backgammon a qualsiasi ora gli passassi davanti. Una volta che pioveva a dirotto mi sono rifugiata nel suo (senza saperlo) cortile, e da quel momento mi ha sempre salutato sorridente.
Sarà l’equazione “sud del mondo = poca organizzazione ma tanta umanità” (e tanto sole), ma l’effetto comunità, anche se a volte ti sta stretto, se tutti sanno quello che fai e dove vai e come ti vesti e chi viene con te, i buongiorno la mattina e le facce che si ricordano di te, alla fine della giornata danno calore e piacere, a te figlio della globalizzazione che giri il mondo ma alla fine passi la giornata su Facebook per non sentirti solo come un cane. Il gelataio del Barbar, giorno e notte, è sempre lui. Amira ogni volta mi accoglie che è una festa. E la scomodità della vita quotidiana ti fa apprezzare tanti piccoli lussi (“oggi c’è l’acqua calda!” evvai la doccia calda. “a che ora arriva la corrente che carico le foto”?), che troppo spesso diamo per scontati. Si vivono insieme i momenti collettivi, come la visita di Ahmadinejjad che manco fosse venuto a trovare me pirsonalmente di pirsona. Si decide dove si passa la giornata a seconda degli avvenimenti, del tempo, dei luoghi. Si vive nella storia presente e passata, e si condivide tutto. Nel bene e nel male. Dalla puzza acre del mattatoio di Karantina quando non c’è vento alla Hamra pedonale per l’Eid al Fitr, il Libano è un paesone e tutti ci si ritrova al Barometre il venerdì sera o da Pierre la domenica.
Certo, le mie amiche Haneen e Hiba di Borj el Barajneh poi la colazione da Chez Paul non se la vanno a fare. Loro stanno sempre lì, a tenere a bada le piccole pesti, tra uno scroscio di pioggia che poi il campo non si asciuga più, e un discorso di Nasrallah con i festeggiamenti sparatori annessi e connessi. Per non parlare dei tanti altri Libani che non si incontrano e non si incontreranno mai.
Ma vita a Beirut va avanti, e già mi manca, con le mille contraddizioni del Libanese style. Ma d’altronde non potrebbe sopravvivere senza, ci raccontiamo noi tutti per giustificarcelo e giustificarci.

Massalama ya Beirut, bishoufik (le città sono femminili, dice Rana sempre bellissima e alla moda) 2ariban.

lunedì 11 ottobre 2010

Aggiungi un posto a tavola


È quasi tutto pronto. Gli striscioni di benvenuto e ringraziamento sono appesi (rigorosamente solo sulla Airport Road e nei quartieri di Beirut Sud), con il suo faccione barbuto e innocentemente sorridente. Il programma è ormai definito: incontri con le cariche politiche, conferenza stampa, firma di accordi commerciali e poi via a sud a tirare qualche pietra simbolica contro i tanto odiati vicini di sotto (sperando che non rispondano naturalmente). E anche a Tripoli i movimenti sunniti di opposizione sono pronti e armati.
Insomma ci siamo.

Ahmadinejjad è in arrivo. E noi si fa le valigie, che coincidenza! Gente che viene gente che va in questo Libano eh? Tra l’altro, abbiamo anche rischiato di incrociarlo all’aeroporto, ma in una botta di previdenza ci siamo dette che andare in aeroporto – l’aeroporto di Hezbollah, come amano ricordarci quando arrivano ospiti a loro cari – in piena notte, in un sicuro pullulare di checkpoint e di tensione, ma insomma chi ce lo fa fà? E oggi scopriamo che forse chiudono proprio l’aeroporto. Beh, ci abbiamo visto giusto. Cinque anni di Scienze Politiche sono serviti a qualcosa.

Ahmadinejjad viene proprio a fagiuolo, come si suol dire. Il Libano (o meglio, a “quelli che gliene frega”) è spaccato in due sulla questione del Tribunale Speciale per Hariri, e non passa giorno che i vari Mastella e Gasparri libanesi si insultino e minaccino morte reciproca e fuoco al paese salvo smentire che “il loro supporto non è mai stato in discussione” poche ore dopo. D’altronde, qui come da noi, i giornali dovranno pur vendere e i giornalisti, quelli che non possono permettersi di  dissentire o criticare, dovranno pur lavorare no? E poi, l’opinione pubblica, dovrai avvelenarla e confonderle le idee almeno un paio di volte al giorno no? Meno male che arriva lui, e per un po’ di giorni non si parlerà d’altro che dei nuovi rapporti Libano-Iran. Grazie Ahmi.
Inoltre, dopo un’estate a colpi di oggi non c’è l’acqua domani non c’è la corrente, e il Ministro dell’Acqua e dell’Elettricità che ce sta a fa non si è capito, Ahmadinejjad viene a risolverci i problemi (dato che sono 6 mesi che ci facciamo la doccia a bicchierate ormai siamo anche noi tra coloro che attendono!), e ha detto che fornirà il Libano di petrolio e gas. Oh, meno male. Almeno la prossima volta che andiamo alla Electricité du Liban a pagare la bolletta, sappiamo su quale stipendio verrà accreditata!
E poi  Mahmoud (siamo già amici) viene a rinsaldare il legame coranico tra sunniti e sciiti, ultimamente un po’ in “difficoltà” a causa dell’isolamento internazionale promosso dagli Usa contro Iran e quindi Hezbollah, grazie ai suoi futuri accordi petroliferi con le compagnie di Hariri. D’altronde gli economisti l’hanno sempre detto: make trade no war.
E già che c’è Ahmi con questa visita gliela vuole mandare a dire pure alla Siria. Guarda che il Libano non è solo tuo, ci sono anche io. I miei striscioni sono più grandi dei tuoi. La mia visita è più importante della tua. E si tu puoi pure tenere i tuoi quadri scagnozzi qui tra i Cedri, ma l’unico vero esercito del Libano, quello che tiene testa ai vicini di sotto per intendersi, il Partito di Dio, lo finanzio io.

Certo, non tutti sono contenti ed entusiasti. Il nostro caro droghiere-politologo Michel, dice che Ahmi è “musulmanamente stupido” (intervista di Elena Cozzani). Ma Michel è un maronita di quelli duri e puri, di quelli che non gli puoi nominare i palestinesi e che di scheletri nell’armadio chissà quanti ne ha, e chissà quali tatuaggi tiene nascosti sotto la camicia.
Già perché facendo un rapido calcolo, tutti e dico tutti i libanesi che oggi sono sui 40-50 erano in una qualche milizia. Hanno sparato, ammazzato, sono stati sparati e ammazzati anche loro. Una intera generazione. Non scordiamocelo. Puoi salire sul service (il vero momento sociale del Libano, per chi non l’avesse ancora capito) e il tassista, mentre passi sotto uno dei mille palazzi crivellati, ti dice con gli occhi lucidi di emozione “vedi io da quel tetto sparavo contro gli altri”. Contro chi? “contro tutti! Ho combattuto contro tutti”,  i dice fieramente.
 
E' questo il Libano, spensieratamente armato e perennemente sull'orlo del baratro, dove un service  costa duemila lire, ma ci credo che poi hai bisogno dei cocktail a 15 dollari per schiarirti le idee, e basta davvero una visita in arrivo a sconvolgere i piani? Ci sarà la guerra? Tirerà davvero i sassi? Possiamo uscire sabato sera? Poi come sempre tutto si sgonfierà, come il soufflé quando lo togli dal forno (quando il forno funziona!), e torneremo a suonarci i clacson, a parcheggiarci in quadrupla fila, a farci la guerra con i carrelli da Spinneys.
E per gli striscioni che sono davvero pronti da giorni, beh questa è una consuetudine tutta libanese. Qui ci sono striscioni di ringraziamento per tutti, dall’Emiro dell’Oman al re Saud, dal Kuwait all’Iran, ogni donazione o presidente in visita riceve il suo benvenuto e i suoi 15 minuti di gloria (dipendendo dal traffico) sulla Airport Road. 
Caro Mahmoud, ora tocca a te, libanese per due giorni.

ps. le foto non me le carica manco oggi. chissà dopo giovedì :)

venerdì 1 ottobre 2010

Chi ha ucciso Rafik Hariri

Stamattina, mentre ero allegramente in fila in banca per ritirare il malloppo delle diarie (e poi scappare alle Hawaii, pensavo), mi cade lo sguardo sul megaschermo piatto appeso, appunto per intrattenere i clienti in fila, alla parete di fronte a me, sul quale vengono trasmessi gingles vari, promozioni di conti in banca ed assicurazioni a vita, visi di vecchietti sorridenti (invecchiare felici in Libano?) ecc.
Poi, questa pubblicità: un set fotografico nero, sullo sfondo una bandiera francese, e una signora che dice, con tanto di sottotitolo in arabo, “io sono francese”. Poi nuovo set, bandiera palestinese, ed un ragazzo che dice “ana falestinyy”, “io sono palestinese”. E così avanti per l’America, l’Italia, il Bahrein, gli Emirati, il Canada e tutti gli stati dal Polo Nord a quello Sud. Poi, nuovo set. Bandiera libanese. Ah, ecco, finalmente, mi dico. Il ragazzo dice “ana sunni”, “io sono sunnita”. Rimango sbalordita. Continua la bandiera libanese, appare una ragazza, “io sono maronita”. Poi un ragazzo “io sono druso”, poi una donna, “io sono sciita”, e così via in dissolvenza e voci che si sovrappongono “io sono…, io sono …”. Poi tutto nero e una scritta bianca appare, su questo fondo nero. “Quand’è che inizieremo ad essere libanesi?”.

Ecco, io, in procinto di fare le valigie (definitivamente? Ma sa Allah, lo sa Dio) dopo 9 mesi, una gravidanza piena, nel paese delle bombe e delle discoteche, sono qui che me lo chiedo. Quand’è che saranno mai libanesi? Quand’è che smetteranno di farsi la guerra per un parcheggio, per chi arriva all’aeroporto, per chi ha detto questo e chi non ha fatto quest’altro? Can che abbaia non morde, e non si chiama alla guerra finché non ce, ma ce la dobbiamo proprio tirare “se non è Israele sono gli Hezbollah”, con il solito toto-calendario ed il fatalismo che ormai conosciamo bene?

Me ne vado senza tutte le risposte che ho cercato invano in questi mesi, nonostante libroni di storia, pane e giornali a colazione, la visita a Jumblatt, i consigli del droghiere Michel, e i timori dei miei amici. Nonostante pensassi che il destino mi aveva riportato a Beirut dopo 3 anni di distanza dalle famose bombe del STL per finire ciò che avevo cominciato, cioè capire cosa si muove dietro questo paese.

Niente, non l’ho scoperto. Non ho scoperto come mai questo popolo si è massacrato per 15 anni, per poi passarne alti 20 comandati dai servizi siriani, di cui gli ultimi cinque in un delirio politico senza precedenti. Dal famoso 14 febbraio del 2005, data della bomba ad Hariri, una quantità di tritolo pari a quella della strage di Capaci, nulla è come prima, anche se ci si sforza a volerlo far vedere. Tanti altri morti, politici, figli di, ma anche giornalisti ed intellettuali illustri (due per tutti: Samir Kassir e Gibran Tueni). Tante spie pro o contro arrestate. Tanti comizi da posti nascosti destinati a creare scompiglio. Le famose imputazioni che scateneranno l’ira di Hezbollah. Tanti piccoli cortei pacifisti che si sciolgono come la neve al sole e tanti libanesi stanchi e incazzati. Ma soprattutto stanchi.

Me ne vado senza scoprire perché e per come ancora nulla è risolto, perché qui non basterà un cambio generazionale, considerando che i figli prendono il posto e l’onore dei padri. Non ci sarà un movimento dal basso, una rivolta popolare, perché il popolo non esiste e i singoli sono troppo occupati a lustrarsi il Suv, a stirarsi i capelli, o a farsi i cavoli loro. Tanto “qui funziona così non ci possiamo fare niente”.
Qui, nel paese paradiso dei conti bancari, dove girare un assegno anonimo è più facile che trovare parcheggio in un deserto, funziona che se finisci il gas devi aspettare l’omino che passa per strada un giorno sì e uno no, e beccarlo quando è sotto casa tua. Sennò aspetti due giorni. Funziona che devi stare attenta a ciò che fai e a come lo fai, anche se è tutto normale, perché altrimenti finisce che qualcuno ti manda dei film porno, o ti chiude il rubinetto dell’acqua. Funziona che se vuoi arrivare a destinazione e senza discussioni chiami un taxi privato. Che se sei senza acqua chiami un privato a pagamento che ti riempie la tanica sul tetto, mentre continui a pagare la bolletta ad un ministero che serve solo a pagare gli stipendi. Funziona che vai a mangiare il sushi a Gemmayseh, ma poi la gente (quale? Da quale quartiere?) scende in strada per il prezzo dell pane. Funziona che salta la corrente perché tutti si attaccano al tuo generatore, ma poi vuoi l’aria condizionata d’estate. E se si rompe qualcosa chi chiami?

Non ci sono pagine gialle, servizi pubblici, rivendite autorizzate, imbianchini o idraulici. C’è il portiere del palazzo di fronte, o il parcheggiatore, o l’amico del droghiere, o schiere di manovali egiziani o siriani tuttofare per un nulla al giorno. Ma dipende dalla zona in cui abiti, mica puoi chiamare uno qualunque. A Furn el Chebbak non funziona come ad Achrafieh. È tutto un chi conosci, da dove vieni, che lavoro fai. Per identificarti meglio. Poi arrivi tu con il tuo zaino e la voglia di fare il Lawrence d’Arabia o la Condoleeza Rice della situazione e pretendi di romperli sti schemi. Di far togliere il velo a tutte le donne della Bekaa, senza pensare che il velo è l’ultimo dei loro problemi, considerando che anche quando hai le tette finte gli uomini si sentono liberi di prenderti a botte o mandarti messaggi minatori solo perché li hai contraddetti. Poi pretendi di far lavorare insieme maroniti e palestinesi, quando nel Virgin Store del quartiere scicchissimo e maronissimo di Achrafieh se chiedi un libro su Sabra e Chatila ti rispondono stizziti “che non hanno questo tipo di libri”, puoi sceglierti un Ipod se vuoi. Pretendi di avere le tue carte firmate in tempo, di avere i contratti in regola. Pretendi di non farti fottere perché tu mica sei un ingenuo. E si vede che non hai imparato la regola d’oro della sopravvivenza libanese: “fotti gli altri prima che ti fottano loro”.

Me ne vado stanca, triste, con un cuore grosso così e uno stomaco striminzito, sarà che ormai ho preso tutti gli antibiotici del mondo ma sto virus libanese non se ne vuole andare. Me ne vado arresa anche io all’evidenza che “non si può cambiare” e quel poco che abbiamo cambiato presto tornerà come prima. Zeina, Jammal, le donnine di Sana o quelle di Assindyan, che continueranno a vendere le melanzane sott’olio al mercato biologico con un entusiasmo che a noi fa solo venire un nodo alla gola. Me ne vado con l’impotenza di non poter far venire i miei amici libanesi in Italia, se non hanno un lavoro contrattato a tempo indeterminato e 20mila dollari sul conto perché se non hai le tue wasta, le tue conoscenze, arabo sei ed arabo rimani. Me ne vado incazzata per averci creduto, che qualcosa si poteva cambiare, e mi faccio consolare dai miei amici, che la lezione l’hanno imparata sulla loro pelle molto prima di me, e mi dicono “che è così”, che loro la speranza in un Libano fatto di libanesi in cui qualcosa funziona, dalla corrente agli autobus, l’hanno persa da tempo. Ma non demordono e vanno avanti. E anche io, con il mio virus intestinale forte e robusto, allora mi riconforto e so che tanto prima o poi torno. Devo scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri.

La foto oggi proprio non me la carica.

 
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