lunedì 14 giugno 2010

Waka Waka Africa


Ci siamo. Mancano meno di 24 h alla prima performance degli undici in mutande bianche, come direbbe il mio guro blog-letterario Zucconi.
Ma qui da mo’ che ci si prepara. Il mondiale in Libano è iniziato due mesi fa.
Bandiere di ogni nazionalità, inclusi paesi sconosciuti che non hanno manco una under 21 di tiro al piattello, sventolano da circa marzo in tutta la loro tamarranza da ogni tipo di macchina, dal suv con i vetri oscurati alle carcasse sgangherate eco-enemy. Molti, sarà l’amore per il mondo o la furbanza libanese, di bandiere ne hanno messe due, tre, cinque, insomma così stiamo sicuri.

In testa, c’è sempre il Brasile. Ho visto macchine colorate di verde e giallo, sciarpe, lustrini, adesivi, cappellini (anche l’autista in tinta). Carretti acchittati di tutto punto, Brazil-points sparsi in giro per la città. In realtà non siamo a Beirut, ma a Copacabana.
Segue lei, L’Italia S’è Desta. D’altronde siamo o non siamo i campioni del mondo? E insomma ci fa un discreto piacere. Magliette azzurre spuntano in ogni dove, bandierone pendono da un terrazzo all’altro in stile Bella Napoli, vespini e cinquecento strombazzano orgogliosi. Noi tifiamo tutti Italia, mi dicono tutti quelli che incontro. Sì peccato che ogni volta che l’Italia vince il mondiale Israele invade il Libano. Comunque state tranquilli, gli dico, quest’estate non arriverà nemmeno una bombetta. Non c’è rischio.
Seguono, a pari merito, l’Argentina di Diego (seee quest’anno siamo tutti bravi a tifare Argentina) e… la Germania (stasera botti e boati), che se tifata qui ha un certo effetto inquietante. Capisciammé.
Televisori, paraboliche a scrocco, fili volanti e canali rubati sbocciano dal nulla, e quando la città è al buio e il generatore si usa per tenere acceso la tv, quando sfumacchiando il narghilè ti guardi la partita dell’Australia, ti rendi conto che il Dio Calcio può quello che nessuno riesce. Tenere insieme drusi, sciiti e palestinesi. È questa la globalizzazione.

Il pensiero-incubo di questi giorni è lui: dove andiamo a vederla domani? Chiaro che se perdiamo cambiamo posto, compagnia, amici, paese. Nuotiamo fino a Cipro, se servisse a qualcosa. È che a noi sta nazionale manco ha cominciato che ci ha fatto già scendere la uallera. “So’ tutti della Juve” nota astutamente Marta la toscanaccia-evviva-la-Fiore. Ma che ce frega, dice Enrico, andiamo da Imad a vederla che scrocchiamo lo spritz (unico posto a Beirut. Effettivamente..). No, dice Rocco, la partita si guarda a casa, in canotta mutande e birra Peroni. Qui di birra c’è solo l’Almaza, ma va bene. Ce la stiamo facendo andare bene da sei mesi alla fine... E poi in frigo ci sono sugo alle melanzane e cocomero. Chi è più Italiano di Noi?
Appunto, è che se non fossimo Italiani All’Estero, ansiosi di mostrare la nostra italianità come mai prima, ormai stufi del pane prensile e del pappino ai ceci, pronti ad uccidere per una fetta di prosciutto, insomma noi la boicotteremmo sta nazionale. Primo, perché già ce fa venì sonno. Secondo, perché è lo specchio del nostro paese. Che guarda all’indietro, che gioca in difesa. Che guarda al gel nei capelli ma poi apre bocca e, per carità, perde l'occasione per stare zitta. Siamo noi, e vorremmo fare tutto tranne che vederci così, spiattellati in mondovisione, in tutta la nostra piccolezza e meschinità.

Ma forse quest’anno, se usciamo subito subito in sordina, tra due settimane sei miliardi di persone si saranno già dimenticati di noi. Sentiamo i boati degli stadi, è il primo mondiale (sud)africano, vincerà una squadra del sud del mondo, ce lo sentiamo.
This time for Africa, lo dice anche Shakira.

Insomma, noi siamo pronti. Waka Waka Africa.

sabato 5 giugno 2010

Senza Parole

12 ore dopo, ancora non ci credo. Ancora mi girano le palle. Ancora quel senso di incazzatura, frustrazione, rabbia. Saranno i 3 mesi di corso sulla non violenza, la comunicazione orizzontale e tutte le belle parole che poi ti chiedi a cosa sono servite.

Alla manifestazione ieri eravamo veramente quattro gatti. Poche bandiere, qualche slogan, mamme velate con bambini nel passeggino, qualcuno vende fischietti, qualcun altro una kefiah, più una rimpatriata di amici che altro. Dopo un’oretta di chiacchiere, il corteo si muove, direzione piazza del Popolo. Da piazza della Repubblica risaliamo via Orlando, poi scendiamo a piazza Barberini, due chiacchiere, una birra. A Trinità dei Monti ormai ci siamo tutti sciolti. Dietro di noi, un’armata di carabinieri in assetto antisommossa “e che deve succedere??”. Ci fanno quasi pure ridere.
Dai, sono le sette e mezzo, io e Sergio decidiamo di rincamminarci verso la stazione. Prendiamo la metro? No dai, è bello, facciamo due passi per Roma.
Risaliamo via di Quattro Fontane, poi svoltiamo per tornare a piazza S. Susanna. Sempre in chiacchiera. Nessun distintivo, nessuna bandiera. Siamo due passanti come tanti altri, l’idea nemmeno mi sfiora il cervello.
All’incrocio con la piazza, quattro pischelli in motorino, scarabeo, polo col colletto rialzato, casco a “scodella”, ci chiedono, senza nemmeno troppo fingere di fare gli attori, se “le strade erano libere, la manifestazione è passata, è finita, ma voi venite da lì”. Non ci torna, ma lì per lì non ci pensiamo. Certo, salta agli occhi che mai avrebbero pensato di unirsi alla manifestazione. Io, ingenuamente, penso che forse “volevano solo evitarci”, a noi zecche comuniste che manifestiamo per quel popolo ancora più zecca e comunista dei palestinesi.
Proseguiamo, arriviamo in piazza S. Susanna, svoltiamo a destra per via Orlando.

Succede in un attimo.
Il ragazzetto dal colletto rialzato si avvicina da dietro, finge una telefonata al cellulare. Sergio lo vede con la coda dell’occhio. Io sento solo il botto. Il botto del casco sulla testa di Sergio. Agguanta Sergio da dietro e inizia a colpirlo violentemente con il casco. Lo stringe, lo butta a terra sul marciapiede e continua a picchiarlo con il casco, gli tira dei calci in petto. È un pestaggio.
Io inizio ad urlare. Non mi viene in mente di strapparlo, di tirargli un calcio, nonostante tiri calci per sei ore alla settimana, ma urlo come una pazza, lo inseguo. Accanto, in strada, gli altri tre lo aspettano in motorino. Lui, finita la sua bravata, urla un “Forza Israele” che suona più fuori luogo che mai, monta in sella e scappano. Dieci secondi di terrore. Di rabbia, di un’aggressione più inutile e gratuita che mai.
Rimaniamo lì, nella folla dei passanti, increduli, mentre spiego al 113 che sì siamo stati aggrediti, no non ci siamo fatti male, sì ho preso la targa “però non so se è giusta”, “è giusta o no?!” mi fa il poliziotto al telefono, ma che ne sooooo gli vorrei urlare, dov’eravate voi, quando fino a 5 minuti fa eravamo ricoperti di carabinieri e nemmeno una scorta al corteo che si scioglie. Aspettiamo inutilmente una fantomatica volante che “è in arrivo”. Dopo un’ora decidiamo di andarcene, ormai non c’è più nessuno.

Una bravata del cazzo, un’azione finto-dimostrativa di pischelli che non sanno nemmeno di cosa parlano, ma che non hanno niente di meglio da fare durante il giorno probabilmente. Non i fasci di Casa Pound, non gli scontri in piazza con il Forum Palestina, no. 4 sedicenni dalla testa bacata, occhi neri di odio de che non se sa, che per fare i fighetti del pomeriggio e avere qualcosa da raccontare agli amichetti di Ponte Milvio il sabato sera, decidono di improvvisarsi piccole SS e di colpire un ragazzo e una ragazza. Isolati. Poveri scemi, mica vanno a colpire il corteo, mica vanno a rompere le scatole agli organizzatori, mica scelgono i cristoni bardati di kefieh. No. Scelgono due così. Che se non eravamo noi, sarebbe stato qualcun altro dopo di noi.

Fa incazzare, ma fa anche paura.
Attenti, stiamo attenti d’ora in poi, che qui, zecche froci e tutti quanti, siamo a rischio “punizione” gratuita. Che qui c’è una parte della società che si sente autorizzata, intoccabile, impunita, ad andare in giro a picchiare chi “devia”, mossi da un’ignoranza che spaventa, da un odio montato a tavolino che fa impressione.
È questo il desolante panorama di questo paese.

Attenti, perché questo paese di merda sforna gente di merda.
 
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