Visualizzazione post con etichetta fisk. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fisk. Mostra tutti i post

sabato 15 gennaio 2011

La Festa è Finita


 Mercoledì scorso si è riaperta la ferita libanese.
Il limbo, nonostante i fuochi d'artificio, i ristoranti italiani che spuntano da tutte le parti, i saldi e le nuove discoteche, è finito, e gli avvenimenti dell'altro giorno hanno fatto tornare tutti i libanesi alla realtà. L'emorragia continua.
Hezbollah ha aperto ufficialmente il suo braccio di ferro con il governo, forte di un appoggio internazionale (Iran, Siria, ve la ricordate la visita del caro Ahmadinejjad pochi mesi fa? E mica veniva a trovare Hariri..) non indifferente. D'altronde, se hanno fatto cadere il governo nell'istante in cui Hariri entrava da Obama, beh il segnale era duplice. E il pretesto futile. Non sarebbe stato infatti il consiglio dei ministri numero mille a ricucire la ferita. C'è chi vuole che sanguini, che non si rimargini. E se da un lato il fallimento della mediazione Saudita/Siriana (la Siria rimane parte in causa) fa pensare che il problema sia tutto libanese, che se la sbrigassero da soli una santa volta, dall'altra fa capire che questa volta no, non c'è soluzione.

Il prezzo che Hezbollah chiede ad ogni crisi istituzionale è sempre più alto. Nel 2006 i suoi ministri erano un pugno, e anche allora si ritirarono. Mentre i suoi simpatizzanto tenevano in scacco il centro di Beirut ricostruito dalla Solidère di Hariri padre – in questa Beirut dove ogni settore è identità, comportamento ancora dopo 20 anni dalla fine della guerra – e davano un fortissimo segnale alla borghesia sunnita, cui costituzionalmente spetta la carica di Primo Ministro. La crisi del 2006 si è risolta “solo” dopo i terribili scontri dell'8 Maggio 2008, in cui sempre Hezbollah ha ricordato al governo che può prendere il controllo di porto e aeroporto in poche ore, e dopo una mediazione che ha portato il Generale Suleiman, ex capo dell'esercito libanese, cioè dell'unica istituzione veramente multi rappresentativa del Libano, a sostituire Lahoud, che forse pensava di potersi autoeleggere in eterno, come Presidente della Repubblica. General Suleiman, come dice la canzone di Zeid and the Wings, era la speranza di un Libano diverso.
Le elezioni del 2009 incoronarono il giovane Hariri, e videro la crescita di Hezbollah, che era ancora a caccia di un “governo di unità nazionale”, ovvero un governo in cui la rappresentanza degli sciiti fosse maggiore, e che aumentasse quindi il potere di veto dell'opposizione sciita agli haririani. Il primo governo Hariri durò pochi mesi. Il secondo esecutivo vedeva infatti già 10 ministri Hezbollah, gli stessi 10 che si sono dimessi pochi giorni fa. Con 11 ministri dimissionari il governo cade, e l'undicesimo ministro è stato quindi propriamente individuato, con le buone o con le cattive. Un po' come Scilipoti e Calearo, che al momento giusto hanno salvato Berlusconi.

Stavolta insomma Hezbollah fa sul serio. Oltre al potere militare, che non è mai stato messo in discussione e, anzi, grazie alla visita del caro Ahmadinejjad è stato rafforzato, ora dispone di un potere politico enorme, ed è proprio questo che vuole farci vedere. Il salto, da pochi ministri a quelli necessari per il ribaltone, in pochi anni, è enorme.

Il pretesto, se così si può chiamare, si chiama Tribunale Speciale per il Libano. Un organo istituito nel 2006, ex post come gli ultimi tribunali speciali dell'ONU, Ex Yugoslavia, Rwanda.., per far luce sull'assassinio di Hariri. Un botto che è costato la vita a più di 25 persone, che ha devastato un'area enorme della città, che ha distrutto le speranze di un popolo che usciva da una guerra civile di trent'anni ancora più macerato e diviso rispetto a quando ci era entrato.
Che il Tribunale non fosse gradito, ce n'eravamo accorti. Io la bomba del maggio 2007 all'ABC, il centro commerciale “sciccoso” di Achrafiye, il quartiere cristiano/falangista, me la ricordo bene. Sono morta di infarto, di lacrime, di paura. Ero arrivata da due settimane. E mi ricordo anche gli assassini mirati, per fare fuori uno ad uno i membri del Parlamento della maggioranza, finché non fosse diventata minoranza o almeno parità, per non far votare l'approvazione del Tribunale. Che aveva una norma che prevedeva infatti l'entrata in vigore d'ufficio, non si sa mai. Tanto è bastato per far tremare la città, il paese.

La calma apparente degli Accordi di Doha, quelli che nel 2008 hanno pacificato Hezbollah e piazzato Suleiman al Palazzo Presidenziale, ha iniziato a rompersi nella primavera scorsa. Ce ne siamo accorte al momento di rinnovare i visti di soggiorno.
Mentre Beirut si risvegliava, le spiagge si riempivano, le discoteche suonavano musica tecno, i ristoranti nuovi sbocciavano come fiori a Gemmayzeh, le voci di probabili imputazioni a membri di Hezbollah per l'omicidio Hariri iniziavano a correre, così come le voci di falsi testimoni, di infiltrati israeliani con passaporti europei e altri ingredienti vari per la spy story mediorientale dell'anno.
Altro che voci o romanzi americani: prove di cellule telefoniche, foto satellitari e quanto più si possa ottenere dai moderni mezzi di indagine, li inchiodano. Hezbollah, volente o nolente, morto Hariri, ha solo avuto dei vantaggi: la guerra contro Israele del 2006 ha consacrato la sua immagine e la sacralità della Resistenza, l'uscita di scena della Siria dopo la Rivoluzione dei Cedri (la manifestazione di massa all'indomani della morte di Hariri) gli ha lasciato campo libero nel proprio territorio, le provocazioni di Ahmadinejjad sono benzina per le turbine del Partito. Cosa vuoi di più dalla vita?

Perché Hariri senior sia costato tutta quella dinamite, e tutte quelle vite, ancora ce lo chiediamo. Perché si è voluto far fuori in questo modo così spettacolare è sicuramente un messaggio. Quale che fosse il prezzo politico che Hariri aveva messo al paese - un'apertura verso Occidente? O un rafforzamento del panarabismo con Arabia Saudita e co. senza lo zampino della Siria? O peggio, una posizione sul conflitto mediorientale che prevedesse lo smantellamento dell'unica milizia rimasta armata dopo la guerra civile – a quanto pare ledeva gli interessi – o forse l'esistenza stessa – del partito a tale punto che... “Booom”!

Sta di fatto che oggi meglio che in altre occasioni vediamo come da quel giorno di febbraio 2005 non è passato un minuto. Che è ancora tutto da decidere. O si annulla il Tribunale, o Hezbollah prende il paese. Negoziazioni intermedie, si è visto, durano solo fino alla prossima crisi, e il prezzo aumenta ogni volta.
D'altronde, Hezbollahland è pronta. Ad allargare i suoi confini su quelli dello stato libanese intendo. Nel Libano dai mille micro-Libani, il microgoverno sciita si distingue per efficienza burocratica (sperimentata di persona), ed è, nella loro lettura, la dimostrazione che il “sistema politico islamico” funziona. La fede è emblema di assenza di corruzione, un peccato grave per il bravo musulmano, e la zakat, l'offerta religiosa, uno dei 5 pilastri dell'Islam, garantisce entrate e redistribuzioni in tutta la comunità sciita, rafforzando i contatti tra Iran e Iraq, come se ce ne fosse bisogno. La rete di servizi sociali, di scuole di eccellenza, di scuole religiose, è sempre più capillare, così come capillare è il controllo sulle persone. A cui non si può sfuggire.
Il lato oscuro infatti di questo sistema, fortissimo a livello sociale, è proprio anch'esso a livello sociale. Se da un lato il sistema riempie i buchi dello stato libanese, liberista frammentato e ben poco sociale, dall'altro riempie anche l'esistenza dei singoli. E produce frustrazione. Tu esisti solo in quanto mio membro. Esci dalla rete, e non sei più nessuno. La Causa prima di tutto, prima di te stesso. Sarà per questo che nonostante il “fascino” di entrare in contatto con questa entità più o meno misteriosa, rimango piuttosto inquieta. Molto inquieta.

Sta di fatto però che da trent'anni circa, forse di più, i movimenti sciiti, Amal prima e Hezbollah dopo, incarnano la rivoluzione dei deboli, degli estromessi dal sistema, in un paese che è stato costruito a tavolino dai francesi per i cristiani. E se da un lato è vero che Hariri ha vinto le elezioni, dall'altro che elezioni sono quelle in cui i distretti elettorali sono disegnati attorno alle comunità per “far uscire” il candidato che si desidera, in cui si va a votare nel distretto nel quale è stato registrato il capofamiglia all'epoca della legge elettorale, 60 anni fa, per cui se il mio nonno era della Bekaa, anche mio padre ed io dobbiamo votare lì (sempre per non “contaminare” i distretti) anche se io magari vivo a Tripoli e mio padre a Tiro? Che elezioni sono quelle in cui le liste sono confessionali, i partiti sono confessionali, ed esiste una quota esatta di parlamentari per ogni confessione? Che elezioni sono quelle in cui la metà degli elettori non va a votare? Che elezioni sono quelle in cui le quote di cui sopra sono assegnate su criteri confessionali basati sull'unico censimento mai fatto in Libano, che risale al 1932, ovvero quando i cristiani forse e dico forse erano la maggioranza?

E se la Tunisia s'infiamma, come presto si infiammeranno Arabia Saudita, Libia e tutti gli altri paesi nei quali la generazione under 30, quella fatta di blogger e studenti ma anche di figli dei manovali e dei contandini, è più del 60% della popolazione, perché non dovrebbe infiammarsi il Libano, sulla scintilla del partito che raccoglie e rappresenta anch'esso la maggioranza dei giovani senza lavoro senza istruzione senza speranze? L'emigrazione in Libano è roba da ricchi, per chi ha compagnie di famiglia in Africa, ristoranti in Francia, affari in Brasile. Chi rimane è perché non ce la fa, perché non se lo può permettere. E deve rimanere a fare lavori di merda, in nero, sottopagati. A fare una vita che, se non ci fosse Hezbollah, sarebbe ancora più di merda. “Conosci un idraulico? Ti va bene se è cristiano?” (cit. Yiku), è così che funziona in Libano.
E quando la controlli, un'onda così, che vive di internet, di twitter, di telefonini con i quali puoi vedere i tuoi compagni in Tunisia, in Marocco, in Iraq, battersi e morire? Perché puoi non avere niente, ma il cellulare ce l'abbiamo tutti. Poco ma sicuro.

Ogni volta che c'è una crisi, torna tutto fuori. Tutto ciò che non è stato risolto prima. La questione della rappresentanza, del potere, dei diritti. Tutto ruota sempre intorno allo stesso argomento: l'identità libanese, questa misteriosa e inesistente. Solo che i tempi tra una crisi e l'altra si stanno accorciando, mentre il mondo va a mille e le distanze geografiche si annullano, e il prezzo, cioè “i costi sociali”, come quello del caffè equosolidale, o peggio, come quello del petrolio, schizza sempre più in alto. Solo che, a differenza di quello del petrolio, non si può far tornare indietro.

martedì 23 novembre 2010

La Spia che inciampò nell'Hummus




Se c'è una cosa che si impara bene a fare a Beirut, naturalmente dopo il districarsi nel traffico con un SUV e respirare l'amianto della strada senza farsi venire un collasso polmonare, è riconoscere le spie.
Se solo tre anni fa mi chiedevo "ma come fai a sapere che è una spia", beh ora posso dire di far parte di quelli che "ma come lo sanno tutti" e lo so pure io.

Beirut è piena di spie. Si annidano ovunque. Tassisti, negozianti, cambiavalute, droghieri fidati. Insospettabili.
Poi ci sono anche però i sospettabilissimi, ovvero i bianchi occidentali.
Lo sanno tutti.
Come insegnano le regole fiskeans, innanzitutto sono americani. Non ci sono ong americane in Libano né turisti, perché ci dovrebbero essere americani? Ah, beh c'è UsAid. Che lo sanno TUTTI che viene finanziata da chi sappiamo noi. D'altronde, la cooperazione internazionale è la prosecuzione della politica con altri mezzi.
Poi di solito hanno il capello svolazzante, la camicia caki, il sorriso smagliante awanasgheps delle pubblicità degli anni 50 e fanno il classico lavoro da spia.
Giornalista. Fotografo. Cooperante. Scrittore di libri. Organizzatore di eventi. Gestiscono locali, organizzano manifestazioni "di sinistra", piazzati nella terra dei cedri da anni che ti chiedi perché a te debbano fare storie per un mese di visto e loro possono svernare a Batroun senza che un soldato li avvicini. E poi ti chiedi, ma con tutto il mondo a disposizione, ma proprio in un paese sul quotidiano orlo della guerra civile deve venire un organizzatore di eventi? Un graphic designer? E che non ce li hanno i graphic designer in Libano?
Ma il top è quando te lo dicono loro stessi. Cosa fai? (domanda classica). Giro. Ricerco. Faccio un PhD in Scienze Politiche (troppo facile). Sono stato in Afghanistan con Usaid (ha!), in Iraq (ha!!), in Arabia Saudita (il top, recentemente ascoltata) ad insegnare l'inglese. Sì, vabbè.

In realtà, come accadde a tutte le grandi intelligence del mondo che sono passate dall'Abruzzo del Medio Oriente, dai palestinesi agli israeliani agli ammericani e chi più ne ha più ne metta, probabilmente si sono adagiati qui, tipo balena spiaggiata arenata da troppi cocktail da Pierre and Friends, da troppe serate 80s al BO18, ustionati dal sole di luglio come i sujuk, le salsicce armene che sfrigolano sul bbq. E così, te li ritrovi, annegati nel succo del fattoush, stramazzati dalla maratona di mezzé (la vera spia mangia libanese anche al Barometre, che sarà mai una nottata di crampi intestinali!), tutti lì perfettamente sgamati, che non si sono mai ripresi da questo Risiko vivente.
E a quel punto è facile.
Il controspionaggio intendo.

lunedì 11 ottobre 2010

Aggiungi un posto a tavola


È quasi tutto pronto. Gli striscioni di benvenuto e ringraziamento sono appesi (rigorosamente solo sulla Airport Road e nei quartieri di Beirut Sud), con il suo faccione barbuto e innocentemente sorridente. Il programma è ormai definito: incontri con le cariche politiche, conferenza stampa, firma di accordi commerciali e poi via a sud a tirare qualche pietra simbolica contro i tanto odiati vicini di sotto (sperando che non rispondano naturalmente). E anche a Tripoli i movimenti sunniti di opposizione sono pronti e armati.
Insomma ci siamo.

Ahmadinejjad è in arrivo. E noi si fa le valigie, che coincidenza! Gente che viene gente che va in questo Libano eh? Tra l’altro, abbiamo anche rischiato di incrociarlo all’aeroporto, ma in una botta di previdenza ci siamo dette che andare in aeroporto – l’aeroporto di Hezbollah, come amano ricordarci quando arrivano ospiti a loro cari – in piena notte, in un sicuro pullulare di checkpoint e di tensione, ma insomma chi ce lo fa fà? E oggi scopriamo che forse chiudono proprio l’aeroporto. Beh, ci abbiamo visto giusto. Cinque anni di Scienze Politiche sono serviti a qualcosa.

Ahmadinejjad viene proprio a fagiuolo, come si suol dire. Il Libano (o meglio, a “quelli che gliene frega”) è spaccato in due sulla questione del Tribunale Speciale per Hariri, e non passa giorno che i vari Mastella e Gasparri libanesi si insultino e minaccino morte reciproca e fuoco al paese salvo smentire che “il loro supporto non è mai stato in discussione” poche ore dopo. D’altronde, qui come da noi, i giornali dovranno pur vendere e i giornalisti, quelli che non possono permettersi di  dissentire o criticare, dovranno pur lavorare no? E poi, l’opinione pubblica, dovrai avvelenarla e confonderle le idee almeno un paio di volte al giorno no? Meno male che arriva lui, e per un po’ di giorni non si parlerà d’altro che dei nuovi rapporti Libano-Iran. Grazie Ahmi.
Inoltre, dopo un’estate a colpi di oggi non c’è l’acqua domani non c’è la corrente, e il Ministro dell’Acqua e dell’Elettricità che ce sta a fa non si è capito, Ahmadinejjad viene a risolverci i problemi (dato che sono 6 mesi che ci facciamo la doccia a bicchierate ormai siamo anche noi tra coloro che attendono!), e ha detto che fornirà il Libano di petrolio e gas. Oh, meno male. Almeno la prossima volta che andiamo alla Electricité du Liban a pagare la bolletta, sappiamo su quale stipendio verrà accreditata!
E poi  Mahmoud (siamo già amici) viene a rinsaldare il legame coranico tra sunniti e sciiti, ultimamente un po’ in “difficoltà” a causa dell’isolamento internazionale promosso dagli Usa contro Iran e quindi Hezbollah, grazie ai suoi futuri accordi petroliferi con le compagnie di Hariri. D’altronde gli economisti l’hanno sempre detto: make trade no war.
E già che c’è Ahmi con questa visita gliela vuole mandare a dire pure alla Siria. Guarda che il Libano non è solo tuo, ci sono anche io. I miei striscioni sono più grandi dei tuoi. La mia visita è più importante della tua. E si tu puoi pure tenere i tuoi quadri scagnozzi qui tra i Cedri, ma l’unico vero esercito del Libano, quello che tiene testa ai vicini di sotto per intendersi, il Partito di Dio, lo finanzio io.

Certo, non tutti sono contenti ed entusiasti. Il nostro caro droghiere-politologo Michel, dice che Ahmi è “musulmanamente stupido” (intervista di Elena Cozzani). Ma Michel è un maronita di quelli duri e puri, di quelli che non gli puoi nominare i palestinesi e che di scheletri nell’armadio chissà quanti ne ha, e chissà quali tatuaggi tiene nascosti sotto la camicia.
Già perché facendo un rapido calcolo, tutti e dico tutti i libanesi che oggi sono sui 40-50 erano in una qualche milizia. Hanno sparato, ammazzato, sono stati sparati e ammazzati anche loro. Una intera generazione. Non scordiamocelo. Puoi salire sul service (il vero momento sociale del Libano, per chi non l’avesse ancora capito) e il tassista, mentre passi sotto uno dei mille palazzi crivellati, ti dice con gli occhi lucidi di emozione “vedi io da quel tetto sparavo contro gli altri”. Contro chi? “contro tutti! Ho combattuto contro tutti”,  i dice fieramente.
 
E' questo il Libano, spensieratamente armato e perennemente sull'orlo del baratro, dove un service  costa duemila lire, ma ci credo che poi hai bisogno dei cocktail a 15 dollari per schiarirti le idee, e basta davvero una visita in arrivo a sconvolgere i piani? Ci sarà la guerra? Tirerà davvero i sassi? Possiamo uscire sabato sera? Poi come sempre tutto si sgonfierà, come il soufflé quando lo togli dal forno (quando il forno funziona!), e torneremo a suonarci i clacson, a parcheggiarci in quadrupla fila, a farci la guerra con i carrelli da Spinneys.
E per gli striscioni che sono davvero pronti da giorni, beh questa è una consuetudine tutta libanese. Qui ci sono striscioni di ringraziamento per tutti, dall’Emiro dell’Oman al re Saud, dal Kuwait all’Iran, ogni donazione o presidente in visita riceve il suo benvenuto e i suoi 15 minuti di gloria (dipendendo dal traffico) sulla Airport Road. 
Caro Mahmoud, ora tocca a te, libanese per due giorni.

ps. le foto non me le carica manco oggi. chissà dopo giovedì :)

venerdì 1 ottobre 2010

Chi ha ucciso Rafik Hariri

Stamattina, mentre ero allegramente in fila in banca per ritirare il malloppo delle diarie (e poi scappare alle Hawaii, pensavo), mi cade lo sguardo sul megaschermo piatto appeso, appunto per intrattenere i clienti in fila, alla parete di fronte a me, sul quale vengono trasmessi gingles vari, promozioni di conti in banca ed assicurazioni a vita, visi di vecchietti sorridenti (invecchiare felici in Libano?) ecc.
Poi, questa pubblicità: un set fotografico nero, sullo sfondo una bandiera francese, e una signora che dice, con tanto di sottotitolo in arabo, “io sono francese”. Poi nuovo set, bandiera palestinese, ed un ragazzo che dice “ana falestinyy”, “io sono palestinese”. E così avanti per l’America, l’Italia, il Bahrein, gli Emirati, il Canada e tutti gli stati dal Polo Nord a quello Sud. Poi, nuovo set. Bandiera libanese. Ah, ecco, finalmente, mi dico. Il ragazzo dice “ana sunni”, “io sono sunnita”. Rimango sbalordita. Continua la bandiera libanese, appare una ragazza, “io sono maronita”. Poi un ragazzo “io sono druso”, poi una donna, “io sono sciita”, e così via in dissolvenza e voci che si sovrappongono “io sono…, io sono …”. Poi tutto nero e una scritta bianca appare, su questo fondo nero. “Quand’è che inizieremo ad essere libanesi?”.

Ecco, io, in procinto di fare le valigie (definitivamente? Ma sa Allah, lo sa Dio) dopo 9 mesi, una gravidanza piena, nel paese delle bombe e delle discoteche, sono qui che me lo chiedo. Quand’è che saranno mai libanesi? Quand’è che smetteranno di farsi la guerra per un parcheggio, per chi arriva all’aeroporto, per chi ha detto questo e chi non ha fatto quest’altro? Can che abbaia non morde, e non si chiama alla guerra finché non ce, ma ce la dobbiamo proprio tirare “se non è Israele sono gli Hezbollah”, con il solito toto-calendario ed il fatalismo che ormai conosciamo bene?

Me ne vado senza tutte le risposte che ho cercato invano in questi mesi, nonostante libroni di storia, pane e giornali a colazione, la visita a Jumblatt, i consigli del droghiere Michel, e i timori dei miei amici. Nonostante pensassi che il destino mi aveva riportato a Beirut dopo 3 anni di distanza dalle famose bombe del STL per finire ciò che avevo cominciato, cioè capire cosa si muove dietro questo paese.

Niente, non l’ho scoperto. Non ho scoperto come mai questo popolo si è massacrato per 15 anni, per poi passarne alti 20 comandati dai servizi siriani, di cui gli ultimi cinque in un delirio politico senza precedenti. Dal famoso 14 febbraio del 2005, data della bomba ad Hariri, una quantità di tritolo pari a quella della strage di Capaci, nulla è come prima, anche se ci si sforza a volerlo far vedere. Tanti altri morti, politici, figli di, ma anche giornalisti ed intellettuali illustri (due per tutti: Samir Kassir e Gibran Tueni). Tante spie pro o contro arrestate. Tanti comizi da posti nascosti destinati a creare scompiglio. Le famose imputazioni che scateneranno l’ira di Hezbollah. Tanti piccoli cortei pacifisti che si sciolgono come la neve al sole e tanti libanesi stanchi e incazzati. Ma soprattutto stanchi.

Me ne vado senza scoprire perché e per come ancora nulla è risolto, perché qui non basterà un cambio generazionale, considerando che i figli prendono il posto e l’onore dei padri. Non ci sarà un movimento dal basso, una rivolta popolare, perché il popolo non esiste e i singoli sono troppo occupati a lustrarsi il Suv, a stirarsi i capelli, o a farsi i cavoli loro. Tanto “qui funziona così non ci possiamo fare niente”.
Qui, nel paese paradiso dei conti bancari, dove girare un assegno anonimo è più facile che trovare parcheggio in un deserto, funziona che se finisci il gas devi aspettare l’omino che passa per strada un giorno sì e uno no, e beccarlo quando è sotto casa tua. Sennò aspetti due giorni. Funziona che devi stare attenta a ciò che fai e a come lo fai, anche se è tutto normale, perché altrimenti finisce che qualcuno ti manda dei film porno, o ti chiude il rubinetto dell’acqua. Funziona che se vuoi arrivare a destinazione e senza discussioni chiami un taxi privato. Che se sei senza acqua chiami un privato a pagamento che ti riempie la tanica sul tetto, mentre continui a pagare la bolletta ad un ministero che serve solo a pagare gli stipendi. Funziona che vai a mangiare il sushi a Gemmayseh, ma poi la gente (quale? Da quale quartiere?) scende in strada per il prezzo dell pane. Funziona che salta la corrente perché tutti si attaccano al tuo generatore, ma poi vuoi l’aria condizionata d’estate. E se si rompe qualcosa chi chiami?

Non ci sono pagine gialle, servizi pubblici, rivendite autorizzate, imbianchini o idraulici. C’è il portiere del palazzo di fronte, o il parcheggiatore, o l’amico del droghiere, o schiere di manovali egiziani o siriani tuttofare per un nulla al giorno. Ma dipende dalla zona in cui abiti, mica puoi chiamare uno qualunque. A Furn el Chebbak non funziona come ad Achrafieh. È tutto un chi conosci, da dove vieni, che lavoro fai. Per identificarti meglio. Poi arrivi tu con il tuo zaino e la voglia di fare il Lawrence d’Arabia o la Condoleeza Rice della situazione e pretendi di romperli sti schemi. Di far togliere il velo a tutte le donne della Bekaa, senza pensare che il velo è l’ultimo dei loro problemi, considerando che anche quando hai le tette finte gli uomini si sentono liberi di prenderti a botte o mandarti messaggi minatori solo perché li hai contraddetti. Poi pretendi di far lavorare insieme maroniti e palestinesi, quando nel Virgin Store del quartiere scicchissimo e maronissimo di Achrafieh se chiedi un libro su Sabra e Chatila ti rispondono stizziti “che non hanno questo tipo di libri”, puoi sceglierti un Ipod se vuoi. Pretendi di avere le tue carte firmate in tempo, di avere i contratti in regola. Pretendi di non farti fottere perché tu mica sei un ingenuo. E si vede che non hai imparato la regola d’oro della sopravvivenza libanese: “fotti gli altri prima che ti fottano loro”.

Me ne vado stanca, triste, con un cuore grosso così e uno stomaco striminzito, sarà che ormai ho preso tutti gli antibiotici del mondo ma sto virus libanese non se ne vuole andare. Me ne vado arresa anche io all’evidenza che “non si può cambiare” e quel poco che abbiamo cambiato presto tornerà come prima. Zeina, Jammal, le donnine di Sana o quelle di Assindyan, che continueranno a vendere le melanzane sott’olio al mercato biologico con un entusiasmo che a noi fa solo venire un nodo alla gola. Me ne vado con l’impotenza di non poter far venire i miei amici libanesi in Italia, se non hanno un lavoro contrattato a tempo indeterminato e 20mila dollari sul conto perché se non hai le tue wasta, le tue conoscenze, arabo sei ed arabo rimani. Me ne vado incazzata per averci creduto, che qualcosa si poteva cambiare, e mi faccio consolare dai miei amici, che la lezione l’hanno imparata sulla loro pelle molto prima di me, e mi dicono “che è così”, che loro la speranza in un Libano fatto di libanesi in cui qualcosa funziona, dalla corrente agli autobus, l’hanno persa da tempo. Ma non demordono e vanno avanti. E anche io, con il mio virus intestinale forte e robusto, allora mi riconforto e so che tanto prima o poi torno. Devo scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri.

La foto oggi proprio non me la carica.

lunedì 10 maggio 2010

SpariVari




Ti ricordi di non essere un paese normale quando leggi sul giornale che “in occasione delle elezioni municipali a Beirut ci sarà il coprifuoco”. Ottimo. Nel caso te lo fossi dimenticato in questi quattro mesi di spiaggia, piatti di falafel più grandi del mondo, berimbau e serate in allegria, no, non sei in un paese normale.

Non sei in un paese normale quando un operaio siriano, qui sinonimo di scartafaccio tutsi, violenta due ragazzine in un paesino del sud e i compaesani lo linciano a sangue ed espongono il suo corpo appeso, come un manzo in macelleria, alla pubblica gogna nella piazza del paese. La polizia arresta due dei “linciatori”, e la folla si ribella e controattacca la polizia.  Giustizia paesana.

Non sei in un paese normale quando le elezioni municipali dei Mokhtar, dei sindaci, che in un paese dove tutto si fa e si decide a Beirut e già casa mia, Furn el Chebbek, a 10 min a piedi da Gemmaiseh è considerata Monte Libano, contano meno di un calzino, sono “spalmate su un mese”, ieri Beirut e la Bekaa, la settimana prossima il Sud, a fine mese il Nord, due domeniche fa il Monte Libano, per evitare scontri, e dove un turnout del 21% è considerato un successo, e permette la solita affermazione dei drusi lì, dei falangisti qui, degli hezbollah&co. laggiù, ecc.
Beirut è tappezzata di facce sorridenti che dicono “votami votami votami”, ma a che serve quando sai già chi voterà chi. Che il suo voto provenga da uno sciita, o da un cristiano, il fantastico sistema elettorale libanese permette che in quella circoscrizione, guarda caso disegnata a regola d’arte apposta intorno a tale comunità, esca solo e soltanto quel candidato di quella lista. Qualcuno, nel 1800, chiamò questo sistema, per nulla nuovo insomma, "Gerrymandering".

Non sei in un paese normale quando ti addormenti al suono degli spari, che siano fuochi d’artificio o raffiche di mitra poco importa, ti ricordi di quella bomba che esplose proprio dietro casa tua tre anni fa, il tuono più grande della tua vita, i muri che tremavano, il respiro interrotto per due lunghissimi minuti, le lacrime strozzate in gola, “Welcome to Lebanon” porcaputtana. E tre anni dopo basta una serata di sparacchiate a ricordartelo. Perché alle 10 di sera ad Achrafiyeh, roccaforte cristiana chic, una sorta di Parioli de noantri, già si festeggiava “il trionfo” elettorale (urne chiuse alle 7, lo scrutinio più veloce della storia). Come? Sparando in aria, picchiandosi per strada. “Welcome to Lebanon”.

“C’è del rancore sociale, Seppia”, dice Stanis di Boris. Eccome se ce n’è. 
Tra un librone di storia e un articolo su internet, nella mia bulimica fame di capire come cazzo funziona questo paese e cosa passa nella testa delle persone, non riesco a non pensare che sia tutto collegato. I palestinesi, le tette di plastica, gli scannatoi in piazza, gli spari e i suv con i vetri neri. E ancora, le banche che riciclano denaro da tutto il medio oriente, i cementifici, Gemmayseh vecchia, con le sue case antiche, soffitti alti e balconi in ferro battuto, che scompare sotto le ruspe e nuovi edifici freschi dei migliori studi d’architettura del mondo (e felicemente finanziati da Sauditi, Kuwaitiani, ecc. ecc.) che spuntano come funghi, luccicanti e deserti, mentre l’Altra Beirut, quella dimenticata dalle mappe geografiche, per non parlare dell’Altro Libano, quello dei veli, dei service, dei denti storti e delle contadine analfabete, continuano la loro vita polverosa, tra tagli di corrente e pulmini scassati.

Un patrimonio storico e culturale che scompare, una generazione costretta all’oblio, ad ingoiare le macerie di questa guerra civile innominabile, ed ad affrettarsi alla “modernità”, che la concorrenza mondiale è spietata. Avanti chirurgia plastica, macchinone, grattacieli. Il resto facciamo finta di non vederlo. Ma non funziona così, le macerie, come bolle d’aria sott’acqua, tornano fuori, e scoppiano, e le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti.

Buonanotte Beirut, gli spari mi mancavano. Ora sì che mi ricordo perché ho deciso di tornare.

lunedì 1 febbraio 2010

il Minestrone con la M maiuscola


La giornata era cominciata bene. Il tassista pazzo n. mille ci scarica a “Cola Intersection”, un posto “sotto un cavalcavia” da dove partono pulmini per mezzo Libano, quello a est e quello a sud. Inclusi i Monti Chouf, patria della comunità drusa e meta della nostra gita domenicale.
Identificato il pulmino che dobbiamo prendere per dove dobbiamo andare, “ma dove dobbiamo andare?”, “ora chiamo la mia amica (sugli Chouf) che così parla con l’autista e gli dice dove dobbiamo scendere”. A noi Google Map ce fa na zip.
Partiamo, a bordo noi tre donzelle (You from Russia? Oggi è la giornata della Russia), una quarta  passeggera strizzata tra di noi, e maschi vari, dal soldato che non manca mai, allo studente che forse, come noi, va al pranzo della domenica, al tipo cicciosissimo seduto davanti a me che quando si siede il pulmino rischia lo sfondamento. Alla cintura – del cicciosissimo, un pistolone, che non si sa mai. Annamo bene.
Il pulmino inizia a spiottare per le salite, evita buche (buche = metà dell’asfalto crollato), camion, si inerpica per paeselli cementificati, scende il pistolero, sale la vecchina, scende la vecchina, sale il soldato. Finché non ci scarica davanti ad un negozio di fiori, come in una scena di Marrakesh Express, o in un film western. Polvere e vento. Il fioraio ci guarda tipo aliene.

La giornata prosegue ancora meglio con pranzo lucullianissimo dalla mamma della nostra amica/salvatrice/gps. E giri vari per la zona, Beiteddine, Amir Amin, bla bla bla. Vedere Lonely Planet per informazioni.

E poi ci porta alla Moukhtara. Shoo ("What is") Moukhtara?
Breve rinfrescata di politica libanese: tra i vari gruppi politico-religiosi del Libano spiccano i drusi, comunità che vive storicamente da secoli sugli Chouf. Religione affascinante, non si dichiarano musulmani e credono nella reincarnazione (per farla orribilmente breve). Carattere chiuso, difficile, montanaro, dicono, ma in Libano insomma è una bella gara. Leader indiscusso dei drusi è Mr. Walid Jumblatt, anni 62,  capoccia pelata, occhi sgranati, nasone e ricci grigi sui lati, sembra uno scienziato pazzo. Figlio erede di Kemal Jumblatt,  leader  druso storico morto nella guerra civile (per mano siriana, si dice) e da allora in carica per difendere la memoria, l’onore e l’interesse dei drusi nel minestrone delle alleanze libanesi. Anti siriano per eccellenza, facente parte, fino al giugno del 2009 della coalizione “14 marzo”, quella del figlio di Hariri (anche in Libano, come in Italia, la famiglia è sacra), di Geagea, dei Falangisti (i maroniti armati), cioè la coalizione anti-siriana, che si oppone alla coalizione “8 marzo” (..), pro-siriani, composta da Amal, Hezbollah, e il MPL del generale Aoun (altro personaggio epocale). Insomma, a giugno, Jumblatt decide di uscire dalla coalizione 14 marzo, uscente vittoriosa dalle elezioni. E qui si rompe il governo frescamente nominato, e stanno ancora a mettere i cocci. 

Ma il sig. Jumblatt è famoso per un’altra cosa.
Vive a Beirut, (vicino al Bordo, a Clemenceau, se doveste passarci), ma ogni sabato, kil sabt, dalle h. 9 alle h. 13, torna alla Moukhtara, la sua residenza sugli Chouf, e riceve in udienza. Chi? Chi vuole. Chi vuole salutarlo, chi vuole chiedergli aiuto, favori, conforto. Lui sta lì, e dispensa grazie.

Oggi (era domenica) non c’era, e allora il guardiano-guardia-del-corpo “accondisce” a farci visitare la maison. 1 macchinetta fotografica per tutte e basta, zainetti lasciati all’ingresso, e ci avventuriamo nella Storia.
Un viottolo sale e costeggia l’insieme di edifici, in quella pietra giallastra tanto caratteristica di qui, stile arabo moderno. Mozzafiato. Scalinate in marmo, passaggi, finestre in ferro battuto, vicoli, colonne. Un patio con fontane arabe e canali che scorrono sul terreno. Alberi secolari. La vista sulla valle. E ancora, bagno turco, fontane, panchine, giardini. Tutto curato alla perfezione e spaventosamente vuoto e silenzioso, solo il suono dell'acqua che scorre. Da Fiskean quale ormai sono (ormai ho deciso, la cooperazione è la mia maschera), mi immagino questuante alla sua corte, in fila tra donne velate di bianco, uomini in papalina bianca e pantaloni neri col cavallo alla turca. Siamo nell’Impero Ottomano? No, siamo in Libano, a. d. 2010.
Dove passi per una strada tra paesi a cui non daresti nulla, e toh, la casa di Jumblatt, che stamattina stavi giusto leggendo l’Orient le Jour e tentando di aggiornare il tuo schemone sulla politica libanese "e oggi Jumblatt dove lo metto?".

L’emozione è forse quella che avrei provato se fossi entrata alla Moqata durante l’assedio ad Arafat (e quando ci sono entrata, qualche anno dopo, di Arafat ho ammirato il mausoleo, e, cavolo, ero alla Moqata!). Quella provata durante l’intervista (intervista.. facevo finta di reggere un microfono tanto per giustificare la mia presenza) all’ex capo del Mossad che portò l’antidoto per Meshaal.
L’emozioni che provi quando ascolti “i racconti di una signora di Bologna", e pensi che la Storia, quella con la S maiuscola, non la leggi sui libri, ma la vivi in tempo reale.
In questo minestrone in ebollizione chiamato MediOriente.

giovedì 14 gennaio 2010

The Fiskeans


Da Time Out Beirut - November/December 2009.
Venire a Beirut per credere - & immedesimarsi

These Robert Fisk wannabes are...
Westerners looking for a Middle Eastern adventure. Otherwise known as Fiskeans, members of this tribe have abandoned their home country to experience life "behind borderlines", without realising there's Dunkin Donuts in Lebanon. Desperate for a nicely paid journalist position, they're now stuck in Beirut with no money and nothing to do except attend their incomprehensible pre-paid Arabic lessons.

How can you spot one?
They'll be the sunburnt girl and boys loitering out of the daily Star and Time Out offices begging for freelance work, or flinching at the sound of wedding fireworks they're convinced are bombs. With no transport of their own, the tribe waste a lot of time on the strees arguing about the difference between a service and a taxi.

What music do they listen to?
As much as they want to get down with the local culcha, these expats can't tolerate any Arabic music for more than half an hour. They'd rather give you their kidney than part with their external drive/Pink Floyd back catalogue.

What do they drink?
What don't they? Borderline alcoholics, Fiskeans are addicted to cheap local booze. Happy hour at the Mayflower is a traditional watering hole, but they can also be seen getting their late night kicks at Torino, T Marbouta or aywhere with cold beer.

Where do they hang out?
In Le Chef. If alone they'll be spilling spoonfuls of mloukieh over their copies of "Pity the Nation" and the "Lonely Planet". If dining with chums, subject of conversation incde visa problems, the Taef Accord and waiting time at the Syrian border (just a few subjects Fiskeans believe they have expert knowledge about). As for fresh members of the tribe, just head down the airport. They'll be the ones dressed like Lawrence of Arabia, eagerly asking "will there be a war soon?"

lunedì 28 maggio 2007

war games

ti accorgi di stare dentro un ingranaggio molto ma molto ma molto più grande di te quando te bella bella te ne stai andando al mare, con la radio libanese che sempre per scimmiottare questo grande occidente evoluto, mette musica trash anni 70-80 alle 11 di mattina, e insieme a te sulla strada che va a nord vedi: carri della croce rossa (vabbè, porteranno medicine ai feriti), carri unrwa (vabbè porteranno aiuti ai palestinesi sfollati), carri militari di cose strane che sembrano bombole del gas. sono missili. MISSILI.
non è segreto di stato che nelle notti scorse sono arrivati aerei sauditi e americani carichi di armi in rinforzo all'esercito libanese. In realtà gli "aiuti" erano previsti da mesi tramite accordi, sempre per rafforzare le democrazie del medio oriente contro il nemico musulmano (in questo caso hezbollah, che gli americani temono peggio della peste), ma date le circostanze gli usa hanno preferito mandare già un po' di roba. non si sa mai no? possono sempre tornare utili..

la situazione sul "limbo" è la seguente: è in corso una specie di "tregua" (non ho capito se e quanto negoziata e da chi) per favorire l'uscita dei palestinesi dal campo, ne sono rimasti ancora circa 15.000, cioè poco meno della metà, gli altri sono tutti scappati nei giorni scorsi, e la sera ogni tanto si sparano due tre colpi tra esercito e fatah al islam tanto x ricordarsi che sono in guerra.
questo esodo forzato dei palestinesi, aiutati dal governo (questo aiuto, diciamolo, puzza un po' no?), vuol dire che non si vogliono vittime civili palestinesi (in più rifugiati), quindi evitare di aprire un vaso di pandora che nemmeno ve lo sto a dire. però sommiamo la corsa agli armamenti a questo esodo, insomma il dubbio che qualcuno voglia una guerra ti viene.
il dubbio che non sia solo una scaramuccia locale per la leadership dei campi, al massimo aiutata dalla siria per mettere in ginocchio il governo libanese antisiriano, ti viene.
il dubbio che sia una cosa mastodontica, molto ma molto più grande di te ti viene. specie quando scopri che arrivano armi americane e saudite (la "coalizione anti-sciita", dopo l'11 settembre amici come prima). poi fai due ciappini (cit. Zanello) su internet, e ti salta fuori questo:
http://www.newyorker.com/reporting/2007/03/05/070305fa_fact_hersh
e allora i pezzi man mano in qualche modo in testa ti appaiono collegati, ma è tutto talmente mischiato che non riesci a capire. capisci solo che ognuno partecipa nel momento in cui può ottenere dei vantaggi, e che il nemico del tuo nemico è tuo amico. queste sono le uniche logiche che riesco ad afferrare.
per il resto, se veramente gli usa hanno finanziato fatah al islam per usarlo contro hezbollah (afghanistan 1980 vi dice qualcosa?) e stanno preparando una guerra, io non ne ho idea, e secondo me nemmeno loro.
vedi solo questi segnali, apparentemente scollegati, tipo nasrallah che nel suo mega discorso di venerdì scorso (anniversario del ritiro israeliano dal libano del sud nel 2000, festa nazionale per gli sciiti) usa il conflitto per attaccare siniora accusandolo di non essere in grado di risolvere politicamente una crisi e di dover chiedere aiuto sempre agli usa. ieri elezioni in siria, basher al asad unico candidato riconfermato per i prossimi 7 anni con il 98% dei consensi. Poi, il tribunale internazionale dell'ONU (per far luce sulla morte di Hariri, dopo che la commissione di inchiesta onu aveva accusato ufficiali libanesi e siriani di essere coinvolti, indi per cui hezbollah e la siria non vogliono assolutamente che si faccia per ovvi motivi, e i loro alleati cristiani di Aoun -l'opposizione al governo, quelli piazzati con le tende in centro- idem) che pare sia in via di creazione... insomma, senti degli ingranaggi che si muovono sopra di te, e tu puoi solo guardare.
per ora stai lì, e ognuno, che si improvvisa analista, me compresa, dice la sua. chi dice che entro una settimana farò i bagagli, chi dice che non si sa, chi dice che qui è sempre così, chi dice che è tutta colpa del tribunale, chi di israele, chi degli americani, chi della siria. i complottisti non mancano qui!

io non so cosa credo, so solo che percepisco che questa terra ha una capacità di catalizzare i conflitti che se non fosse tragica farebbe anche ridere. credo che da sempre chiunque viene qui e si fa i comodi suoi, finanziando questo per combattere quest'altro, finché le parti non si sono invertite e allora finanzi il tuo vecchio nemico contro il nuovo. realizzo come non mai che il vero cancro del medio oriente è la questione palestinese, perché ognuno l'ha usata come e quanto voleva solo finché gli tornava comodo. incluso il voler costruire blocchi "di inciviltà". e tutti sono andati a farsi la guerra, o a portarsela dietro, sul Libano.
e credo, perdonatemi la retorica, che questi macro ingranaggi di blocchi che tanto piacciono ai neo cons, e a chi, diciamolo, insegue il soldo, alla fine infettano i micro ingranaggi, ancora più complicati perché complessi, del mini Libano, paese grande quanto l'Abruzzo ma con una storia da far paura a tutti. che poverello, ce la mette tutta, ma non ce la fa. perché ogni volta che prova a rialzarsi, viene ributtato giù. dal suo stesso interno. da quelli che per perseguire i loro micro ingranaggi, si sono alleati con quelli che muovono i macro.
questo è il nuovo videogioco del medio oriente. incredibile, anche quando ci sei dentro.

stasera - per ora - niente bombe, e nemmeno i clacson nella via. forse stanotte si dorme tranquilli!

a presto
Costy
 
Licenza Creative Commons
Lebanon Limbo - dentro la Storia con la S maiuscola by C. P. L. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.lebanonlimbo07.blogspot.com.