“Ma fi samak”, non c’è pesce, mi dice allargando le braccia il Raìs, il capo della cooperativa (organizzazione a scopo di lucro, secondo la legge libanese, quando c’è il lucro..) dei pescatori del ridente paesello con vista sul Paese Che Non Si Deve Nominare (ma ci osserva dai radar, dalle navi ormeggiate al largo e Dio/Allah sa solo con cosa altro).
Che pesce ce ne sia poco in giro me n’ero accorta, anche con la mia lunga esperienza in Pescologia Applicata II, sbirciando nei frigoriferi, messi per orizzontale, del lurido mercato. Due cernie tristi, forse pure vecchiotte, morte invano. Il pescato “piccolo”, boghe (“ghobbos”), Sultan Ibrahim, saraghi (“sargus”) e cefali (“buri”), va via subito, forse già ordinato da qualche famiglia, da qualche ristorante o qualche base ONU. Ogni tanto arriva un cesto di granchi blu, che si muovono ancora e a me fanno UN SACCO impressione, e una nassa di una specie di aragoste, loro le chiamano “langouste” ma il biologo all’epoca mi spiegò che non erano proprio aragoste. Per il motivo di cui sopra, non ho indagato e mi tengo alla larga.
Il pesce a Naqoura viene pescato un po’ alla comevieneviene, cioè il pescatore infila pinne, fucile ed occhiali, abbocca al narghile’, il tubo di aria pompato dalla barca e scende “ a 30-35 metri”, distanza relativissima dato che non dispone di profondimetri ma va a occhio, a caccia della cernia. A tirare la bombetta. A raccogliere il pesce morto con la bombetta, in stile Qualunquemente. Ogni tanto, ma proooooprio ogni tanto, cala la rete. Pero’ poi devi aspettare, si rompe la rete, il pesce e’ piccolo.. chiaro che con la bomba si fa prima.
Anni di rovina e incuria ambientale, di pesca di pesci sotto taglia, di bombardamenti di sopra e di sotto – quelli della guerra e quelli dei pescatori che, se non hanno le reti, pescano con quello che trovano, e cosa c’è in abbondanza nel Sud del Libano? Bravi. Le bombe. Magari pure israeliane.
Insomma, tant’è che di pesce ce n’è poco ormai: o è morto, o è scappato!
E meno male che Naqoura è l’area più “protetta”, 20 anni di occupazione israeliana, poi l’accoppiata Unifil + Hezbollah, diciamo che la gita a Naqoura al mare non te la vai a fare, che ti senti un po’ osservato, e meno sfruttata del resto della costa. Beh, di certo a Beirut il pesce fresco, quello che abbocca in prossimità dello scarico delle fogne urbane vicino Al Manara, non te lo mangi. E a Batroun, dove domenica scorsa sono “ammarate” 6 mucche, morte, in spiaggia, forse nemmeno lì. Diventi vegano in un attimo in Libano.
Grandi sforzi sono profusi ogni giorno per far capire che se non puoi pescare di più, forse puoi pescare “meglio”, cioè senza rischiare la vita e farti esplodere polmoni per immersioni fatte male, o dita per bombe esplose prima del tempo, senza rischiare la gastroenterite, altro che l’alemanno cetriolo killer per una cernia lasciata al sole per ore. E anche senza ridurre il fondale ad un canyon dopo le guerre puniche. La convinzione che “in Italia i pescatori ricevono un sacco di sussidi”, “da noi non c’e’ niente”, “abbiamo iniziato a pescare prima che nascessi” è dura da rompere. Ma basta trovare il giusto “veicolo”, cioè dei baldi ragazzi subbbaccquei che parlano il gergo dei pescatori, una bella biologa del Sud che ti sbrodola tutti i termini scientifici che ti dimostrano che le tue convinzioni non reggono sempre, una maestra di scuola che li inchioda alla sedia come dei ragazzini, guai se provate a falsificare una firma di presenza, e allora anche le giornate di formazione prendono una piega di allegria, a patto naturalmente che sia garantita la pausa caffè e sigaretta. Molte sigarette.
E poi tutti in barca, a provare il salvataggio dell’uomo in mare, occasione per fare un tuffo (beati loro!), o ad incellophanare la cernia e metterla nel contenitore frigo e a tentare una etichettatura artigianale sulla carta velina, che in acqua non scolora. Ethical fishing versione Naqoura.
L’autista che mi viene a prendere a Beirut, alle 7 di mattina, è cicciottone, baffuto e simpatico. Al mignolo ha l’unghia lunga di chi “non fa lavori manuali”, e quindi può scavarsi nelle orecchie mentre guida, meno male che è dall’altro lato. Davanti ai cartelloni di Hariri, a Saida, mi dice che era un uomo “very good”, e sul nuovo governo non si espone. Per non smentire la sua panza, sia all’andata che al ritorno si ferma ad un “drive through” libanese, cioè un baracchino che vende caffè espresso, tè e biscotti e patatine sull’autostrada, e prende sempre caffè e sigarette per lui e tè con “sikkar wasat”, zucchero medio, per me. A volte poi mi offre un croissant al cioccolato, o, come quando mio papà mi chiamò per dirmi della nonna, un manouch al formaggio per farmi passare la malinconia (e farmi venire la panza anche a me).
