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venerdì 28 gennaio 2011

Casa Dolce Casa


Non c’è niente che ti faccia sentire a casa come il minestrone. E quando ci ho pensato mi sono ricordata, come Proust con la madeleine, del minestrone che la cara Marta ci fece esattamente (giorno più giorno meno) un anno fa, noi tre appena sbarcate in quel di Furn el Chebbak (spossate dalla maratona pulitoria di casa? Dalle prime proteste intestinali? Non mi ricordo, mi ricordo solo che ci rese felici) e con quella secchiata di minestrone ci siamo andate avanti tre giorni. Contentissime nemmeno stessimo mangiando salsiccia e friarielli. E poi anche Cobra Mansa (detto Cobra Panza quando è in cucina) consolò me e il Mammut con una bella mestolata di minestrone con (tanto, che avevamo fame) riso dopo la roda più fredda della storia. E quella pubblicità del nonno che faceva il minestrone e si chiamava Paride come il nonno della cassiera ve la ricordate? Insomma, il minestrone, oggi che piove pure, ci sta un sacco. 

E così, sbarcata di nuovo ieri sera nella terra dei cedri (estinti, lo ricordo sempre), mi sono avventurata dal mio nuovo fruttarolo di rue Sassine – uscendone con credo 10 o 12 buste, rigorosamente una per ogni tipo di vegetale come si usa qui alla faccia dello stile ecofriendly – e ho passato così la mia prima sera beiruttina di questa nuova parentesi libanese. Altro che Gemmayze, birra Almaza e musica arab pop. Tre piattoni di minestrone, per sentirmi ben bene a casa.

Beh infatti devo dire che questa casa è veramente bellissima. Credo la più bella dove abbia mai vissuto finora. Scusa Menafrix, non per togliere niente alla adorata casa testaccina, ma questa ha anche il divano (anzi due) e il balcone (anzi due)! E dal mio settimo piano svetto come una bandiera, vedo il mare, non si sento il traffico di Place Sassine ma il rumore della pioggia. Scrivo dal letto con finestra aperta e lampi che (appunto) lampeggiano. Caro Nasrallah vedi di farla il più tardi possibile sta guerra che a me questa casa piace troppo!

Unico neo, o fortuna dipende da chi muove guerra per primo (se Iran, sono spacciata, se Israele no allora mi salvo), il mio palazzo è nientepopodimenoché quello del Kataeb. Il Partito Falangista. Azz, quando si dice Dentro la Storia. Più dentro di così non potevo andare! C’è il bel cedro triangolare fluorescente acceso giorno e notte per ricordartelo (ottimo punto di riferimento per i tassisti, se non becchi il palestinese, chiaramente, ma qui ad Achrafiye, i “Parioli de Beirut”, è difficile). Ma, come dicono saggiamente i compagni del Manifesto, il problema non sono io che abito nel palazzo del Kataeb, ma è il loro che “alloggiano” me.

Devo dire che anch’io, con le mie belle due lauree con lode in politologia varia ed eventuale, ho scelto proprio il giorno più adatto della Storia Recente del Libano per tornare. Se c’era un giorno in cui poteva scoppiare la guerra civile n. 2 “la vendetta” (e qui se decidono di vendicarsi, beh so’ *****, come dicono a Science Po) in Libano, quello era ieri. Hariri “deposto” lascia spazio al nuovo Primo Ministro d’altrondemente e appropriatamente nominato nel pomeriggio (più o meno mentre atterravo in scalo ad Istanbul), tal Najib Mikati (al quale sarà dedicato post a parte). Proteste e copertoni bruciati in mezzo paese. Mizzica. E io allora, da brava Fiskeans, mentre attraversavo la Beirut notturna de-ser-ta (nemmeno i checkpoint!) pensavo “beh dov’è sta guerra”? E, come dice saggiamente la Cozzani, “ma poi chi è sto Mikati che ci rovina la nightlife libanese”? Alla fine, per fortuna, kullu tamam, tutto bene.

Naturalmente leggerete tutto questo con scoppio ritardato perché l’omino di internet (quello del quartiere di Achrafiye, che però mi sa che è lo stesso paraculo, oops tecnico, di Furn el Chebbak, a meno che non si chiamino tutti Imad) non è venuto. “Perché piove”. Sì, direi che è proprio lo stesso. E quindi invece di “chattare dal letto” (cit. Cozzani) mi limito a fare quello che non facevo da mesi: passare una serata a casa, leggere, ascoltare la pioggia, provare a tradurre le canzoni dei Mashrou Leila. Rilassarmi.

“Welcome home”, mi ha detto il mio amico Issam al telefono appena sbarcata

sabato 15 gennaio 2011

La Festa è Finita


 Mercoledì scorso si è riaperta la ferita libanese.
Il limbo, nonostante i fuochi d'artificio, i ristoranti italiani che spuntano da tutte le parti, i saldi e le nuove discoteche, è finito, e gli avvenimenti dell'altro giorno hanno fatto tornare tutti i libanesi alla realtà. L'emorragia continua.
Hezbollah ha aperto ufficialmente il suo braccio di ferro con il governo, forte di un appoggio internazionale (Iran, Siria, ve la ricordate la visita del caro Ahmadinejjad pochi mesi fa? E mica veniva a trovare Hariri..) non indifferente. D'altronde, se hanno fatto cadere il governo nell'istante in cui Hariri entrava da Obama, beh il segnale era duplice. E il pretesto futile. Non sarebbe stato infatti il consiglio dei ministri numero mille a ricucire la ferita. C'è chi vuole che sanguini, che non si rimargini. E se da un lato il fallimento della mediazione Saudita/Siriana (la Siria rimane parte in causa) fa pensare che il problema sia tutto libanese, che se la sbrigassero da soli una santa volta, dall'altra fa capire che questa volta no, non c'è soluzione.

Il prezzo che Hezbollah chiede ad ogni crisi istituzionale è sempre più alto. Nel 2006 i suoi ministri erano un pugno, e anche allora si ritirarono. Mentre i suoi simpatizzanto tenevano in scacco il centro di Beirut ricostruito dalla Solidère di Hariri padre – in questa Beirut dove ogni settore è identità, comportamento ancora dopo 20 anni dalla fine della guerra – e davano un fortissimo segnale alla borghesia sunnita, cui costituzionalmente spetta la carica di Primo Ministro. La crisi del 2006 si è risolta “solo” dopo i terribili scontri dell'8 Maggio 2008, in cui sempre Hezbollah ha ricordato al governo che può prendere il controllo di porto e aeroporto in poche ore, e dopo una mediazione che ha portato il Generale Suleiman, ex capo dell'esercito libanese, cioè dell'unica istituzione veramente multi rappresentativa del Libano, a sostituire Lahoud, che forse pensava di potersi autoeleggere in eterno, come Presidente della Repubblica. General Suleiman, come dice la canzone di Zeid and the Wings, era la speranza di un Libano diverso.
Le elezioni del 2009 incoronarono il giovane Hariri, e videro la crescita di Hezbollah, che era ancora a caccia di un “governo di unità nazionale”, ovvero un governo in cui la rappresentanza degli sciiti fosse maggiore, e che aumentasse quindi il potere di veto dell'opposizione sciita agli haririani. Il primo governo Hariri durò pochi mesi. Il secondo esecutivo vedeva infatti già 10 ministri Hezbollah, gli stessi 10 che si sono dimessi pochi giorni fa. Con 11 ministri dimissionari il governo cade, e l'undicesimo ministro è stato quindi propriamente individuato, con le buone o con le cattive. Un po' come Scilipoti e Calearo, che al momento giusto hanno salvato Berlusconi.

Stavolta insomma Hezbollah fa sul serio. Oltre al potere militare, che non è mai stato messo in discussione e, anzi, grazie alla visita del caro Ahmadinejjad è stato rafforzato, ora dispone di un potere politico enorme, ed è proprio questo che vuole farci vedere. Il salto, da pochi ministri a quelli necessari per il ribaltone, in pochi anni, è enorme.

Il pretesto, se così si può chiamare, si chiama Tribunale Speciale per il Libano. Un organo istituito nel 2006, ex post come gli ultimi tribunali speciali dell'ONU, Ex Yugoslavia, Rwanda.., per far luce sull'assassinio di Hariri. Un botto che è costato la vita a più di 25 persone, che ha devastato un'area enorme della città, che ha distrutto le speranze di un popolo che usciva da una guerra civile di trent'anni ancora più macerato e diviso rispetto a quando ci era entrato.
Che il Tribunale non fosse gradito, ce n'eravamo accorti. Io la bomba del maggio 2007 all'ABC, il centro commerciale “sciccoso” di Achrafiye, il quartiere cristiano/falangista, me la ricordo bene. Sono morta di infarto, di lacrime, di paura. Ero arrivata da due settimane. E mi ricordo anche gli assassini mirati, per fare fuori uno ad uno i membri del Parlamento della maggioranza, finché non fosse diventata minoranza o almeno parità, per non far votare l'approvazione del Tribunale. Che aveva una norma che prevedeva infatti l'entrata in vigore d'ufficio, non si sa mai. Tanto è bastato per far tremare la città, il paese.

La calma apparente degli Accordi di Doha, quelli che nel 2008 hanno pacificato Hezbollah e piazzato Suleiman al Palazzo Presidenziale, ha iniziato a rompersi nella primavera scorsa. Ce ne siamo accorte al momento di rinnovare i visti di soggiorno.
Mentre Beirut si risvegliava, le spiagge si riempivano, le discoteche suonavano musica tecno, i ristoranti nuovi sbocciavano come fiori a Gemmayzeh, le voci di probabili imputazioni a membri di Hezbollah per l'omicidio Hariri iniziavano a correre, così come le voci di falsi testimoni, di infiltrati israeliani con passaporti europei e altri ingredienti vari per la spy story mediorientale dell'anno.
Altro che voci o romanzi americani: prove di cellule telefoniche, foto satellitari e quanto più si possa ottenere dai moderni mezzi di indagine, li inchiodano. Hezbollah, volente o nolente, morto Hariri, ha solo avuto dei vantaggi: la guerra contro Israele del 2006 ha consacrato la sua immagine e la sacralità della Resistenza, l'uscita di scena della Siria dopo la Rivoluzione dei Cedri (la manifestazione di massa all'indomani della morte di Hariri) gli ha lasciato campo libero nel proprio territorio, le provocazioni di Ahmadinejjad sono benzina per le turbine del Partito. Cosa vuoi di più dalla vita?

Perché Hariri senior sia costato tutta quella dinamite, e tutte quelle vite, ancora ce lo chiediamo. Perché si è voluto far fuori in questo modo così spettacolare è sicuramente un messaggio. Quale che fosse il prezzo politico che Hariri aveva messo al paese - un'apertura verso Occidente? O un rafforzamento del panarabismo con Arabia Saudita e co. senza lo zampino della Siria? O peggio, una posizione sul conflitto mediorientale che prevedesse lo smantellamento dell'unica milizia rimasta armata dopo la guerra civile – a quanto pare ledeva gli interessi – o forse l'esistenza stessa – del partito a tale punto che... “Booom”!

Sta di fatto che oggi meglio che in altre occasioni vediamo come da quel giorno di febbraio 2005 non è passato un minuto. Che è ancora tutto da decidere. O si annulla il Tribunale, o Hezbollah prende il paese. Negoziazioni intermedie, si è visto, durano solo fino alla prossima crisi, e il prezzo aumenta ogni volta.
D'altronde, Hezbollahland è pronta. Ad allargare i suoi confini su quelli dello stato libanese intendo. Nel Libano dai mille micro-Libani, il microgoverno sciita si distingue per efficienza burocratica (sperimentata di persona), ed è, nella loro lettura, la dimostrazione che il “sistema politico islamico” funziona. La fede è emblema di assenza di corruzione, un peccato grave per il bravo musulmano, e la zakat, l'offerta religiosa, uno dei 5 pilastri dell'Islam, garantisce entrate e redistribuzioni in tutta la comunità sciita, rafforzando i contatti tra Iran e Iraq, come se ce ne fosse bisogno. La rete di servizi sociali, di scuole di eccellenza, di scuole religiose, è sempre più capillare, così come capillare è il controllo sulle persone. A cui non si può sfuggire.
Il lato oscuro infatti di questo sistema, fortissimo a livello sociale, è proprio anch'esso a livello sociale. Se da un lato il sistema riempie i buchi dello stato libanese, liberista frammentato e ben poco sociale, dall'altro riempie anche l'esistenza dei singoli. E produce frustrazione. Tu esisti solo in quanto mio membro. Esci dalla rete, e non sei più nessuno. La Causa prima di tutto, prima di te stesso. Sarà per questo che nonostante il “fascino” di entrare in contatto con questa entità più o meno misteriosa, rimango piuttosto inquieta. Molto inquieta.

Sta di fatto però che da trent'anni circa, forse di più, i movimenti sciiti, Amal prima e Hezbollah dopo, incarnano la rivoluzione dei deboli, degli estromessi dal sistema, in un paese che è stato costruito a tavolino dai francesi per i cristiani. E se da un lato è vero che Hariri ha vinto le elezioni, dall'altro che elezioni sono quelle in cui i distretti elettorali sono disegnati attorno alle comunità per “far uscire” il candidato che si desidera, in cui si va a votare nel distretto nel quale è stato registrato il capofamiglia all'epoca della legge elettorale, 60 anni fa, per cui se il mio nonno era della Bekaa, anche mio padre ed io dobbiamo votare lì (sempre per non “contaminare” i distretti) anche se io magari vivo a Tripoli e mio padre a Tiro? Che elezioni sono quelle in cui le liste sono confessionali, i partiti sono confessionali, ed esiste una quota esatta di parlamentari per ogni confessione? Che elezioni sono quelle in cui la metà degli elettori non va a votare? Che elezioni sono quelle in cui le quote di cui sopra sono assegnate su criteri confessionali basati sull'unico censimento mai fatto in Libano, che risale al 1932, ovvero quando i cristiani forse e dico forse erano la maggioranza?

E se la Tunisia s'infiamma, come presto si infiammeranno Arabia Saudita, Libia e tutti gli altri paesi nei quali la generazione under 30, quella fatta di blogger e studenti ma anche di figli dei manovali e dei contandini, è più del 60% della popolazione, perché non dovrebbe infiammarsi il Libano, sulla scintilla del partito che raccoglie e rappresenta anch'esso la maggioranza dei giovani senza lavoro senza istruzione senza speranze? L'emigrazione in Libano è roba da ricchi, per chi ha compagnie di famiglia in Africa, ristoranti in Francia, affari in Brasile. Chi rimane è perché non ce la fa, perché non se lo può permettere. E deve rimanere a fare lavori di merda, in nero, sottopagati. A fare una vita che, se non ci fosse Hezbollah, sarebbe ancora più di merda. “Conosci un idraulico? Ti va bene se è cristiano?” (cit. Yiku), è così che funziona in Libano.
E quando la controlli, un'onda così, che vive di internet, di twitter, di telefonini con i quali puoi vedere i tuoi compagni in Tunisia, in Marocco, in Iraq, battersi e morire? Perché puoi non avere niente, ma il cellulare ce l'abbiamo tutti. Poco ma sicuro.

Ogni volta che c'è una crisi, torna tutto fuori. Tutto ciò che non è stato risolto prima. La questione della rappresentanza, del potere, dei diritti. Tutto ruota sempre intorno allo stesso argomento: l'identità libanese, questa misteriosa e inesistente. Solo che i tempi tra una crisi e l'altra si stanno accorciando, mentre il mondo va a mille e le distanze geografiche si annullano, e il prezzo, cioè “i costi sociali”, come quello del caffè equosolidale, o peggio, come quello del petrolio, schizza sempre più in alto. Solo che, a differenza di quello del petrolio, non si può far tornare indietro.

martedì 23 novembre 2010

La Spia che inciampò nell'Hummus




Se c'è una cosa che si impara bene a fare a Beirut, naturalmente dopo il districarsi nel traffico con un SUV e respirare l'amianto della strada senza farsi venire un collasso polmonare, è riconoscere le spie.
Se solo tre anni fa mi chiedevo "ma come fai a sapere che è una spia", beh ora posso dire di far parte di quelli che "ma come lo sanno tutti" e lo so pure io.

Beirut è piena di spie. Si annidano ovunque. Tassisti, negozianti, cambiavalute, droghieri fidati. Insospettabili.
Poi ci sono anche però i sospettabilissimi, ovvero i bianchi occidentali.
Lo sanno tutti.
Come insegnano le regole fiskeans, innanzitutto sono americani. Non ci sono ong americane in Libano né turisti, perché ci dovrebbero essere americani? Ah, beh c'è UsAid. Che lo sanno TUTTI che viene finanziata da chi sappiamo noi. D'altronde, la cooperazione internazionale è la prosecuzione della politica con altri mezzi.
Poi di solito hanno il capello svolazzante, la camicia caki, il sorriso smagliante awanasgheps delle pubblicità degli anni 50 e fanno il classico lavoro da spia.
Giornalista. Fotografo. Cooperante. Scrittore di libri. Organizzatore di eventi. Gestiscono locali, organizzano manifestazioni "di sinistra", piazzati nella terra dei cedri da anni che ti chiedi perché a te debbano fare storie per un mese di visto e loro possono svernare a Batroun senza che un soldato li avvicini. E poi ti chiedi, ma con tutto il mondo a disposizione, ma proprio in un paese sul quotidiano orlo della guerra civile deve venire un organizzatore di eventi? Un graphic designer? E che non ce li hanno i graphic designer in Libano?
Ma il top è quando te lo dicono loro stessi. Cosa fai? (domanda classica). Giro. Ricerco. Faccio un PhD in Scienze Politiche (troppo facile). Sono stato in Afghanistan con Usaid (ha!), in Iraq (ha!!), in Arabia Saudita (il top, recentemente ascoltata) ad insegnare l'inglese. Sì, vabbè.

In realtà, come accadde a tutte le grandi intelligence del mondo che sono passate dall'Abruzzo del Medio Oriente, dai palestinesi agli israeliani agli ammericani e chi più ne ha più ne metta, probabilmente si sono adagiati qui, tipo balena spiaggiata arenata da troppi cocktail da Pierre and Friends, da troppe serate 80s al BO18, ustionati dal sole di luglio come i sujuk, le salsicce armene che sfrigolano sul bbq. E così, te li ritrovi, annegati nel succo del fattoush, stramazzati dalla maratona di mezzé (la vera spia mangia libanese anche al Barometre, che sarà mai una nottata di crampi intestinali!), tutti lì perfettamente sgamati, che non si sono mai ripresi da questo Risiko vivente.
E a quel punto è facile.
Il controspionaggio intendo.

lunedì 18 ottobre 2010

Ultima (per ora) parte: la Fottuta Civiltà


L’impatto con “la fottuta civiltà” (cit. Talentino), tanto atteso e immaginato da mesi, al momento è più duro del previsto. Sarà che in aeroporto mi hanno tolto di tutto e di più dai bagagli (metti insieme una compagnia aerea tedesca e personale libanese e vedi cosa viene fuori ) e mi ritrovo a Francoforte in maglietta mentre fuori quasi nevica, fuori un cielo grigio che mi fa paura, e ieri quasi quasi andavo al mare. E naturalmente continuo a buttare la carta igienica nel cestino, dimenticandomi che qui le fogne funzionano e i tubi non si intasano.

No, per fortuna non è questa la civiltà che mi aspetta. Potrei morire di infarto culturale in queste sei ore di scalo in Germania. Mi attende Roma con il suo bel traffico, che certo in confronto a Sodeco Square all’ora di punta impallidisce.

La fine dell’era libanese n.2 è arrivata talmente in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo per pensarci. Sarà che tra i pacchi e pacchetti, smolla la borsa all’amico, piazza in giro tutte le cose che non ti entrano, chiudi l’ufficio, manda le ultime mail, come se dall’Italia non funzionassero, e la festa di saluto no che tanto ritorno presto, al massimo una birra in terrazza, e insomma non mi sembra di essermene andata. Vado un paio di mesi in vacanza, a riposare cervello ed organi addominali, insomma ora me la racconto così.

Non è stata l’ultima volta da Amira (per l’occasione, smalto color lampone), o l’ultima cena di mutabbala e cheese rolls da Abdel Wahab, o l’ultima passeggiata sotto il caldo sole mediterraneo di ottobre sulla Corniche, tra gli ammmericani che fanno jogging sotto l’AUB e le famiglie multi-figli a zonzo, mentre schiere di pescatori panciuti della domenica, in mutandoni a righe e cestello di vimini, pescano minuscoli pesciolini pieni di chissà quanti veleni nel mare “filthy” (eufemismo) di Beirut.
Tra l’ultima Almaza, la birra del diamante e unica bevanda alcolica di questi ultimi 9 mesi (ok a parte qualche bicchiere di Chateaux de Ksara o Blanc des Blancs) ad osservare il panorama dei palazzi in costruzione di Beirut, che nascono come funghi e nemmeno te ne accorgi che il Ground Zero sotto casa tua a gennaio ora ospita un bel palazzone di 9 piani con piscina e giardino pensile – è questa la modernità a Beirut – e le ultime chiacchiere sul “cosa succederà” con la gang dei Sopravvissuti, i Sobreviventes di capoeira che sopravvivono ad ogni sconquasso del Libano, insomma mi ritrovo a pensare che Beirut è stata ed è casa mia più di quanto abbia pensato, più del Testaccio radical chic che mi ha ospitato nei mie quasidue anni romani, nonostante la casa “rococò ottomana” che cadeva a pezzi ogni giorno (il definitivo collasso di vetri e mobili con la tromba d’aria di venerdì scorso), e i 3 piani di distanza dall’ufficio, troppo pochi per staccare la testa, e l’ascensore transilvano con la grata di legno il cui rumore è stato incredibilmente familiare.

Il tè al gelsomino e il manouch di metà mattinata, rigorosamente zatar e labneh, il giro dal droghiere Michel per gli ultimi aggiornamenti politici e la scorta di pomodori e "pane prensile" e dal giornalaio ultraottantenne sempre elegante, che quasi si offendeva quando compravo solo il Daily Star e mi diceva “mais aujourd’hui l’Orient le Jour ha l’inserto salute”, e allora dai prendo anche l’Orient le Jour, anche se il suo editore è un falangista. E il vecchietto dell’ospizio (ecco, a Furn el Chebbak tutta questa gioventù, diciamo, non c’era) che fumava sigarette, beveva dei gran caffè e giocava a backgammon a qualsiasi ora gli passassi davanti. Una volta che pioveva a dirotto mi sono rifugiata nel suo (senza saperlo) cortile, e da quel momento mi ha sempre salutato sorridente.
Sarà l’equazione “sud del mondo = poca organizzazione ma tanta umanità” (e tanto sole), ma l’effetto comunità, anche se a volte ti sta stretto, se tutti sanno quello che fai e dove vai e come ti vesti e chi viene con te, i buongiorno la mattina e le facce che si ricordano di te, alla fine della giornata danno calore e piacere, a te figlio della globalizzazione che giri il mondo ma alla fine passi la giornata su Facebook per non sentirti solo come un cane. Il gelataio del Barbar, giorno e notte, è sempre lui. Amira ogni volta mi accoglie che è una festa. E la scomodità della vita quotidiana ti fa apprezzare tanti piccoli lussi (“oggi c’è l’acqua calda!” evvai la doccia calda. “a che ora arriva la corrente che carico le foto”?), che troppo spesso diamo per scontati. Si vivono insieme i momenti collettivi, come la visita di Ahmadinejjad che manco fosse venuto a trovare me pirsonalmente di pirsona. Si decide dove si passa la giornata a seconda degli avvenimenti, del tempo, dei luoghi. Si vive nella storia presente e passata, e si condivide tutto. Nel bene e nel male. Dalla puzza acre del mattatoio di Karantina quando non c’è vento alla Hamra pedonale per l’Eid al Fitr, il Libano è un paesone e tutti ci si ritrova al Barometre il venerdì sera o da Pierre la domenica.
Certo, le mie amiche Haneen e Hiba di Borj el Barajneh poi la colazione da Chez Paul non se la vanno a fare. Loro stanno sempre lì, a tenere a bada le piccole pesti, tra uno scroscio di pioggia che poi il campo non si asciuga più, e un discorso di Nasrallah con i festeggiamenti sparatori annessi e connessi. Per non parlare dei tanti altri Libani che non si incontrano e non si incontreranno mai.
Ma vita a Beirut va avanti, e già mi manca, con le mille contraddizioni del Libanese style. Ma d’altronde non potrebbe sopravvivere senza, ci raccontiamo noi tutti per giustificarcelo e giustificarci.

Massalama ya Beirut, bishoufik (le città sono femminili, dice Rana sempre bellissima e alla moda) 2ariban.

lunedì 11 ottobre 2010

Aggiungi un posto a tavola


È quasi tutto pronto. Gli striscioni di benvenuto e ringraziamento sono appesi (rigorosamente solo sulla Airport Road e nei quartieri di Beirut Sud), con il suo faccione barbuto e innocentemente sorridente. Il programma è ormai definito: incontri con le cariche politiche, conferenza stampa, firma di accordi commerciali e poi via a sud a tirare qualche pietra simbolica contro i tanto odiati vicini di sotto (sperando che non rispondano naturalmente). E anche a Tripoli i movimenti sunniti di opposizione sono pronti e armati.
Insomma ci siamo.

Ahmadinejjad è in arrivo. E noi si fa le valigie, che coincidenza! Gente che viene gente che va in questo Libano eh? Tra l’altro, abbiamo anche rischiato di incrociarlo all’aeroporto, ma in una botta di previdenza ci siamo dette che andare in aeroporto – l’aeroporto di Hezbollah, come amano ricordarci quando arrivano ospiti a loro cari – in piena notte, in un sicuro pullulare di checkpoint e di tensione, ma insomma chi ce lo fa fà? E oggi scopriamo che forse chiudono proprio l’aeroporto. Beh, ci abbiamo visto giusto. Cinque anni di Scienze Politiche sono serviti a qualcosa.

Ahmadinejjad viene proprio a fagiuolo, come si suol dire. Il Libano (o meglio, a “quelli che gliene frega”) è spaccato in due sulla questione del Tribunale Speciale per Hariri, e non passa giorno che i vari Mastella e Gasparri libanesi si insultino e minaccino morte reciproca e fuoco al paese salvo smentire che “il loro supporto non è mai stato in discussione” poche ore dopo. D’altronde, qui come da noi, i giornali dovranno pur vendere e i giornalisti, quelli che non possono permettersi di  dissentire o criticare, dovranno pur lavorare no? E poi, l’opinione pubblica, dovrai avvelenarla e confonderle le idee almeno un paio di volte al giorno no? Meno male che arriva lui, e per un po’ di giorni non si parlerà d’altro che dei nuovi rapporti Libano-Iran. Grazie Ahmi.
Inoltre, dopo un’estate a colpi di oggi non c’è l’acqua domani non c’è la corrente, e il Ministro dell’Acqua e dell’Elettricità che ce sta a fa non si è capito, Ahmadinejjad viene a risolverci i problemi (dato che sono 6 mesi che ci facciamo la doccia a bicchierate ormai siamo anche noi tra coloro che attendono!), e ha detto che fornirà il Libano di petrolio e gas. Oh, meno male. Almeno la prossima volta che andiamo alla Electricité du Liban a pagare la bolletta, sappiamo su quale stipendio verrà accreditata!
E poi  Mahmoud (siamo già amici) viene a rinsaldare il legame coranico tra sunniti e sciiti, ultimamente un po’ in “difficoltà” a causa dell’isolamento internazionale promosso dagli Usa contro Iran e quindi Hezbollah, grazie ai suoi futuri accordi petroliferi con le compagnie di Hariri. D’altronde gli economisti l’hanno sempre detto: make trade no war.
E già che c’è Ahmi con questa visita gliela vuole mandare a dire pure alla Siria. Guarda che il Libano non è solo tuo, ci sono anche io. I miei striscioni sono più grandi dei tuoi. La mia visita è più importante della tua. E si tu puoi pure tenere i tuoi quadri scagnozzi qui tra i Cedri, ma l’unico vero esercito del Libano, quello che tiene testa ai vicini di sotto per intendersi, il Partito di Dio, lo finanzio io.

Certo, non tutti sono contenti ed entusiasti. Il nostro caro droghiere-politologo Michel, dice che Ahmi è “musulmanamente stupido” (intervista di Elena Cozzani). Ma Michel è un maronita di quelli duri e puri, di quelli che non gli puoi nominare i palestinesi e che di scheletri nell’armadio chissà quanti ne ha, e chissà quali tatuaggi tiene nascosti sotto la camicia.
Già perché facendo un rapido calcolo, tutti e dico tutti i libanesi che oggi sono sui 40-50 erano in una qualche milizia. Hanno sparato, ammazzato, sono stati sparati e ammazzati anche loro. Una intera generazione. Non scordiamocelo. Puoi salire sul service (il vero momento sociale del Libano, per chi non l’avesse ancora capito) e il tassista, mentre passi sotto uno dei mille palazzi crivellati, ti dice con gli occhi lucidi di emozione “vedi io da quel tetto sparavo contro gli altri”. Contro chi? “contro tutti! Ho combattuto contro tutti”,  i dice fieramente.
 
E' questo il Libano, spensieratamente armato e perennemente sull'orlo del baratro, dove un service  costa duemila lire, ma ci credo che poi hai bisogno dei cocktail a 15 dollari per schiarirti le idee, e basta davvero una visita in arrivo a sconvolgere i piani? Ci sarà la guerra? Tirerà davvero i sassi? Possiamo uscire sabato sera? Poi come sempre tutto si sgonfierà, come il soufflé quando lo togli dal forno (quando il forno funziona!), e torneremo a suonarci i clacson, a parcheggiarci in quadrupla fila, a farci la guerra con i carrelli da Spinneys.
E per gli striscioni che sono davvero pronti da giorni, beh questa è una consuetudine tutta libanese. Qui ci sono striscioni di ringraziamento per tutti, dall’Emiro dell’Oman al re Saud, dal Kuwait all’Iran, ogni donazione o presidente in visita riceve il suo benvenuto e i suoi 15 minuti di gloria (dipendendo dal traffico) sulla Airport Road. 
Caro Mahmoud, ora tocca a te, libanese per due giorni.

ps. le foto non me le carica manco oggi. chissà dopo giovedì :)

venerdì 1 ottobre 2010

Chi ha ucciso Rafik Hariri

Stamattina, mentre ero allegramente in fila in banca per ritirare il malloppo delle diarie (e poi scappare alle Hawaii, pensavo), mi cade lo sguardo sul megaschermo piatto appeso, appunto per intrattenere i clienti in fila, alla parete di fronte a me, sul quale vengono trasmessi gingles vari, promozioni di conti in banca ed assicurazioni a vita, visi di vecchietti sorridenti (invecchiare felici in Libano?) ecc.
Poi, questa pubblicità: un set fotografico nero, sullo sfondo una bandiera francese, e una signora che dice, con tanto di sottotitolo in arabo, “io sono francese”. Poi nuovo set, bandiera palestinese, ed un ragazzo che dice “ana falestinyy”, “io sono palestinese”. E così avanti per l’America, l’Italia, il Bahrein, gli Emirati, il Canada e tutti gli stati dal Polo Nord a quello Sud. Poi, nuovo set. Bandiera libanese. Ah, ecco, finalmente, mi dico. Il ragazzo dice “ana sunni”, “io sono sunnita”. Rimango sbalordita. Continua la bandiera libanese, appare una ragazza, “io sono maronita”. Poi un ragazzo “io sono druso”, poi una donna, “io sono sciita”, e così via in dissolvenza e voci che si sovrappongono “io sono…, io sono …”. Poi tutto nero e una scritta bianca appare, su questo fondo nero. “Quand’è che inizieremo ad essere libanesi?”.

Ecco, io, in procinto di fare le valigie (definitivamente? Ma sa Allah, lo sa Dio) dopo 9 mesi, una gravidanza piena, nel paese delle bombe e delle discoteche, sono qui che me lo chiedo. Quand’è che saranno mai libanesi? Quand’è che smetteranno di farsi la guerra per un parcheggio, per chi arriva all’aeroporto, per chi ha detto questo e chi non ha fatto quest’altro? Can che abbaia non morde, e non si chiama alla guerra finché non ce, ma ce la dobbiamo proprio tirare “se non è Israele sono gli Hezbollah”, con il solito toto-calendario ed il fatalismo che ormai conosciamo bene?

Me ne vado senza tutte le risposte che ho cercato invano in questi mesi, nonostante libroni di storia, pane e giornali a colazione, la visita a Jumblatt, i consigli del droghiere Michel, e i timori dei miei amici. Nonostante pensassi che il destino mi aveva riportato a Beirut dopo 3 anni di distanza dalle famose bombe del STL per finire ciò che avevo cominciato, cioè capire cosa si muove dietro questo paese.

Niente, non l’ho scoperto. Non ho scoperto come mai questo popolo si è massacrato per 15 anni, per poi passarne alti 20 comandati dai servizi siriani, di cui gli ultimi cinque in un delirio politico senza precedenti. Dal famoso 14 febbraio del 2005, data della bomba ad Hariri, una quantità di tritolo pari a quella della strage di Capaci, nulla è come prima, anche se ci si sforza a volerlo far vedere. Tanti altri morti, politici, figli di, ma anche giornalisti ed intellettuali illustri (due per tutti: Samir Kassir e Gibran Tueni). Tante spie pro o contro arrestate. Tanti comizi da posti nascosti destinati a creare scompiglio. Le famose imputazioni che scateneranno l’ira di Hezbollah. Tanti piccoli cortei pacifisti che si sciolgono come la neve al sole e tanti libanesi stanchi e incazzati. Ma soprattutto stanchi.

Me ne vado senza scoprire perché e per come ancora nulla è risolto, perché qui non basterà un cambio generazionale, considerando che i figli prendono il posto e l’onore dei padri. Non ci sarà un movimento dal basso, una rivolta popolare, perché il popolo non esiste e i singoli sono troppo occupati a lustrarsi il Suv, a stirarsi i capelli, o a farsi i cavoli loro. Tanto “qui funziona così non ci possiamo fare niente”.
Qui, nel paese paradiso dei conti bancari, dove girare un assegno anonimo è più facile che trovare parcheggio in un deserto, funziona che se finisci il gas devi aspettare l’omino che passa per strada un giorno sì e uno no, e beccarlo quando è sotto casa tua. Sennò aspetti due giorni. Funziona che devi stare attenta a ciò che fai e a come lo fai, anche se è tutto normale, perché altrimenti finisce che qualcuno ti manda dei film porno, o ti chiude il rubinetto dell’acqua. Funziona che se vuoi arrivare a destinazione e senza discussioni chiami un taxi privato. Che se sei senza acqua chiami un privato a pagamento che ti riempie la tanica sul tetto, mentre continui a pagare la bolletta ad un ministero che serve solo a pagare gli stipendi. Funziona che vai a mangiare il sushi a Gemmayseh, ma poi la gente (quale? Da quale quartiere?) scende in strada per il prezzo dell pane. Funziona che salta la corrente perché tutti si attaccano al tuo generatore, ma poi vuoi l’aria condizionata d’estate. E se si rompe qualcosa chi chiami?

Non ci sono pagine gialle, servizi pubblici, rivendite autorizzate, imbianchini o idraulici. C’è il portiere del palazzo di fronte, o il parcheggiatore, o l’amico del droghiere, o schiere di manovali egiziani o siriani tuttofare per un nulla al giorno. Ma dipende dalla zona in cui abiti, mica puoi chiamare uno qualunque. A Furn el Chebbak non funziona come ad Achrafieh. È tutto un chi conosci, da dove vieni, che lavoro fai. Per identificarti meglio. Poi arrivi tu con il tuo zaino e la voglia di fare il Lawrence d’Arabia o la Condoleeza Rice della situazione e pretendi di romperli sti schemi. Di far togliere il velo a tutte le donne della Bekaa, senza pensare che il velo è l’ultimo dei loro problemi, considerando che anche quando hai le tette finte gli uomini si sentono liberi di prenderti a botte o mandarti messaggi minatori solo perché li hai contraddetti. Poi pretendi di far lavorare insieme maroniti e palestinesi, quando nel Virgin Store del quartiere scicchissimo e maronissimo di Achrafieh se chiedi un libro su Sabra e Chatila ti rispondono stizziti “che non hanno questo tipo di libri”, puoi sceglierti un Ipod se vuoi. Pretendi di avere le tue carte firmate in tempo, di avere i contratti in regola. Pretendi di non farti fottere perché tu mica sei un ingenuo. E si vede che non hai imparato la regola d’oro della sopravvivenza libanese: “fotti gli altri prima che ti fottano loro”.

Me ne vado stanca, triste, con un cuore grosso così e uno stomaco striminzito, sarà che ormai ho preso tutti gli antibiotici del mondo ma sto virus libanese non se ne vuole andare. Me ne vado arresa anche io all’evidenza che “non si può cambiare” e quel poco che abbiamo cambiato presto tornerà come prima. Zeina, Jammal, le donnine di Sana o quelle di Assindyan, che continueranno a vendere le melanzane sott’olio al mercato biologico con un entusiasmo che a noi fa solo venire un nodo alla gola. Me ne vado con l’impotenza di non poter far venire i miei amici libanesi in Italia, se non hanno un lavoro contrattato a tempo indeterminato e 20mila dollari sul conto perché se non hai le tue wasta, le tue conoscenze, arabo sei ed arabo rimani. Me ne vado incazzata per averci creduto, che qualcosa si poteva cambiare, e mi faccio consolare dai miei amici, che la lezione l’hanno imparata sulla loro pelle molto prima di me, e mi dicono “che è così”, che loro la speranza in un Libano fatto di libanesi in cui qualcosa funziona, dalla corrente agli autobus, l’hanno persa da tempo. Ma non demordono e vanno avanti. E anche io, con il mio virus intestinale forte e robusto, allora mi riconforto e so che tanto prima o poi torno. Devo scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri.

La foto oggi proprio non me la carica.

venerdì 13 agosto 2010

Ramadan Karim


Per chi abita nel colorato e vivissimo quartiere di Hamra, nel popolare Basta, nel lussuoso Verdun o nella tradizionalissima Dahyeh, l’area di Beirut Sud (quella tanto cara ai caccia israeliani) che include anche i nostri amati campi profughi, in questi giorni non può non essere svegliato alle 3 di mattina circa (dipende dai fusi orari) da un omino simpatico vestito di bianco (cit. Polin) che scampanella e, appunto, ti sveglia.


Non è un pazzo, (pazzi? in Libano? dove?), ma il mousaharati, e ti sveglia per mangiare il suhur, il pasto da consumare prima che sorga il sole. Il successivo, l’iftar, sarà al tramonto, quindi è bene che ti svegli e mangi e bevi per bene perché poi la giornata a 40 gradi ti aspetta.


È iniziato anche quest’anno il Ramadan, il nono mese lunare del calendario islamico. È iniziato sotto le stelle di San Lorenzo, sarà un benaugurante segno astrale, e in una città dove il moderno si mischia all’antico e la frenesia e il consumismo sono pane quotidiano, fa specie sapere che invece una parte (consistente) di questa città si ferma. Succede quando sei in una città multietnica,  multireligiosa, multipla che a volte nemmeno te ne accorgi ("ma no che non è Ramadan! Io ho mangiato al ristorante!" cit. Papaia).
Il Ramadan è il mese della purificazione e della spiritualità, e per questo ci si astiene dall’alba al tramonto non solo da cibo, bevande, sesso e sigarette (e alcuni integralisti persino dal profumo!), ma anche dalle discussioni violente e dai litigi. In un paese come questo ti verrebbe da pensare che sarebbero solo rimandate al 9 settembre, data dell’Eid al Fitr di quest’anno, la festa di fine digiuno. E invece, dopo qualche attacco di panico-guerra, i discorsi di Nasrallah, il caldo a 50 gradi, sapere che per un mese tutti si rallenta e ci si mette a riflettere, beh ci sta. E allora siamo tutti in Ramadan, anche noi qui dal cristianissimo Furn el Chebbak, il quartiere che della nostra base/ufficio, pullulato di madonnine e candelotti ad ogni angolo.


Quando il sole tramonta, si rompe il digiuno con un bicchiere d’acqua, o un dattero, poi si prega, e poi ci si mette a tavola. Si inizia con la zuppa di verdure, “chorba”, che così non fa male allo stomaco, e poi l’insalata nazional-libanese, il fattoush. Il Ramadan, come la cristiana Quaresima, è un mese di magro, quindi di solito si mangiano poi riso e verdure, a meno che non venga qualche ospite speciale, per il quale si cucina la carne. A fine pasto c’è la corsa per il caffè! Il prossimo sarà domattina alle 3 ed è da stamattina alle 3 che tutti lo aspettano!


Basma, la tuttologa in islam nonché “Hajja”, cioè colei che ha già compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, mi spiega che al digiuno ci si avvicina gradualmente, e i ragazzi iniziano con “mezzo digiuno”, uno spuntino alla mattina e poi solo acqua fino a sera, un po’ quello che ho fatto io oggi per prepararmi alla cena. Se poi durante il Ramadan ti ammali, hai le mestruazioni o non puoi digiunare, recuperi i giorni durante l’anno.uQmmmnhhhg

Ognuno ha i suoi riti, la sorella mangia solo formaggio ed insalata, la mamma mangia da sola alle 11, la sera poi si prega insieme o si legge il Corano. O si guardano le soap-opere egiziane o siriane in tv, una per tutte “Bab el Hara” ormai giunta alla 5a serie. Io che non guardo tv da 8 mesi ormai darei un rene per vederla!!


E così tra un dattero e un bicchiere di tè penso alla città dei pazzi che per qualche settimana sarà meno frenetica, meno trafficata (alle 7 di sera, orario di fine digiuno, le strade di Beirut sono vuote. Si rianimeranno dopo le 10), meno chiassosa, meno litigiosa. Ci vorrebbe un Ramadan tutto l’anno qui in Libano, inchallah.

giovedì 29 luglio 2010

Adeus adeus Borj el Barajneh


E ti svegli una mattina che al campo non ci devi più andare perché è finito tutto.
E sì, i dieci giorni fatidici sono volati che non ce ne siamo nemmeno accorti. È stato un attimo: gita, capoeira, fotografia, questo e quello, pronti per la festa, via, è finito. Armi e bagagli, chiudi lo zaino, dentro panni più sporchi che mai, e tutti sul bus direzione Beirut.

Una di quelle esperienze talmente brevi e talmente intense e belle che ti chiedi si siano esistite davvero, no perché stamattina l’ufficio mi sembrava tale e quale a come l’avevo lasciato due settimane fa. La tazza sporca (lontanissima dal pc), la montagna di fogli, le penne sparse, e il muro che sembra un patchwork di schede, programmi, dati personali, budget, che ho iniziato ad appendere due mesi fa, quando è iniziata la preparazione e ora mi fa sorridere leggere le schede dei volontari “ma cosa ti aspetti dal campo” ecc dopo che per 10 giorni hai respirato insieme, tu, Zeina la vicina con il suo piccolo pestifero Jammal, e tutti i profughi del campo, inclusi anche gli operai siriani che ci sbirciavano dai loro cantieri mentre ci cambiavamo. Hiba l’aveva detto, nel campo c’è un’intimità che non dimenticherete. Nel bene e nel male.

Non so da dove iniziare. Dalle cucinate comunitarie di pasta, maccheroni e frittate che dal piatto finivano per aria, troppo strana da mangiare, troppo bella da tirare, o di riso e pollo e mandorle e spezie, che parla come mangi – e qui abbiamo mangiato un sacco – e dovevamo pur imparare&insegnare qualcosa ai fornelli, noi e le maestre panciute e riccamente velate che invece la parmigiana di melanzane, e soprattutto il tiramisù (niente domande su uova fresche e mascarpone in Libano, siamo tutti vivi) hanno decisamente apprezzato.
O dalle “mani abili”, disegni di plastilina, collane di pasta (pasta! Ditini rigati, fusilli…) colorata, maschere veneziane che ieri esponevamo orgogliosamente ai nostri colli e polsi.
O delle gite al fiume con i bimbi, e al mare “palestinese” con le maestre, serata passata a ballare, cantare (noi abbiamo intonato un rigoroso e religioso Bella Ciao), mangiare cocomero e farci domande sulle nostre vite. Che quando ricapita di incontrare dieci ragazze palestinesi con una grinta e una scorza da far tremare!
O forse no forse vi racconto della capoeira. Portare i bambini in strada nell’unico spiazzo del campo, che altro non è che un incrocio di strade, 4 metri per 4, quando in strada di solito “non si sta”, quando tutti e dico tutti ti guardano dalle finestre, e tu sei vestito di giallo e verde che sembri un pappagallo, suoni uno strano bastone e un tamburello e fai le acrobazie (non io ma il gentilissimo Mestre Calango da Los Angeles, io facevo il pappagallo), e 50 paia di occhi ridono e imparano “Ai ai ai ai!”, e allora te li prendi uno ad uno, questi piccoli nanetti vissuti che sparano calci e portano mitra giocattolo, e gli fai vedere tu. Che puoi tirare calci divertendoti e senza fare male. Fino a che non arriva l’imam che ti dice che è ora della preghiera, e allora la reunion si scioglie, i ragazzetti coi motorini se ne vanno, i negozianti tornano a vendere patatine e succhi di frutta dai colori più improbabili (il finto chinotto e la sprite blu fosforescente hanno lo stesso sapore, ho fatto una lunga indagine di mercato in questi giorni) e la signora tutta velata ti chiede “Boukra”? anche domani? Vi racconto che per la prima volta bambine e bambini giocavano insieme? Certo, c’eravamo anche noi. Certo, non erano molto convinte di fare la ruota in gonnellina (“si dice AU’ non ruota!”), ma alla fine in roda ci sono entrate, con i loro fermagli rosa e le scarpine con i brillantini.

O forse vi racconto del corso di fotografia. 10 paia di occhi, di bambine un po’ più grandi stavolta, e 10 paia di mani in giro per il campo, ad imparare ad usare una macchina fotografica per esprimersi. Fotografa 5 cose che ti piacciono del campo, e 5 che non ti piacciono. Non so se ci si rende conto di che vuol dire andare in giro per un campo profughi in 15 con 15 macchine fotografiche, a girare nei vicoli ed entrare nei negozi, nelle case  fotografare immondizia, scarafaggi morti, lavori in corso, fogne e schifezze varie, ma anche la mamma e il papà, il negozio di dolci, la coperta con gli orsetti, le piante, in un campo profughi, il luogo “chiuso”, per eccellenza. Dire che è stato un successo, culturale, non rende l’idea.

Nessuno, noi per primi, voleva che ce ne andassimo. Dopo 10 giorni ti dimentichi che ti devi fare la doccia, che la fogna puzza (“oggi il campo non puzza poi così tanto”), il tuo intestino ormai è più saldo che mai. Saranno le palate di riso bollito di depurazione. E dopo mezza giornata già mi manca Zeina, la vicina bellissima con i pupi più discoli che mai, che la sua terrazza confinava praticamente con la nostra e quindi bastava scavalcare per fumare il narghilè insieme o farci le decorazioni con l’henné. E già mi ha telefonato oggi, per invitarmi all’Eid al Fitr, la festa di fine Ramadan.

Ce l’abbiamo fatta a lasciare un segno, e quello che noi ci portiamo è molto più di un segno, un tatuaggio indelebile, che vorremmo mostrare a tutti quelli che incontreremo. Per non dimenticare.


qui  le foto, come sempre

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mercoledì 21 luglio 2010

Yalla Shebab!


Yalla, siamo partiti con il campo di lavoro, che sono tre mesi che ci si lavora su. E il programma lo puoi aver fatto milioni di volte, ma è solo quando sei lì che ti rendi veramente conto. Di dove sei innanzitutto.

Siamo a Borj el Barajneh, il campo profughi palestinese più affollato di Beirut. 20.000 persone per km quadro 35 gradi di prima mattina, non un filo d’aria tra i palazzi accroccati tra di loro. Il caldo rende insopportabile l’odore delle fogne e del fango che ristagna tra i vicoli, per non parlare dell’immondizia ovunque.
Ma noi siamo ai piani alti, un fantastico (davvero) roof top con vista sui terrazzi degli altri, il primo a pochi cm dal nostri che basta scavalcare per andare a casa di Zeina, la nostra nuova vicina. Non potendo espandersi in larghezza, le case si espandono in altezza. Accanto a noi un palazzo ha cinque nuovi piani pronti, sempra una torta di cemento. L’unico problema è che siamo in minoranza numerica contro gli scarafaggi. Ma presto ci attrezzeremo con polveri, spray e soprattutto ciabatte a portata di mano.

Siamo un bel gruppo. Dai 18 ai 50, dalla Sicilia all’Alto Adige, dai celiaci ai vegetariani non rappresenteremo l’Italia ma la bella gioventù di oggi, zaino in spalla e tanta voglia di cambiare il mondo, sicuramente sì. Il morale è alto, e a parte le prime, normali, vittime intestinali al terzo giorno, battesimo dei paesi arabi, non ci spaventa niente. Siamo una macchina da guerra. Abbiamo schemi appesi per tutto il terrazzo, che è la nostra casa/laboratorio/spazio di vita e di elaborazione mentale. Cartelloni, appunti, mappe ma anche asciugamani, biancheria appesa e chi più ne ha più ne metta. Stiamo meglio che al campeggio.

Di giorno cerchiamo di non farci sbranare da una cinquantina di discoli dalle apparenti facce angeliche, facciamo sculture di plastilina e collanine di pasta colorata, maschere e cartelloni, ma anche danze tradizionali. Dalla pizzica alla dabkeh passando per la capoeira noi il mondo ce lo balliamo tutto. Facciamo lezioni di cucina italiana (domani la parmigiana), lezioni di italiano, gite fotografiche ma soprattutto respiriamo osserviamo viviamo. E dopo due ore ti dimentichi dello scarafaggio (finto) morto, della monnezza ovunque e il campo profughi ti sembra il luogo più normale della terra. Ormai è un’eternità che stiamo lì, un anno no? No, solo tre giorni. 

Di sera, giriamo la città, oppure semplicemente chiacchieriamo, fumiamo il narghilè con i vicini e assaggiamo le specialità locali, che ci portano in quantità. Non dimagriremo, questo è sicuro! E vediamo ancora di più le contraddizioni di questo paese. Alle dieci e trenta, coprifuoco. Niente di pericoloso, solo siamo in un campo profughi, e la sera si sta a casa. Tanto ci sono i vicini a tenerci compagnia.

I ragazzi sono fantastici e al gruppo italico si è aggiunto Humza, paki-londinese di passaggio a Beirut con l’aplomb britannico e lo stomaco duro di quelli che hanno cromosomi del sud del mondo. Sorridente, entusiasta, spensierato, ci insegna l’inglese pure a noi! Ci ringrazia ogni giorno per “averlo accettato a fare questa bellissima esperienza” (?!) e il nostro cuore, così come il nostro stomaco, si allarga ogni giorno di più, e tra un pugno ed un petardo, una fatwa dell'imam del campo in persona (contro la roda in strada!) e un delirio umano che insomma siamo pur sempre in un campo profughi, anche noi ci facciamo la pelle dura. Peccato che tra una settimana sarà tutto finito, ma ora non ci pensiamo. Ora siamo solo all’inizio. Yalla shebab!

giovedì 15 luglio 2010

Sikkar Ya Banat!


Non si è libanesi fino in fondo, e dopo sei mesi lo sei tanto, lo vedi da come parcheggi la macchina (creative parking), fai inversione a U in mezzo all’autostrada con la stessa leggerezza con cui prendi il caffè o e altre fantastiche libanate, se non ti fai la manicure almeno una volta. Alla settimana si intende.

La vera libanese non si asciuga MAI i capelli da sola, ma va dal parrucchiere (e mai con il capello sfatto! Che sembra che la piega l’hanno già fatta). Io per ovvi motivi di lunghezza di capelli, senza piega per fortuna sopravvivo, ma capisco che è dura.
La vera libanese non si mette MAI lo smalto da sola. Va a farsi manicure e pedicure (rigorosamente en pendant, cioè dello stesso colore. Mani, piedi, borsa, scarpe, velo, trucco. Come minimo) prima di andare al lavoro, fuori a cena, in spiaggia (dove notoriamente lo smalto dura 0.2 nanosecondi, e deve essere altrettanto rigorosamente intonato al costume), prima di andare a dormire (intonato al pigiama, alla biancheria da letto), ecc.

Io tre anni fa scovai per caso Amira, elegantissima e simpaticissima signora egiziana in servizio presso un parrucchiere della “scicchissima” Gemmayzeh (ecco, Amira è bravissima tanto quanto il parrucchiere è terrificante. È rimasto agli anni 80 forse… come tutto il Libano d’altronde). Tre anni dopo, Amira è ancora lì, con i suoi asciugamani verdi pistacchio, le cerette multi colore (rosa, verde, le preferite), un set di “attrezzi di tortura/bellezza” (allunga ciglia, pinzette di ogni forma e dimensione, lime e limette…) da far impallidire un chirurgo, e il suo solito sorriso! È bellissima!
Parla solo arabo, con accento egiziano, ma noi ci capiamo. Se non ci fosse lei, parole come “sopracciglia” (hawaghi) o ceretta o altri vocaboli di fondamentalissima sopravvivenza in Libano, al corso non le avrei mai imparate. “Quayes habibte?”, “va tutto bene?”, mi chiede ogni volta, “Na3eeman”, è il complimento che si fa a chi si è appena fatto la doccia/la ceretta/lo shampo/la maschera. Dio benedice la tua bellezza. Vaya con Dios.

A dire il vero, le vere specialità dell’estetica libanese sono due: smalto e sopracciglia.
Le sopracciglia, vero vanto della libanese di ogni ceto e religione, belle da fare invidia, vengono tagliate, sfoltite, accorciate, riempite, ridisegnate, tatutate, ecc. con una perizia geometrica svizzera a seconda della forma del viso, del taglio di capelli, e sono loro che forgiano l’immagine della donna araba bella, severa e imponente. Meglio di una seduta dallo psicologo o di una tavoletta di cioccolata, sei più bella subito. Non c’è pelo che tenga alla pinzetta di Amira.

Lo smalto è il vero must. Amira ne ha un cassetto pieno (dite un colore? C’è) che mi piazza lì ogni volta. Io, come quando vado a mangiare il sushi, ci metto due ore a scegliere, me li guardo uno ad uno, li apro, li conosco a memoria ma me li riguardo. E, sempre come il sushi, poi scelgo sempre lo stesso. Hamra. Rosso. Che dura una vita perché lei fa mille strati che poi nemmeno un bagno nell’acido lo scioglie: strato di base – per non far ingiallire le unghie, il basics (chi non lo fa non si merita manco il rosino sciapito), primo strato di colore, secondo strato di colore, ultimo strato il fissante/indurente/luccicante. È il vero tocco di stile. Dopo, puoi fare la boxe a mani nude o cercare le vongole nella sabbia e il tuo smalto rimane lì.

Ma quest’anno è diverso. Archiviata la frech manicure (troppo out), quest'anno (come confermato dai principali magazine culturali libanesi, uno per tutti, “Mondanité”, una specie di face book dove ci sono solo foto di gente alle feste. Giuro. Inquietante. È il passatempo preferito dei libanesi alle feste – farsi fotografare – e spesso l’unico motivo per andarci. Quando il fotografo di Mondanité se ne va – e di solito sta 10-15 minuti – la  festa è ufficialmente finita, d’altronde che ci stai a fare se nessuno ti può vedere?), vanno il “mandarino” (che sulla pelle “asmar”, cioè olivastra, delle libanesi sta da paura, sui miei mozzarella fingers decisamente meno e fa molto malata itterica), ma soprattutto il “fusha”, come dice Amira. 
E se lo dice lei non puoi che fidarti.

E così ora mi ritrovo con mani e piedi rosa fosforescenti e per fortuna che mi sono comprata l’asciugamano in tinta così non sfiguro da Pierre and Friends, il lido “scicchissimo” di Batroun, il posto di mare dell’estate libanese per eccellenza. E se resisti alle 10 h di sole e musica commerciale a palla ti sei meritato ufficialmente la cittadinanza.

Perché se scoppia una guerra, almeno io ho lo smalto.

lunedì 12 luglio 2010

Sono Pazzi Questi Libanesi?



E così, un lunedì sera di quelli che sei buttata sul divano, troppo caldo per allenarsi, troppo caldo per uscire, per cucinare (manca il gas!), per mangiare, di quelli che è solo lunedì sera e il tuo cervello è fritto dalle mille email e dalle mille cose da fare e la settimana che entra ti terrorizza, guardo che è un mese che non scrivo sul blog. Ohibò.
E che è successo? Che mi sembra tutto normale? Scontato? Che non ho più nulla da raccontare a 3 mesi dalla (presunta) fine, nonostante abbia un programma da tour-de-force di tutto rispetto?

E allora ecco qui, che racconto il mio ultimo mese di vita.

Punto primo, abbiamo archiviato i mondiali. Alè OO. Alla prima partita del Brasile, un mese fa, sembrava avessero vinto la coppa. Motorini parcheggiati in mezzo alla strada “per festeggiare”, bandiere, botti e spari. fino alle 3 di notte. Uscito il Brasile, si è passati alla Germania. Che sterminò gli ebrei, ma qui israeliani ed ebrei sono la stessa cosa, quando invadono e bombardano. E quindi tifano Germania anche gli armeni, dal cui genocidio Hitler prese ispirazione. Curiosa la storia..
Spedalata pure la Germania, si sono scoperti tutti tifosi della Spagna. Che lungimiranza! Bandiere, accendini, magliette, di tutto di più per non perdere il fischio di inizio (ieri sera tutti i bar di Beirut erano stra-pieni, con un charge minimo di 10 dollari), e saltare in tempo in tempo sul carro del vincitore. Succede, quando non tanto non hai una nazionale al mondiale, ma non hai proprio una nazione, e il Brasile tiene unito il Libano molto più del governo del giovane Hariri.

Poi, il campeggio. Ah, il campeggio. Si parcheggia davanti alla tenda, o al bungalow (tetto in legno, perfetto per l’inverno austriaco, un po’ meno per l’estate libanese, a meno che non vuoi fare la sauna svedese), si tiene il suv acceso con la musica a palla. In alternativa, la musica araba dal telefonino, o dall’ipod che, nel silenzio della natura è peggio di un bombardamento. I campeggi sono gli unici posti dove i ragazzi possono riunirsi e dormire fuori e “vivere la loro adolescenza", questo ci commuove e ci fa dormire meglio? No, mi dispiace. La mattina è una passeggiata tra le bottiglie di vodka e di Almaza, i pezzi di pollo avanzati dal barbecue notturno, una meraviglia della natura. Ma perché, mi chiedo, perché non esiste nessuna cultura nessuna del bene comune? Dell’esistenza dell’altro? Del fatto che puoi fare qualcosa per la comunità senza rimetterci, senza paura che ti freghino gli altri per primi? Ma dico io cosa ti costa buttarle nel secchio, spegnere la macchina o smettere di sentire musica alle 5 di mattina? È che non è cool? Basta questa spiegazione? 

Sarà per questo che non ho scritto, perché dopo 6 mesi, anzi dopo 3 anni, che sono qui sono incavolata con loro. Che, come dice la Tere, in un mondo spietato, mi sono scoperta spietata e incazzata anche io. Con i Libanesi che ti investono con la macchina per arrivare primi, parcheggiare primi, passare primi. Che ti suonano col clacson, sempre e comunque, ancora prima che attraversi. Che sfilano ai supermercati con le loro schiave asiatiche e ti spintonano per prendere il pomodoro più rosso. Che ti devono sempre e comunque fottere sul taxi, quando non ti mettono le mani addosso. Che sono sempre in malafede, perché hanno paura che qualcuno arrivi prima di loro e gli rubi i cinque minuti di gloria, e allora mille ombrelloni a mezzo metro dal mare così nessuno mi passa davanti, mille eco-mostri di cemento costruite sulla roccia così nessuno mi costruisce davanti, e così via. Ora sono gelosi degli europei che gli portano via le donne (o gli uomini), domani dei sauditi che hanno la precendenza al valet parking, e via dicendo.

Ma perché sono così incazzati e rancorosi da non vedere gli altri, da non vedere quello che c’è oltre al loro singolo io? È il prodotto della guerra? O forse la guerra, la guerra civile, quella di cui non si parla, perché ora la guerra è quella di Israele, come se 33 giorni possano sostituire 15 anni nella memoria collettiva, ed evidentemente è così, insomma dicevo evidentemente la guerra è nata su questi meccanismi che già c’erano, dato che lo stato libanese non è mai esistito, e li ha perpetuati, sviluppando un senso di sopravvivenza da “homo homini lupus”, come dice Thomas Friedman nel suo fantastico “From Beirut to Jerusalem”. Paradosso dei tempi: durante la guerra un ebreo poteva vivere a Beirut, ora lo appenderebbero e spellerebbero come hanno fatto con il violentatore siriano qualche mese fa.
E a che servono i Laique Pride, le sfilate, le campagne contro lo sfruttamento del lavoro domestico, quando poi, finita la marcetta (scendo solo se c’è abbastanza gente, “mi si nota più se vengo o se non vengo”) si torna tutti alla nostra vita raffreddata dal condizionatore non sia mai sudassimo e chissenefrega se salta la corrente?

C’è voglia di vendetta, di rivolta, di attaccare brighe. O semplicemente di mettere l’ultima parola e piantare la bandierina, del vincitore. E io l’ho messa per prima miei cari.

Allarme Libano. Si respira una brutta aria qui a Beirut, brutta, polverosa e inquinata.

lunedì 14 giugno 2010

Waka Waka Africa


Ci siamo. Mancano meno di 24 h alla prima performance degli undici in mutande bianche, come direbbe il mio guro blog-letterario Zucconi.
Ma qui da mo’ che ci si prepara. Il mondiale in Libano è iniziato due mesi fa.
Bandiere di ogni nazionalità, inclusi paesi sconosciuti che non hanno manco una under 21 di tiro al piattello, sventolano da circa marzo in tutta la loro tamarranza da ogni tipo di macchina, dal suv con i vetri oscurati alle carcasse sgangherate eco-enemy. Molti, sarà l’amore per il mondo o la furbanza libanese, di bandiere ne hanno messe due, tre, cinque, insomma così stiamo sicuri.

In testa, c’è sempre il Brasile. Ho visto macchine colorate di verde e giallo, sciarpe, lustrini, adesivi, cappellini (anche l’autista in tinta). Carretti acchittati di tutto punto, Brazil-points sparsi in giro per la città. In realtà non siamo a Beirut, ma a Copacabana.
Segue lei, L’Italia S’è Desta. D’altronde siamo o non siamo i campioni del mondo? E insomma ci fa un discreto piacere. Magliette azzurre spuntano in ogni dove, bandierone pendono da un terrazzo all’altro in stile Bella Napoli, vespini e cinquecento strombazzano orgogliosi. Noi tifiamo tutti Italia, mi dicono tutti quelli che incontro. Sì peccato che ogni volta che l’Italia vince il mondiale Israele invade il Libano. Comunque state tranquilli, gli dico, quest’estate non arriverà nemmeno una bombetta. Non c’è rischio.
Seguono, a pari merito, l’Argentina di Diego (seee quest’anno siamo tutti bravi a tifare Argentina) e… la Germania (stasera botti e boati), che se tifata qui ha un certo effetto inquietante. Capisciammé.
Televisori, paraboliche a scrocco, fili volanti e canali rubati sbocciano dal nulla, e quando la città è al buio e il generatore si usa per tenere acceso la tv, quando sfumacchiando il narghilè ti guardi la partita dell’Australia, ti rendi conto che il Dio Calcio può quello che nessuno riesce. Tenere insieme drusi, sciiti e palestinesi. È questa la globalizzazione.

Il pensiero-incubo di questi giorni è lui: dove andiamo a vederla domani? Chiaro che se perdiamo cambiamo posto, compagnia, amici, paese. Nuotiamo fino a Cipro, se servisse a qualcosa. È che a noi sta nazionale manco ha cominciato che ci ha fatto già scendere la uallera. “So’ tutti della Juve” nota astutamente Marta la toscanaccia-evviva-la-Fiore. Ma che ce frega, dice Enrico, andiamo da Imad a vederla che scrocchiamo lo spritz (unico posto a Beirut. Effettivamente..). No, dice Rocco, la partita si guarda a casa, in canotta mutande e birra Peroni. Qui di birra c’è solo l’Almaza, ma va bene. Ce la stiamo facendo andare bene da sei mesi alla fine... E poi in frigo ci sono sugo alle melanzane e cocomero. Chi è più Italiano di Noi?
Appunto, è che se non fossimo Italiani All’Estero, ansiosi di mostrare la nostra italianità come mai prima, ormai stufi del pane prensile e del pappino ai ceci, pronti ad uccidere per una fetta di prosciutto, insomma noi la boicotteremmo sta nazionale. Primo, perché già ce fa venì sonno. Secondo, perché è lo specchio del nostro paese. Che guarda all’indietro, che gioca in difesa. Che guarda al gel nei capelli ma poi apre bocca e, per carità, perde l'occasione per stare zitta. Siamo noi, e vorremmo fare tutto tranne che vederci così, spiattellati in mondovisione, in tutta la nostra piccolezza e meschinità.

Ma forse quest’anno, se usciamo subito subito in sordina, tra due settimane sei miliardi di persone si saranno già dimenticati di noi. Sentiamo i boati degli stadi, è il primo mondiale (sud)africano, vincerà una squadra del sud del mondo, ce lo sentiamo.
This time for Africa, lo dice anche Shakira.

Insomma, noi siamo pronti. Waka Waka Africa.

lunedì 10 maggio 2010

SpariVari




Ti ricordi di non essere un paese normale quando leggi sul giornale che “in occasione delle elezioni municipali a Beirut ci sarà il coprifuoco”. Ottimo. Nel caso te lo fossi dimenticato in questi quattro mesi di spiaggia, piatti di falafel più grandi del mondo, berimbau e serate in allegria, no, non sei in un paese normale.

Non sei in un paese normale quando un operaio siriano, qui sinonimo di scartafaccio tutsi, violenta due ragazzine in un paesino del sud e i compaesani lo linciano a sangue ed espongono il suo corpo appeso, come un manzo in macelleria, alla pubblica gogna nella piazza del paese. La polizia arresta due dei “linciatori”, e la folla si ribella e controattacca la polizia.  Giustizia paesana.

Non sei in un paese normale quando le elezioni municipali dei Mokhtar, dei sindaci, che in un paese dove tutto si fa e si decide a Beirut e già casa mia, Furn el Chebbek, a 10 min a piedi da Gemmaiseh è considerata Monte Libano, contano meno di un calzino, sono “spalmate su un mese”, ieri Beirut e la Bekaa, la settimana prossima il Sud, a fine mese il Nord, due domeniche fa il Monte Libano, per evitare scontri, e dove un turnout del 21% è considerato un successo, e permette la solita affermazione dei drusi lì, dei falangisti qui, degli hezbollah&co. laggiù, ecc.
Beirut è tappezzata di facce sorridenti che dicono “votami votami votami”, ma a che serve quando sai già chi voterà chi. Che il suo voto provenga da uno sciita, o da un cristiano, il fantastico sistema elettorale libanese permette che in quella circoscrizione, guarda caso disegnata a regola d’arte apposta intorno a tale comunità, esca solo e soltanto quel candidato di quella lista. Qualcuno, nel 1800, chiamò questo sistema, per nulla nuovo insomma, "Gerrymandering".

Non sei in un paese normale quando ti addormenti al suono degli spari, che siano fuochi d’artificio o raffiche di mitra poco importa, ti ricordi di quella bomba che esplose proprio dietro casa tua tre anni fa, il tuono più grande della tua vita, i muri che tremavano, il respiro interrotto per due lunghissimi minuti, le lacrime strozzate in gola, “Welcome to Lebanon” porcaputtana. E tre anni dopo basta una serata di sparacchiate a ricordartelo. Perché alle 10 di sera ad Achrafiyeh, roccaforte cristiana chic, una sorta di Parioli de noantri, già si festeggiava “il trionfo” elettorale (urne chiuse alle 7, lo scrutinio più veloce della storia). Come? Sparando in aria, picchiandosi per strada. “Welcome to Lebanon”.

“C’è del rancore sociale, Seppia”, dice Stanis di Boris. Eccome se ce n’è. 
Tra un librone di storia e un articolo su internet, nella mia bulimica fame di capire come cazzo funziona questo paese e cosa passa nella testa delle persone, non riesco a non pensare che sia tutto collegato. I palestinesi, le tette di plastica, gli scannatoi in piazza, gli spari e i suv con i vetri neri. E ancora, le banche che riciclano denaro da tutto il medio oriente, i cementifici, Gemmayseh vecchia, con le sue case antiche, soffitti alti e balconi in ferro battuto, che scompare sotto le ruspe e nuovi edifici freschi dei migliori studi d’architettura del mondo (e felicemente finanziati da Sauditi, Kuwaitiani, ecc. ecc.) che spuntano come funghi, luccicanti e deserti, mentre l’Altra Beirut, quella dimenticata dalle mappe geografiche, per non parlare dell’Altro Libano, quello dei veli, dei service, dei denti storti e delle contadine analfabete, continuano la loro vita polverosa, tra tagli di corrente e pulmini scassati.

Un patrimonio storico e culturale che scompare, una generazione costretta all’oblio, ad ingoiare le macerie di questa guerra civile innominabile, ed ad affrettarsi alla “modernità”, che la concorrenza mondiale è spietata. Avanti chirurgia plastica, macchinone, grattacieli. Il resto facciamo finta di non vederlo. Ma non funziona così, le macerie, come bolle d’aria sott’acqua, tornano fuori, e scoppiano, e le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti.

Buonanotte Beirut, gli spari mi mancavano. Ora sì che mi ricordo perché ho deciso di tornare.
 
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