sabato 20 ottobre 2012

La Rabbia e il Disgusto


Uno schiaffo in faccia. Ecco cos’è stata la bomba ad Achrafiyeh. Non un pugno nello stomaco, non un nodo alla gola, ma uno schiaffo in faccia. Certo meglio uno schiaffo che ti arriva da un sito di news mentre sei comodamente seduto sul divano di casa, che essere risucchiati da un’esplosione e vedere uomini che cercano in giro pezzetti di te e trovano prima un braccio, poi un brandello di vestito. O forse non trovano più niente.

Ma è così. Un insulto alla nostra fiducia, alla nostra voglia di vivere. Dico nostra perché dopo due anni e mezzo nella Terra dei Cedri, con tanto di residenza e libretto blu, lo sapete, libanese mi ci sento ancora eccome. E come tutti i libanesi, ora sono arrabbiata, tanto, e disgustata, altrettanto.

Hai voglia a provare a vivere una vita normale, ad andare al mare il sabato come se niente fosse, a sorridere ai checkpoint inutili che fioriscono nel cuore della notte mentre torni a casa e pensi “è tutto normale”, a fare finta di non vedere la pistola che esce dal tizio seduto accanto a te nel taxi. Ma come fai a vivere lì, mi dicevano i miei amici, non vedi che è pericoloso. E mi sembravano tutti esagerati, e lo penso anche oggi, se non fosse che quei 30 chili di tritolo messi in una macchina a 100 metri da casa mia ci hanno riportato alla realtà, schiaffeggiandoci in pieno e facendoci sentire tutti dei gran cretini, presi in giro alla grande. Però certo che vivi normalmente. Che fai, stai chiuso in casa ad aspettare la prossima esplosione, la prossima uccisione, la prossima guerra? No, la forza dei libanesi, che spesso è scambiata per superficialità, è questa. Chiamala negazione, chiamala come vuoi, ma è il nostro scudo di difesa contro questi idioti terroristi, chiunque essi siano, che hanno deciso di giocare le loro guerricciole di potere sulla pelle di gente che, con tutti i suoi scheletri nell’armadio, le sue colpe eppure il suo bisogno assoluto di normalità, cerca di vivere una vita dignitosa, forse anche illusoriamente felice, pur sapendo di vivere in un posto tutt’altro che felice. Noi non facciamo il vostro gioco. 

Per la prima volta, dopo questi anni passati ad analizzare-leggere-studiare questa inutile guerra civile silenziosa, forse oggi non mi interessa più sapere che la vittima designata era un altro pedone della macabra scacchiera Hariri, forse non mi interessa spiegare che queste sono le ultime cartucce di un regime siriano ormai al collasso, che deve fare piazza pulita prima di crollare e perdere così il controllo di due paesi con una fava. E forse un giorno pagare per gli orrendi crimini che ha commesso, inchallah.

Perché chiunque siano stati, qualunque cosa abbiano commesso, haririanihezbollianicriminalipassantidestraesinistra, da ieri sera ci sono otto famiglie che piangono, e qualcuno dovrebbe andare a spiegare loro perché. Perché come dice Lami, che ha sentito l’esplosione dall’ufficio e ha il cuore lacerato, “ti auguro di non tornare mai più qui, e mi auguro di andare via presto anche io perché preferisco morire per una causa, non per un’autobomba”. 

Io dico che allora è meglio vivere che morire, per una causa. E noi che vogliamo vivere, siamo molti più di voi, stupidi terroristi.

venerdì 21 settembre 2012

"From Beirut to Jerusalem"


Alla fine di due settimane di risucchio psico-fisico-emo-neuronale (la mensa del Bit non ha aiutato.. mensa del S. Anna con la cuoca che ti controllava se avevi sgraffignato una mela in più del dovuto, dove sei?) in questo scicchissimo quanto algido campus di Torino, la città più underground d’Italia, quella con Giancarlo ai Murazzi, per intenderci, finalmente lo posso dire.

Come il titolo del best seller, and one of my favourite, di Thomas Friedman, “From Beirut to Jerusalem”. Eccomi.
Quando lo lessi qualche anno fa, mi venne da ridere. Pensavo che Tom (Friedman) lo avesse scritto apposta per me. Ma ero ancora tra i Cedri, a leggere i mattoni mediorientali tra cactus e tè allo zenzero, e mai avrei immaginato il ritorno in Terra Santa, come nelle migliori crociate dei film di Indiana Jones.

Il mio amore con il Medio Oriente cominciò nel lontano agosto del 2005 sulla terrazza dell’Hashimi Hostel, con una vista sulla Cupola della Roccia da mozzare il fiato a qualsiasi cecchino russo privo di cuore. Forse entrai anche in trance. Jafar, il padrone dell’ostello, mi fece dormire sul tetto, perché non poteva mettermi, haram!, con i maschietti nello stesso piano, ed io alle 4 di mattina ero sveglia come un mandrillo ad ascoltare il muezzin ed ammirare l’alba chiara sulla Spianata delle Moschee.
Poi venne il periodo dei cedri, i visti Hezbollah, il mio Limbo Libanese, che ti assorbe a 360°, e tu guardi la mappa del mondo e vedi che a sud c’è la “Palestine” e sorridi, mentre pensi di essere su una tavola di Risiko. Le mie due città preferite del mondo. Così vicine così lontane. Cento chilometri e mille muri in mezzo. Ma ce la possiamo fare ad abbatterli. Basta solo volerlo.

From Jerusalem to Beirut, and from Beirut to Jerusalem. La ruota della vita che mi riportò a Beirut dopo due anni dalla prima volta (devo ancora scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri), ora mi riporta di nuovo Back to the Future. Destinazione: la Città della Pace. Quella in cui il venerdì pomeriggio ti siedi al caffè di Jaffa Gate ed osservi gli ebrei Haredim correre verso il Muro del Pianto, mentre inizia lo Shabbat, al suono del Muezzin che canta la preghiera del Venerdì sera, ed orde di pellegrini russi e polacchi si cimentano con le stazioni della Via Crucis. E pensi che forse ieri sera hai mangiato troppo hommous ed hai le allucinazioni, perché fino a ieri eri all’Ikea a scegliere un tavolo dal nome impronunciabile e oggi pensi di essere nel pieno del libro dell'Apocalisse.
Il Minestrone del Medio Oriente mi ha risucchiato ancora, si vede che ce l’ho scritto in fronte che, come canta Jovanotti, “Questa è la mia casa”, più della casetta pignettara dalle sedie “fusha” come lo smalto di Amira e il divano viola da sbraco dopo la sambata brasileira. Sarà che con i geni mediterranei ci nasciamo, e non c’è verso di toglierli, perché ci nutriamo tutti a pomodori ed olio di oliva. Sarà che la civiltà, come dice il buon Jared Diamond, è iniziata dal Crescente Fertile e siamo tutti un po’ arabi un po’ ebrei un po’ etruschi un po’ sumeri e fenici e basta guardarci negli occhi e capisc’ ammè.

Ma a me viene da ridere. Che per tornare a Jerusalem dovevo aspettare di vincere il concorso dei mega nerd di Ban Ki Moon e ritrovarmi per due settimane ad imparare come si scrive il discorso perfetto e come si fa la presentazione perfetta, mentre aspetto solo di sedermi sui gradini di Damascus Gate, al tramonto, ed osservare la luce dorata che si riflette sulle pietre bianche della Città Vecchia, mentre intorno i mercanti palestinesi ti riempiono di felafel appena fritti, knefe fumante, e urla di calzini e pentole a buon prezzo.
Rientro, se inchallah il paese di David e Golia mi concede il visto, probabilmente aggiungendo l’ennesimo Servizio Segreto alle mie calcagna, con un ingresso in grande stile, sempre dalla incantata porta di Damasco. Folgorata, come fu San Paolo, e trionfante, come Saladino.

Beirut & Jerusalem, I love you.

 qui le foto della mitica *Filastin Horra*

sabato 28 gennaio 2012

La Regola della Faccia

Esempio Uno. Più o meno un paio di anni fa, durante la formazione pre-partenza, io ed i miei compagni di Servizio Civile facemmo un gioco di ruolo veramente interessante. Dovevamo camminare per la stanza, sparsi, liberi individui che non si conoscevano, come se stessimo passeggiando per la città. Ad un certo punto ci sarebbe stato detto che c’era un criminale tra noi, un assassino, non fermatevi, continuate a camminare, ma adocchiatelo, l’hai individuato? E poi, ancora, continuate a camminare, cercate qualcuno di cui potete fidarvi senza farglielo capire, mettetevi dietro di lui, lui (/lei) vi proteggerà da quell’altro brutto criminalaccio.
Ci mettemmo un po’ a capirlo. A capire quali erano i criteri per i quali qualcuno aveva scelto di rifugiarsi dietro le mie spalle e perché invece qualcuno mi aveva identificato come criminale.
Esempio Due. Ogni volta che passo ad uno dei tanti checkpoint in città (diversi dai checkpoint regolari sulle autostrade) mi domando se i soldati stiano cercando qualcuno in particolare, a volte vedo SUV accostati, a volte le carcasse scassate dell’anteguerra di cui i tassisti sono tanto orgogliosi, e non so darmi una spiegazione precisa. Ad ogni checkpoint, e in Libano ce ne sono un bel po’, la fatidica domanda: mi fermeranno? Non sono mai stata fermata.
Esempio Tre.  Il nostro droghiere di fiducia ha ucciso un uomo a bastonate. Per legittima difesa, per provocazione, non so, sta di fatto che è successo. E ora, rilasciato dalla prigione, chiude bottega e la riaprirà da qualche altra parte, per sfuggire alle vendette incrociate. Ma "a noi sembrava tanto una brava persona".

E’ questa la Regola della Faccia. La regola che mi dice che tu mi sembri qualcuno di cui ci si possa o non possa fidare. La regola per la quale un criminale biondo con gli occhi azzurri, o magari donna, è più inverosimile rispetto ad un criminale nero barbuto (“se non fai il bravo arriva l’uomo nero”). La regola per la quale ciò che è sconosciuto ispira per forza paura piuttosto che curiosità. Lombroso non si era inventato niente, insomma. Si vive per difenderci.
Rispetto alla mia ricerca antropologica libanese, capire cioè come sia possibile passare da “la Parigi del Medio Oriente” a massacrarsi tra vicini di casa, di quartiere, di scuola, dopo secoli di convivenza, e vendicarsi per decenni, non so se la regola della faccia possa essere la spiegazione. Di sicuro non è la sola. E di sicuro gioca un ruolo forte. Quel ruolo per cui fino a un minuto prima siamo amici, facciamo affari, i nostri figli giocano insieme, ed un minuto dopo non ci fidiamo più, è arrivato l’odore della guerra, imbracciamo i missili e iniziamo ad odiarci, non importa tutto il resto. E ci marchiamo per sempre, perché vent’anni dopo tu sarai sempre quello che “ha ucciso mio figlio”. La tua faccia io non me la dimentico.

Vent’anni dopo la fine della guerra civile in Libano, the “Lebanese War”, come la chiamano per distinguerla dalla “Israeli War” del 2006, ci sono ancora facce che non si fidano le une delle altre. Perché la sofferenza è stata ed è talmente grande, ed irrisolta, che su qualcuno dovremo pure scaricarla, nel modo più immediato possibile. Il resto, sono conseguenze: il razzismo nei confronti di africani siriani etiopi singalesi; l’adorazione per gli europei così chic; il radicarsi nei propri quartieri di appartenenza nei quali ci si conosce da sempre, tra "facce amiche".

E allora, sorridendo, una domanda mi sorge spontanea: sarà per questo che va così di moda la chirurgia plastica facciale? I “nose job”? le sopracciglia tatuate ed il trucco marcato? Il trapianto di capelli? La ricostruzione dei denti?
Sarà mica che stiamo cercando di “cambiare faccia”, per cancellare ciò che eravamo, ciò per cui potevamo essere riconosciuti, come se questa potesse essere l’unica via d’uscita alle ferite di un conflitto che marca ancora, quotidianamente e con grande sofferenza, la vita delle persone?

 
Licenza Creative Commons
Lebanon Limbo - dentro la Storia con la S maiuscola by C. P. L. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.lebanonlimbo07.blogspot.com.