Visualizzazione post con etichetta limbo libanese. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta limbo libanese. Mostra tutti i post

venerdì 28 gennaio 2011

Casa Dolce Casa


Non c’è niente che ti faccia sentire a casa come il minestrone. E quando ci ho pensato mi sono ricordata, come Proust con la madeleine, del minestrone che la cara Marta ci fece esattamente (giorno più giorno meno) un anno fa, noi tre appena sbarcate in quel di Furn el Chebbak (spossate dalla maratona pulitoria di casa? Dalle prime proteste intestinali? Non mi ricordo, mi ricordo solo che ci rese felici) e con quella secchiata di minestrone ci siamo andate avanti tre giorni. Contentissime nemmeno stessimo mangiando salsiccia e friarielli. E poi anche Cobra Mansa (detto Cobra Panza quando è in cucina) consolò me e il Mammut con una bella mestolata di minestrone con (tanto, che avevamo fame) riso dopo la roda più fredda della storia. E quella pubblicità del nonno che faceva il minestrone e si chiamava Paride come il nonno della cassiera ve la ricordate? Insomma, il minestrone, oggi che piove pure, ci sta un sacco. 

E così, sbarcata di nuovo ieri sera nella terra dei cedri (estinti, lo ricordo sempre), mi sono avventurata dal mio nuovo fruttarolo di rue Sassine – uscendone con credo 10 o 12 buste, rigorosamente una per ogni tipo di vegetale come si usa qui alla faccia dello stile ecofriendly – e ho passato così la mia prima sera beiruttina di questa nuova parentesi libanese. Altro che Gemmayze, birra Almaza e musica arab pop. Tre piattoni di minestrone, per sentirmi ben bene a casa.

Beh infatti devo dire che questa casa è veramente bellissima. Credo la più bella dove abbia mai vissuto finora. Scusa Menafrix, non per togliere niente alla adorata casa testaccina, ma questa ha anche il divano (anzi due) e il balcone (anzi due)! E dal mio settimo piano svetto come una bandiera, vedo il mare, non si sento il traffico di Place Sassine ma il rumore della pioggia. Scrivo dal letto con finestra aperta e lampi che (appunto) lampeggiano. Caro Nasrallah vedi di farla il più tardi possibile sta guerra che a me questa casa piace troppo!

Unico neo, o fortuna dipende da chi muove guerra per primo (se Iran, sono spacciata, se Israele no allora mi salvo), il mio palazzo è nientepopodimenoché quello del Kataeb. Il Partito Falangista. Azz, quando si dice Dentro la Storia. Più dentro di così non potevo andare! C’è il bel cedro triangolare fluorescente acceso giorno e notte per ricordartelo (ottimo punto di riferimento per i tassisti, se non becchi il palestinese, chiaramente, ma qui ad Achrafiye, i “Parioli de Beirut”, è difficile). Ma, come dicono saggiamente i compagni del Manifesto, il problema non sono io che abito nel palazzo del Kataeb, ma è il loro che “alloggiano” me.

Devo dire che anch’io, con le mie belle due lauree con lode in politologia varia ed eventuale, ho scelto proprio il giorno più adatto della Storia Recente del Libano per tornare. Se c’era un giorno in cui poteva scoppiare la guerra civile n. 2 “la vendetta” (e qui se decidono di vendicarsi, beh so’ *****, come dicono a Science Po) in Libano, quello era ieri. Hariri “deposto” lascia spazio al nuovo Primo Ministro d’altrondemente e appropriatamente nominato nel pomeriggio (più o meno mentre atterravo in scalo ad Istanbul), tal Najib Mikati (al quale sarà dedicato post a parte). Proteste e copertoni bruciati in mezzo paese. Mizzica. E io allora, da brava Fiskeans, mentre attraversavo la Beirut notturna de-ser-ta (nemmeno i checkpoint!) pensavo “beh dov’è sta guerra”? E, come dice saggiamente la Cozzani, “ma poi chi è sto Mikati che ci rovina la nightlife libanese”? Alla fine, per fortuna, kullu tamam, tutto bene.

Naturalmente leggerete tutto questo con scoppio ritardato perché l’omino di internet (quello del quartiere di Achrafiye, che però mi sa che è lo stesso paraculo, oops tecnico, di Furn el Chebbak, a meno che non si chiamino tutti Imad) non è venuto. “Perché piove”. Sì, direi che è proprio lo stesso. E quindi invece di “chattare dal letto” (cit. Cozzani) mi limito a fare quello che non facevo da mesi: passare una serata a casa, leggere, ascoltare la pioggia, provare a tradurre le canzoni dei Mashrou Leila. Rilassarmi.

“Welcome home”, mi ha detto il mio amico Issam al telefono appena sbarcata

sabato 15 gennaio 2011

La Festa è Finita


 Mercoledì scorso si è riaperta la ferita libanese.
Il limbo, nonostante i fuochi d'artificio, i ristoranti italiani che spuntano da tutte le parti, i saldi e le nuove discoteche, è finito, e gli avvenimenti dell'altro giorno hanno fatto tornare tutti i libanesi alla realtà. L'emorragia continua.
Hezbollah ha aperto ufficialmente il suo braccio di ferro con il governo, forte di un appoggio internazionale (Iran, Siria, ve la ricordate la visita del caro Ahmadinejjad pochi mesi fa? E mica veniva a trovare Hariri..) non indifferente. D'altronde, se hanno fatto cadere il governo nell'istante in cui Hariri entrava da Obama, beh il segnale era duplice. E il pretesto futile. Non sarebbe stato infatti il consiglio dei ministri numero mille a ricucire la ferita. C'è chi vuole che sanguini, che non si rimargini. E se da un lato il fallimento della mediazione Saudita/Siriana (la Siria rimane parte in causa) fa pensare che il problema sia tutto libanese, che se la sbrigassero da soli una santa volta, dall'altra fa capire che questa volta no, non c'è soluzione.

Il prezzo che Hezbollah chiede ad ogni crisi istituzionale è sempre più alto. Nel 2006 i suoi ministri erano un pugno, e anche allora si ritirarono. Mentre i suoi simpatizzanto tenevano in scacco il centro di Beirut ricostruito dalla Solidère di Hariri padre – in questa Beirut dove ogni settore è identità, comportamento ancora dopo 20 anni dalla fine della guerra – e davano un fortissimo segnale alla borghesia sunnita, cui costituzionalmente spetta la carica di Primo Ministro. La crisi del 2006 si è risolta “solo” dopo i terribili scontri dell'8 Maggio 2008, in cui sempre Hezbollah ha ricordato al governo che può prendere il controllo di porto e aeroporto in poche ore, e dopo una mediazione che ha portato il Generale Suleiman, ex capo dell'esercito libanese, cioè dell'unica istituzione veramente multi rappresentativa del Libano, a sostituire Lahoud, che forse pensava di potersi autoeleggere in eterno, come Presidente della Repubblica. General Suleiman, come dice la canzone di Zeid and the Wings, era la speranza di un Libano diverso.
Le elezioni del 2009 incoronarono il giovane Hariri, e videro la crescita di Hezbollah, che era ancora a caccia di un “governo di unità nazionale”, ovvero un governo in cui la rappresentanza degli sciiti fosse maggiore, e che aumentasse quindi il potere di veto dell'opposizione sciita agli haririani. Il primo governo Hariri durò pochi mesi. Il secondo esecutivo vedeva infatti già 10 ministri Hezbollah, gli stessi 10 che si sono dimessi pochi giorni fa. Con 11 ministri dimissionari il governo cade, e l'undicesimo ministro è stato quindi propriamente individuato, con le buone o con le cattive. Un po' come Scilipoti e Calearo, che al momento giusto hanno salvato Berlusconi.

Stavolta insomma Hezbollah fa sul serio. Oltre al potere militare, che non è mai stato messo in discussione e, anzi, grazie alla visita del caro Ahmadinejjad è stato rafforzato, ora dispone di un potere politico enorme, ed è proprio questo che vuole farci vedere. Il salto, da pochi ministri a quelli necessari per il ribaltone, in pochi anni, è enorme.

Il pretesto, se così si può chiamare, si chiama Tribunale Speciale per il Libano. Un organo istituito nel 2006, ex post come gli ultimi tribunali speciali dell'ONU, Ex Yugoslavia, Rwanda.., per far luce sull'assassinio di Hariri. Un botto che è costato la vita a più di 25 persone, che ha devastato un'area enorme della città, che ha distrutto le speranze di un popolo che usciva da una guerra civile di trent'anni ancora più macerato e diviso rispetto a quando ci era entrato.
Che il Tribunale non fosse gradito, ce n'eravamo accorti. Io la bomba del maggio 2007 all'ABC, il centro commerciale “sciccoso” di Achrafiye, il quartiere cristiano/falangista, me la ricordo bene. Sono morta di infarto, di lacrime, di paura. Ero arrivata da due settimane. E mi ricordo anche gli assassini mirati, per fare fuori uno ad uno i membri del Parlamento della maggioranza, finché non fosse diventata minoranza o almeno parità, per non far votare l'approvazione del Tribunale. Che aveva una norma che prevedeva infatti l'entrata in vigore d'ufficio, non si sa mai. Tanto è bastato per far tremare la città, il paese.

La calma apparente degli Accordi di Doha, quelli che nel 2008 hanno pacificato Hezbollah e piazzato Suleiman al Palazzo Presidenziale, ha iniziato a rompersi nella primavera scorsa. Ce ne siamo accorte al momento di rinnovare i visti di soggiorno.
Mentre Beirut si risvegliava, le spiagge si riempivano, le discoteche suonavano musica tecno, i ristoranti nuovi sbocciavano come fiori a Gemmayzeh, le voci di probabili imputazioni a membri di Hezbollah per l'omicidio Hariri iniziavano a correre, così come le voci di falsi testimoni, di infiltrati israeliani con passaporti europei e altri ingredienti vari per la spy story mediorientale dell'anno.
Altro che voci o romanzi americani: prove di cellule telefoniche, foto satellitari e quanto più si possa ottenere dai moderni mezzi di indagine, li inchiodano. Hezbollah, volente o nolente, morto Hariri, ha solo avuto dei vantaggi: la guerra contro Israele del 2006 ha consacrato la sua immagine e la sacralità della Resistenza, l'uscita di scena della Siria dopo la Rivoluzione dei Cedri (la manifestazione di massa all'indomani della morte di Hariri) gli ha lasciato campo libero nel proprio territorio, le provocazioni di Ahmadinejjad sono benzina per le turbine del Partito. Cosa vuoi di più dalla vita?

Perché Hariri senior sia costato tutta quella dinamite, e tutte quelle vite, ancora ce lo chiediamo. Perché si è voluto far fuori in questo modo così spettacolare è sicuramente un messaggio. Quale che fosse il prezzo politico che Hariri aveva messo al paese - un'apertura verso Occidente? O un rafforzamento del panarabismo con Arabia Saudita e co. senza lo zampino della Siria? O peggio, una posizione sul conflitto mediorientale che prevedesse lo smantellamento dell'unica milizia rimasta armata dopo la guerra civile – a quanto pare ledeva gli interessi – o forse l'esistenza stessa – del partito a tale punto che... “Booom”!

Sta di fatto che oggi meglio che in altre occasioni vediamo come da quel giorno di febbraio 2005 non è passato un minuto. Che è ancora tutto da decidere. O si annulla il Tribunale, o Hezbollah prende il paese. Negoziazioni intermedie, si è visto, durano solo fino alla prossima crisi, e il prezzo aumenta ogni volta.
D'altronde, Hezbollahland è pronta. Ad allargare i suoi confini su quelli dello stato libanese intendo. Nel Libano dai mille micro-Libani, il microgoverno sciita si distingue per efficienza burocratica (sperimentata di persona), ed è, nella loro lettura, la dimostrazione che il “sistema politico islamico” funziona. La fede è emblema di assenza di corruzione, un peccato grave per il bravo musulmano, e la zakat, l'offerta religiosa, uno dei 5 pilastri dell'Islam, garantisce entrate e redistribuzioni in tutta la comunità sciita, rafforzando i contatti tra Iran e Iraq, come se ce ne fosse bisogno. La rete di servizi sociali, di scuole di eccellenza, di scuole religiose, è sempre più capillare, così come capillare è il controllo sulle persone. A cui non si può sfuggire.
Il lato oscuro infatti di questo sistema, fortissimo a livello sociale, è proprio anch'esso a livello sociale. Se da un lato il sistema riempie i buchi dello stato libanese, liberista frammentato e ben poco sociale, dall'altro riempie anche l'esistenza dei singoli. E produce frustrazione. Tu esisti solo in quanto mio membro. Esci dalla rete, e non sei più nessuno. La Causa prima di tutto, prima di te stesso. Sarà per questo che nonostante il “fascino” di entrare in contatto con questa entità più o meno misteriosa, rimango piuttosto inquieta. Molto inquieta.

Sta di fatto però che da trent'anni circa, forse di più, i movimenti sciiti, Amal prima e Hezbollah dopo, incarnano la rivoluzione dei deboli, degli estromessi dal sistema, in un paese che è stato costruito a tavolino dai francesi per i cristiani. E se da un lato è vero che Hariri ha vinto le elezioni, dall'altro che elezioni sono quelle in cui i distretti elettorali sono disegnati attorno alle comunità per “far uscire” il candidato che si desidera, in cui si va a votare nel distretto nel quale è stato registrato il capofamiglia all'epoca della legge elettorale, 60 anni fa, per cui se il mio nonno era della Bekaa, anche mio padre ed io dobbiamo votare lì (sempre per non “contaminare” i distretti) anche se io magari vivo a Tripoli e mio padre a Tiro? Che elezioni sono quelle in cui le liste sono confessionali, i partiti sono confessionali, ed esiste una quota esatta di parlamentari per ogni confessione? Che elezioni sono quelle in cui la metà degli elettori non va a votare? Che elezioni sono quelle in cui le quote di cui sopra sono assegnate su criteri confessionali basati sull'unico censimento mai fatto in Libano, che risale al 1932, ovvero quando i cristiani forse e dico forse erano la maggioranza?

E se la Tunisia s'infiamma, come presto si infiammeranno Arabia Saudita, Libia e tutti gli altri paesi nei quali la generazione under 30, quella fatta di blogger e studenti ma anche di figli dei manovali e dei contandini, è più del 60% della popolazione, perché non dovrebbe infiammarsi il Libano, sulla scintilla del partito che raccoglie e rappresenta anch'esso la maggioranza dei giovani senza lavoro senza istruzione senza speranze? L'emigrazione in Libano è roba da ricchi, per chi ha compagnie di famiglia in Africa, ristoranti in Francia, affari in Brasile. Chi rimane è perché non ce la fa, perché non se lo può permettere. E deve rimanere a fare lavori di merda, in nero, sottopagati. A fare una vita che, se non ci fosse Hezbollah, sarebbe ancora più di merda. “Conosci un idraulico? Ti va bene se è cristiano?” (cit. Yiku), è così che funziona in Libano.
E quando la controlli, un'onda così, che vive di internet, di twitter, di telefonini con i quali puoi vedere i tuoi compagni in Tunisia, in Marocco, in Iraq, battersi e morire? Perché puoi non avere niente, ma il cellulare ce l'abbiamo tutti. Poco ma sicuro.

Ogni volta che c'è una crisi, torna tutto fuori. Tutto ciò che non è stato risolto prima. La questione della rappresentanza, del potere, dei diritti. Tutto ruota sempre intorno allo stesso argomento: l'identità libanese, questa misteriosa e inesistente. Solo che i tempi tra una crisi e l'altra si stanno accorciando, mentre il mondo va a mille e le distanze geografiche si annullano, e il prezzo, cioè “i costi sociali”, come quello del caffè equosolidale, o peggio, come quello del petrolio, schizza sempre più in alto. Solo che, a differenza di quello del petrolio, non si può far tornare indietro.

lunedì 11 ottobre 2010

Aggiungi un posto a tavola


È quasi tutto pronto. Gli striscioni di benvenuto e ringraziamento sono appesi (rigorosamente solo sulla Airport Road e nei quartieri di Beirut Sud), con il suo faccione barbuto e innocentemente sorridente. Il programma è ormai definito: incontri con le cariche politiche, conferenza stampa, firma di accordi commerciali e poi via a sud a tirare qualche pietra simbolica contro i tanto odiati vicini di sotto (sperando che non rispondano naturalmente). E anche a Tripoli i movimenti sunniti di opposizione sono pronti e armati.
Insomma ci siamo.

Ahmadinejjad è in arrivo. E noi si fa le valigie, che coincidenza! Gente che viene gente che va in questo Libano eh? Tra l’altro, abbiamo anche rischiato di incrociarlo all’aeroporto, ma in una botta di previdenza ci siamo dette che andare in aeroporto – l’aeroporto di Hezbollah, come amano ricordarci quando arrivano ospiti a loro cari – in piena notte, in un sicuro pullulare di checkpoint e di tensione, ma insomma chi ce lo fa fà? E oggi scopriamo che forse chiudono proprio l’aeroporto. Beh, ci abbiamo visto giusto. Cinque anni di Scienze Politiche sono serviti a qualcosa.

Ahmadinejjad viene proprio a fagiuolo, come si suol dire. Il Libano (o meglio, a “quelli che gliene frega”) è spaccato in due sulla questione del Tribunale Speciale per Hariri, e non passa giorno che i vari Mastella e Gasparri libanesi si insultino e minaccino morte reciproca e fuoco al paese salvo smentire che “il loro supporto non è mai stato in discussione” poche ore dopo. D’altronde, qui come da noi, i giornali dovranno pur vendere e i giornalisti, quelli che non possono permettersi di  dissentire o criticare, dovranno pur lavorare no? E poi, l’opinione pubblica, dovrai avvelenarla e confonderle le idee almeno un paio di volte al giorno no? Meno male che arriva lui, e per un po’ di giorni non si parlerà d’altro che dei nuovi rapporti Libano-Iran. Grazie Ahmi.
Inoltre, dopo un’estate a colpi di oggi non c’è l’acqua domani non c’è la corrente, e il Ministro dell’Acqua e dell’Elettricità che ce sta a fa non si è capito, Ahmadinejjad viene a risolverci i problemi (dato che sono 6 mesi che ci facciamo la doccia a bicchierate ormai siamo anche noi tra coloro che attendono!), e ha detto che fornirà il Libano di petrolio e gas. Oh, meno male. Almeno la prossima volta che andiamo alla Electricité du Liban a pagare la bolletta, sappiamo su quale stipendio verrà accreditata!
E poi  Mahmoud (siamo già amici) viene a rinsaldare il legame coranico tra sunniti e sciiti, ultimamente un po’ in “difficoltà” a causa dell’isolamento internazionale promosso dagli Usa contro Iran e quindi Hezbollah, grazie ai suoi futuri accordi petroliferi con le compagnie di Hariri. D’altronde gli economisti l’hanno sempre detto: make trade no war.
E già che c’è Ahmi con questa visita gliela vuole mandare a dire pure alla Siria. Guarda che il Libano non è solo tuo, ci sono anche io. I miei striscioni sono più grandi dei tuoi. La mia visita è più importante della tua. E si tu puoi pure tenere i tuoi quadri scagnozzi qui tra i Cedri, ma l’unico vero esercito del Libano, quello che tiene testa ai vicini di sotto per intendersi, il Partito di Dio, lo finanzio io.

Certo, non tutti sono contenti ed entusiasti. Il nostro caro droghiere-politologo Michel, dice che Ahmi è “musulmanamente stupido” (intervista di Elena Cozzani). Ma Michel è un maronita di quelli duri e puri, di quelli che non gli puoi nominare i palestinesi e che di scheletri nell’armadio chissà quanti ne ha, e chissà quali tatuaggi tiene nascosti sotto la camicia.
Già perché facendo un rapido calcolo, tutti e dico tutti i libanesi che oggi sono sui 40-50 erano in una qualche milizia. Hanno sparato, ammazzato, sono stati sparati e ammazzati anche loro. Una intera generazione. Non scordiamocelo. Puoi salire sul service (il vero momento sociale del Libano, per chi non l’avesse ancora capito) e il tassista, mentre passi sotto uno dei mille palazzi crivellati, ti dice con gli occhi lucidi di emozione “vedi io da quel tetto sparavo contro gli altri”. Contro chi? “contro tutti! Ho combattuto contro tutti”,  i dice fieramente.
 
E' questo il Libano, spensieratamente armato e perennemente sull'orlo del baratro, dove un service  costa duemila lire, ma ci credo che poi hai bisogno dei cocktail a 15 dollari per schiarirti le idee, e basta davvero una visita in arrivo a sconvolgere i piani? Ci sarà la guerra? Tirerà davvero i sassi? Possiamo uscire sabato sera? Poi come sempre tutto si sgonfierà, come il soufflé quando lo togli dal forno (quando il forno funziona!), e torneremo a suonarci i clacson, a parcheggiarci in quadrupla fila, a farci la guerra con i carrelli da Spinneys.
E per gli striscioni che sono davvero pronti da giorni, beh questa è una consuetudine tutta libanese. Qui ci sono striscioni di ringraziamento per tutti, dall’Emiro dell’Oman al re Saud, dal Kuwait all’Iran, ogni donazione o presidente in visita riceve il suo benvenuto e i suoi 15 minuti di gloria (dipendendo dal traffico) sulla Airport Road. 
Caro Mahmoud, ora tocca a te, libanese per due giorni.

ps. le foto non me le carica manco oggi. chissà dopo giovedì :)

venerdì 1 ottobre 2010

Chi ha ucciso Rafik Hariri

Stamattina, mentre ero allegramente in fila in banca per ritirare il malloppo delle diarie (e poi scappare alle Hawaii, pensavo), mi cade lo sguardo sul megaschermo piatto appeso, appunto per intrattenere i clienti in fila, alla parete di fronte a me, sul quale vengono trasmessi gingles vari, promozioni di conti in banca ed assicurazioni a vita, visi di vecchietti sorridenti (invecchiare felici in Libano?) ecc.
Poi, questa pubblicità: un set fotografico nero, sullo sfondo una bandiera francese, e una signora che dice, con tanto di sottotitolo in arabo, “io sono francese”. Poi nuovo set, bandiera palestinese, ed un ragazzo che dice “ana falestinyy”, “io sono palestinese”. E così avanti per l’America, l’Italia, il Bahrein, gli Emirati, il Canada e tutti gli stati dal Polo Nord a quello Sud. Poi, nuovo set. Bandiera libanese. Ah, ecco, finalmente, mi dico. Il ragazzo dice “ana sunni”, “io sono sunnita”. Rimango sbalordita. Continua la bandiera libanese, appare una ragazza, “io sono maronita”. Poi un ragazzo “io sono druso”, poi una donna, “io sono sciita”, e così via in dissolvenza e voci che si sovrappongono “io sono…, io sono …”. Poi tutto nero e una scritta bianca appare, su questo fondo nero. “Quand’è che inizieremo ad essere libanesi?”.

Ecco, io, in procinto di fare le valigie (definitivamente? Ma sa Allah, lo sa Dio) dopo 9 mesi, una gravidanza piena, nel paese delle bombe e delle discoteche, sono qui che me lo chiedo. Quand’è che saranno mai libanesi? Quand’è che smetteranno di farsi la guerra per un parcheggio, per chi arriva all’aeroporto, per chi ha detto questo e chi non ha fatto quest’altro? Can che abbaia non morde, e non si chiama alla guerra finché non ce, ma ce la dobbiamo proprio tirare “se non è Israele sono gli Hezbollah”, con il solito toto-calendario ed il fatalismo che ormai conosciamo bene?

Me ne vado senza tutte le risposte che ho cercato invano in questi mesi, nonostante libroni di storia, pane e giornali a colazione, la visita a Jumblatt, i consigli del droghiere Michel, e i timori dei miei amici. Nonostante pensassi che il destino mi aveva riportato a Beirut dopo 3 anni di distanza dalle famose bombe del STL per finire ciò che avevo cominciato, cioè capire cosa si muove dietro questo paese.

Niente, non l’ho scoperto. Non ho scoperto come mai questo popolo si è massacrato per 15 anni, per poi passarne alti 20 comandati dai servizi siriani, di cui gli ultimi cinque in un delirio politico senza precedenti. Dal famoso 14 febbraio del 2005, data della bomba ad Hariri, una quantità di tritolo pari a quella della strage di Capaci, nulla è come prima, anche se ci si sforza a volerlo far vedere. Tanti altri morti, politici, figli di, ma anche giornalisti ed intellettuali illustri (due per tutti: Samir Kassir e Gibran Tueni). Tante spie pro o contro arrestate. Tanti comizi da posti nascosti destinati a creare scompiglio. Le famose imputazioni che scateneranno l’ira di Hezbollah. Tanti piccoli cortei pacifisti che si sciolgono come la neve al sole e tanti libanesi stanchi e incazzati. Ma soprattutto stanchi.

Me ne vado senza scoprire perché e per come ancora nulla è risolto, perché qui non basterà un cambio generazionale, considerando che i figli prendono il posto e l’onore dei padri. Non ci sarà un movimento dal basso, una rivolta popolare, perché il popolo non esiste e i singoli sono troppo occupati a lustrarsi il Suv, a stirarsi i capelli, o a farsi i cavoli loro. Tanto “qui funziona così non ci possiamo fare niente”.
Qui, nel paese paradiso dei conti bancari, dove girare un assegno anonimo è più facile che trovare parcheggio in un deserto, funziona che se finisci il gas devi aspettare l’omino che passa per strada un giorno sì e uno no, e beccarlo quando è sotto casa tua. Sennò aspetti due giorni. Funziona che devi stare attenta a ciò che fai e a come lo fai, anche se è tutto normale, perché altrimenti finisce che qualcuno ti manda dei film porno, o ti chiude il rubinetto dell’acqua. Funziona che se vuoi arrivare a destinazione e senza discussioni chiami un taxi privato. Che se sei senza acqua chiami un privato a pagamento che ti riempie la tanica sul tetto, mentre continui a pagare la bolletta ad un ministero che serve solo a pagare gli stipendi. Funziona che vai a mangiare il sushi a Gemmayseh, ma poi la gente (quale? Da quale quartiere?) scende in strada per il prezzo dell pane. Funziona che salta la corrente perché tutti si attaccano al tuo generatore, ma poi vuoi l’aria condizionata d’estate. E se si rompe qualcosa chi chiami?

Non ci sono pagine gialle, servizi pubblici, rivendite autorizzate, imbianchini o idraulici. C’è il portiere del palazzo di fronte, o il parcheggiatore, o l’amico del droghiere, o schiere di manovali egiziani o siriani tuttofare per un nulla al giorno. Ma dipende dalla zona in cui abiti, mica puoi chiamare uno qualunque. A Furn el Chebbak non funziona come ad Achrafieh. È tutto un chi conosci, da dove vieni, che lavoro fai. Per identificarti meglio. Poi arrivi tu con il tuo zaino e la voglia di fare il Lawrence d’Arabia o la Condoleeza Rice della situazione e pretendi di romperli sti schemi. Di far togliere il velo a tutte le donne della Bekaa, senza pensare che il velo è l’ultimo dei loro problemi, considerando che anche quando hai le tette finte gli uomini si sentono liberi di prenderti a botte o mandarti messaggi minatori solo perché li hai contraddetti. Poi pretendi di far lavorare insieme maroniti e palestinesi, quando nel Virgin Store del quartiere scicchissimo e maronissimo di Achrafieh se chiedi un libro su Sabra e Chatila ti rispondono stizziti “che non hanno questo tipo di libri”, puoi sceglierti un Ipod se vuoi. Pretendi di avere le tue carte firmate in tempo, di avere i contratti in regola. Pretendi di non farti fottere perché tu mica sei un ingenuo. E si vede che non hai imparato la regola d’oro della sopravvivenza libanese: “fotti gli altri prima che ti fottano loro”.

Me ne vado stanca, triste, con un cuore grosso così e uno stomaco striminzito, sarà che ormai ho preso tutti gli antibiotici del mondo ma sto virus libanese non se ne vuole andare. Me ne vado arresa anche io all’evidenza che “non si può cambiare” e quel poco che abbiamo cambiato presto tornerà come prima. Zeina, Jammal, le donnine di Sana o quelle di Assindyan, che continueranno a vendere le melanzane sott’olio al mercato biologico con un entusiasmo che a noi fa solo venire un nodo alla gola. Me ne vado con l’impotenza di non poter far venire i miei amici libanesi in Italia, se non hanno un lavoro contrattato a tempo indeterminato e 20mila dollari sul conto perché se non hai le tue wasta, le tue conoscenze, arabo sei ed arabo rimani. Me ne vado incazzata per averci creduto, che qualcosa si poteva cambiare, e mi faccio consolare dai miei amici, che la lezione l’hanno imparata sulla loro pelle molto prima di me, e mi dicono “che è così”, che loro la speranza in un Libano fatto di libanesi in cui qualcosa funziona, dalla corrente agli autobus, l’hanno persa da tempo. Ma non demordono e vanno avanti. E anche io, con il mio virus intestinale forte e robusto, allora mi riconforto e so che tanto prima o poi torno. Devo scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri.

La foto oggi proprio non me la carica.

domenica 27 maggio 2007

ahlan wa salhan nel limbo libanese

è passata una settimana dall'inizio di quello che io sto chiamando il "limbo libanese", uno stato che pare sia l'unico - mentale, fisico, psicologico, politico - che si possa vivere qui. nel senso, che da quando è iniziata la guerriglia al nord, ci sono piombata dentro in pieno. come quando caschi in una piscina, e tutti i movimenti diventano lenti, e poco a poco inizi a capire che da quella piscina non ci uscirai mai. e che, se va bene, può rimanere così. sennò peggiora.
inizi a capire che è inutile che passi le giornate a leggere le news, o a chiedere a tutti cosa ne pensano e a fare mille ipotesi da Risiko. no, il limbo viene da te. è un'aria che respiri, che respirano tutti. che ti blocca il cervello, che ti fa crollare ogni sicurezza, ti snerva ed esaurisce, e non ti abitui al fatto che ti ci devi abituare.
ogni giornata è maledettamente uguale o diverissima dalle altre. gli intervalli temporali sono dilatati al massimo, e ogni giorno sembra durare 50 ore. poi, ti alzi il giorno dopo, e pensi che è già passato un mese, che questa settimana di paranoia mentale e militare è quasi volata, e che in fondo non è cambiato molto. loro sono sempre lì, ogni tanto si sparano, muore qualcuno e via. sei solo tu che ci sei più dentro di prima. mi sento quasi libanese. ci voleva la bomba dietro casa? la vita dell'ambasciata in pseudo preparazione di una possibile potenziale ipotetica ecc ecc emergenza? o è il semplice tempo fisiologico? non so, so solo che se questa "guerra about to come" ha dilatato il tempo esterno, ha incredibilmente accelerato il mio, facendomi cambiare nel giro di pochi giorni il mio vivere qui. il cervello va a mille, tra ansie inutili e vere, cartine e mappe aperte, e discorsi da analista internazionale del pentagono.
il fatto è questo: se gli scontri a nord peggiorano, sarà la guerra. civile? internazionale? non si sa. ma si attende. e in tutto questo, anche se è da mercoledì che non scoppia una bomba in città, beh è solo questione di giorni, ore, serate. scherziamo facendo il "totoquartiere", ma poi ti assale l'ansia se solo devi uscire a fare una ricarica del cellulare.
chiariamo, non vivo in trincea, né siamo (not yet?) in tempo di guerra. siamo nel limbo. i libanesi vivono la loro vita normale, ma a metà. di giorno le spiagge sono affollate, ma la sera i ristoranti sono vuoti. loro, che sono i primi a reagire, e a dire che "la vita non si ferma per due bombe", in realtà hanno paura. i programmi si ipotizzano, ma non si decidono. le frasi sono piene di "inshallah", "if the situation doesn't get worse" ecc ecc, che detto da loro, che ne sanno a pacchi di vita di guerra, insomma capisci che l'atmosfera non è più quella di prima. non c’è solo tensione, ma anche disillusione, stanchezza, delusione, incazzatura, e un po' di dovuto atteggiamento di cautela.
momenti di paranoia assoluta ti prendono, insieme a crisi di ansia, ti sembra di affondare nel tunnel della corsa agli armamenti, della clausura forzata perché ogni macchina ti sembra carica di esplosivo. magari mezz'ora dopo invece esci tranquillamente a farti la spesa. è così. il tuo limbo mentale si mischia a quello della città, delle altre persone, dell'atmosfera. una cosa indescrivibile, che ti assorbe energie come una spugna. e al tempo stesso, se separi l'emotività dal cervello, ti "affascina" scientificamente, se così si può dire. ti stupisce, ti incuriosice capire com'è, come agisce. il cervello guizza, e macina pensieri.
e allora ho deciso che, data questa condizione forse irripetibile, e sicuramente indescrivibile, beh io ci provo a descriverla. in ogni momento che mi può passare per la testa. e descrivere, più o meno in diretta, cosa succede. non solo nei miei nervi, ma anche qui a beirut, e nel libano. non perché mi autoelegga a unico referente sul conflitto libanese, ma perché mi piacerebbe raccontarvi quello che io vedo, sento, percepisco, leggo. ecco il blog. verde, come i cedri del libano. per il resto, ogni suggerimento è ben accetto.

ahlan wa sahlan (benvenuti) nel limbo libanese.

Costy

sunday bloody sunday

lunedì 21 maggio 2007
ciao a tutti,
una mail breve e collettiva, perdonatemi, per spiegarvi un po' cosa sta succedendo in questi giorni in Libano. la premessa è che io leggo dalle stesse fonti vostre, cioè giornali on line e cartacei, ma dato che so che repubblica copia da ansa che copia da al jazeera ecc ecc alla fine quello che esce fuori è spesso incompleto, o inesatto, e allora ci aggiungo quello che vedo con i miei occhi, qualche ricerchina on line, due chiacchiere con qualcuno, un paio di pensieri. quindi prendete con le pinze le mie conclusioni. i fatti sono quelli che sono, il resto sono miei pensieri. per chi conosce un po' l'area e le topics del medio oriente, sapete che mille cose si legano insieme, senza che ci sia un unico filo conduttore, anzi, spesso non si trova nemmeno l'inizio!
dunque, ieri mattina sono scoppiati degli scontri, presto degenerati, vicino Tripoli, 90 km a nord di beirut, tra esercito libanese e un gruppo islamista chiamato Fatah Al Islam, che da qualche mese ha fatto la sua base in due campi profughi palestinesi, uno vicino Tripoli appunto e uno vicino Sidone, 40 km a sud di beirut. gli scontri sono stati solo al nord, e da ieri mattina non sono ancora terminati, nonostante un breve cessate il fuoco oggi pomeriggio per permettere ai soccorsi di entrare nel campo profughi e raccogliere vittime e feriti. il gruppo armato in questione pare sia un distaccamento di un altro gruppo siriano, Fatah al Intifada, che raccoglie jihadisti tra Iraq, Saudita, ecc ecc. e li manda a fare proselitismo tra i palestinesi, che qui in Libano vivono peggio dei paria. non hanno diritto a proprietà, professioni, identità ecc. quindi insomma terreno fertile. secondo il governo libanese fatah al islam sarebbe una civetta dei servizi segreti siriani, ma ovviamente nessuno te lo viene a dire!! però i palestinesi del campo si sono presto affrettati a distanziare, e anche hezbollah, che controlla il sud del paese, ha fatto cerchio intorno all'esercito schierandosi contro la milizia. cioè in pratica li stanno isolando, anche se il governo come sapete è fermo da 4 mesi. in sostanza sarebbe un gruppuscolo estraneo e con l'unico obiettivo di destabilizzare l'equilibrio. l'esercito libanese non può entrare nei campi palestinesi, quindi il gruppo armato si è barricato dentro e l'esercito bombarda da fuori. vi lascio immaginare le conseguenze sui civili. che già sono profughi e pure palestinesi quindi abbastanza sfigati di loro.
cosa succederà? non lo sappiamo, per adesso stiamo a vedere. 1. se l'esercito fa fuori tutti, tipo jenin 2004, 2. se si contagia il risentimento palestinese (per ora le bombe se le stanno beccando loro, e non è detto che dagli altri campi stiano a guardare) verso l'ennesima violenza e questa scenderà verso sud, 3. se questa cosa verrà sfruttata dall'opposizione del governo (il gen Aoun, ex falangista cristiano ora improvvisamente filosiriano -convertito anche lui sulla via di damasco?-e alleato con gli sciiti per far cadere il governo siniora) per causare ennesimi scontri politici, 4. ipotesi peggiorissima, innesco di una nuova guerra civile tra filo siriani e cristiani, anche se dal 75 a oggi gli schieramenti sono molto più trasversali e in sostanza sono un po' tutti contro tutti, 5. reali potenzialità di questo gruppo, che è armato ed equipaggiato dalla siria e minaccia il jihad attraverso tutti i campi profughi del libano. 6. se magari finisce tutto in un paio di giorni e via.
i giornali titolano "scontro con al qaeda": non è proprio così. pare che i contatti ci siano, proprio perché i guerriglieri provengono dal cancro iraq e passano attraverso (in tutti i sensi) la siria e l'arabia saudita, ma non è che combattono sotto il franchising al qaeda, quindi occhio alle parole. metodi (guerriglia/attentati suicidi) e obiettivi (jihad locale/jihad globale) sono diversi. sicuramente saranno in contatto, ma non c'è nessuno scontro di civiltà in corso.
non sappiamo cosa succederà, dobbiamo solo aspettare. e dato che qui come vi ho detto i fili che si intrecciano sono molti non si può mai sapere. dalla morte di hariri anche se la siria è andata via dal libano sono continuati attentati contro personaggi cristiani/filooccidentali (non sono sinonimi!!!)/insomma potenzialmente scomodi, vedi ministri, giornalisti ecc, quindi lo scontro è ancora aperto.
poi, questione bomba a beirut: c'è stata e si è sentita. nel quartiere cristiano, ma non nei luoghi della movida notturna, quindi forse e dico forse era solo un "avvertimento" della serie "guardate che noi ci siamo sempre", poi non si sa se effettivamente era collegata agli scontri o qualcuno ne ha approfittato per fare altri casini. cmq, nessun coprifuoco o direttive ufficiali dall'ambasciata, solo "stare accorti". tipo, la spesa me la faccio dal fruttivendolo invece che al supermercato, evitare l'evitabile, ecc. almeno per questi primi giorni, appena capiremo che piega prende il tutto si vedrà.
io non sono in pericolo, e anzi ve lo dico subito che se gli scontri scendono faccio fagotto e torno. ma per adesso si sta tranquilli, vivo tra l'ambasciata e il convento, che è uno dei punti di fuga in caso di crisi, e qui intorno la vita di quartiere è normale. life must go on, dicono i libanesi, dopo 26 anni di guerra civile e 14 di occupazione siriana. io ancora la loro "scioltezza" non ce l'ho, ma alla fine basta stare un po' attenti credo. in ogni caso, la mia tutor è la n 2 dell'ambasciata, quindi
scappo prima io dell'ambasciatore!!
battute a parte, state tranquilli, leggete l'ansa, che ha una sede qui a
Beirut e le sue notizie sono abbastanza attendibili, o al jazeera inglese,ma senza ansie.
per qualsiasi cosa, chiamatemi o mandatemi sms al cell libanese.
un abbraccio a tutti,

Costy
 
Licenza Creative Commons
Lebanon Limbo - dentro la Storia con la S maiuscola by C. P. L. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.lebanonlimbo07.blogspot.com.