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lunedì 18 ottobre 2010

Ultima (per ora) parte: la Fottuta Civiltà


L’impatto con “la fottuta civiltà” (cit. Talentino), tanto atteso e immaginato da mesi, al momento è più duro del previsto. Sarà che in aeroporto mi hanno tolto di tutto e di più dai bagagli (metti insieme una compagnia aerea tedesca e personale libanese e vedi cosa viene fuori ) e mi ritrovo a Francoforte in maglietta mentre fuori quasi nevica, fuori un cielo grigio che mi fa paura, e ieri quasi quasi andavo al mare. E naturalmente continuo a buttare la carta igienica nel cestino, dimenticandomi che qui le fogne funzionano e i tubi non si intasano.

No, per fortuna non è questa la civiltà che mi aspetta. Potrei morire di infarto culturale in queste sei ore di scalo in Germania. Mi attende Roma con il suo bel traffico, che certo in confronto a Sodeco Square all’ora di punta impallidisce.

La fine dell’era libanese n.2 è arrivata talmente in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo per pensarci. Sarà che tra i pacchi e pacchetti, smolla la borsa all’amico, piazza in giro tutte le cose che non ti entrano, chiudi l’ufficio, manda le ultime mail, come se dall’Italia non funzionassero, e la festa di saluto no che tanto ritorno presto, al massimo una birra in terrazza, e insomma non mi sembra di essermene andata. Vado un paio di mesi in vacanza, a riposare cervello ed organi addominali, insomma ora me la racconto così.

Non è stata l’ultima volta da Amira (per l’occasione, smalto color lampone), o l’ultima cena di mutabbala e cheese rolls da Abdel Wahab, o l’ultima passeggiata sotto il caldo sole mediterraneo di ottobre sulla Corniche, tra gli ammmericani che fanno jogging sotto l’AUB e le famiglie multi-figli a zonzo, mentre schiere di pescatori panciuti della domenica, in mutandoni a righe e cestello di vimini, pescano minuscoli pesciolini pieni di chissà quanti veleni nel mare “filthy” (eufemismo) di Beirut.
Tra l’ultima Almaza, la birra del diamante e unica bevanda alcolica di questi ultimi 9 mesi (ok a parte qualche bicchiere di Chateaux de Ksara o Blanc des Blancs) ad osservare il panorama dei palazzi in costruzione di Beirut, che nascono come funghi e nemmeno te ne accorgi che il Ground Zero sotto casa tua a gennaio ora ospita un bel palazzone di 9 piani con piscina e giardino pensile – è questa la modernità a Beirut – e le ultime chiacchiere sul “cosa succederà” con la gang dei Sopravvissuti, i Sobreviventes di capoeira che sopravvivono ad ogni sconquasso del Libano, insomma mi ritrovo a pensare che Beirut è stata ed è casa mia più di quanto abbia pensato, più del Testaccio radical chic che mi ha ospitato nei mie quasidue anni romani, nonostante la casa “rococò ottomana” che cadeva a pezzi ogni giorno (il definitivo collasso di vetri e mobili con la tromba d’aria di venerdì scorso), e i 3 piani di distanza dall’ufficio, troppo pochi per staccare la testa, e l’ascensore transilvano con la grata di legno il cui rumore è stato incredibilmente familiare.

Il tè al gelsomino e il manouch di metà mattinata, rigorosamente zatar e labneh, il giro dal droghiere Michel per gli ultimi aggiornamenti politici e la scorta di pomodori e "pane prensile" e dal giornalaio ultraottantenne sempre elegante, che quasi si offendeva quando compravo solo il Daily Star e mi diceva “mais aujourd’hui l’Orient le Jour ha l’inserto salute”, e allora dai prendo anche l’Orient le Jour, anche se il suo editore è un falangista. E il vecchietto dell’ospizio (ecco, a Furn el Chebbak tutta questa gioventù, diciamo, non c’era) che fumava sigarette, beveva dei gran caffè e giocava a backgammon a qualsiasi ora gli passassi davanti. Una volta che pioveva a dirotto mi sono rifugiata nel suo (senza saperlo) cortile, e da quel momento mi ha sempre salutato sorridente.
Sarà l’equazione “sud del mondo = poca organizzazione ma tanta umanità” (e tanto sole), ma l’effetto comunità, anche se a volte ti sta stretto, se tutti sanno quello che fai e dove vai e come ti vesti e chi viene con te, i buongiorno la mattina e le facce che si ricordano di te, alla fine della giornata danno calore e piacere, a te figlio della globalizzazione che giri il mondo ma alla fine passi la giornata su Facebook per non sentirti solo come un cane. Il gelataio del Barbar, giorno e notte, è sempre lui. Amira ogni volta mi accoglie che è una festa. E la scomodità della vita quotidiana ti fa apprezzare tanti piccoli lussi (“oggi c’è l’acqua calda!” evvai la doccia calda. “a che ora arriva la corrente che carico le foto”?), che troppo spesso diamo per scontati. Si vivono insieme i momenti collettivi, come la visita di Ahmadinejjad che manco fosse venuto a trovare me pirsonalmente di pirsona. Si decide dove si passa la giornata a seconda degli avvenimenti, del tempo, dei luoghi. Si vive nella storia presente e passata, e si condivide tutto. Nel bene e nel male. Dalla puzza acre del mattatoio di Karantina quando non c’è vento alla Hamra pedonale per l’Eid al Fitr, il Libano è un paesone e tutti ci si ritrova al Barometre il venerdì sera o da Pierre la domenica.
Certo, le mie amiche Haneen e Hiba di Borj el Barajneh poi la colazione da Chez Paul non se la vanno a fare. Loro stanno sempre lì, a tenere a bada le piccole pesti, tra uno scroscio di pioggia che poi il campo non si asciuga più, e un discorso di Nasrallah con i festeggiamenti sparatori annessi e connessi. Per non parlare dei tanti altri Libani che non si incontrano e non si incontreranno mai.
Ma vita a Beirut va avanti, e già mi manca, con le mille contraddizioni del Libanese style. Ma d’altronde non potrebbe sopravvivere senza, ci raccontiamo noi tutti per giustificarcelo e giustificarci.

Massalama ya Beirut, bishoufik (le città sono femminili, dice Rana sempre bellissima e alla moda) 2ariban.

sabato 5 giugno 2010

Senza Parole

12 ore dopo, ancora non ci credo. Ancora mi girano le palle. Ancora quel senso di incazzatura, frustrazione, rabbia. Saranno i 3 mesi di corso sulla non violenza, la comunicazione orizzontale e tutte le belle parole che poi ti chiedi a cosa sono servite.

Alla manifestazione ieri eravamo veramente quattro gatti. Poche bandiere, qualche slogan, mamme velate con bambini nel passeggino, qualcuno vende fischietti, qualcun altro una kefiah, più una rimpatriata di amici che altro. Dopo un’oretta di chiacchiere, il corteo si muove, direzione piazza del Popolo. Da piazza della Repubblica risaliamo via Orlando, poi scendiamo a piazza Barberini, due chiacchiere, una birra. A Trinità dei Monti ormai ci siamo tutti sciolti. Dietro di noi, un’armata di carabinieri in assetto antisommossa “e che deve succedere??”. Ci fanno quasi pure ridere.
Dai, sono le sette e mezzo, io e Sergio decidiamo di rincamminarci verso la stazione. Prendiamo la metro? No dai, è bello, facciamo due passi per Roma.
Risaliamo via di Quattro Fontane, poi svoltiamo per tornare a piazza S. Susanna. Sempre in chiacchiera. Nessun distintivo, nessuna bandiera. Siamo due passanti come tanti altri, l’idea nemmeno mi sfiora il cervello.
All’incrocio con la piazza, quattro pischelli in motorino, scarabeo, polo col colletto rialzato, casco a “scodella”, ci chiedono, senza nemmeno troppo fingere di fare gli attori, se “le strade erano libere, la manifestazione è passata, è finita, ma voi venite da lì”. Non ci torna, ma lì per lì non ci pensiamo. Certo, salta agli occhi che mai avrebbero pensato di unirsi alla manifestazione. Io, ingenuamente, penso che forse “volevano solo evitarci”, a noi zecche comuniste che manifestiamo per quel popolo ancora più zecca e comunista dei palestinesi.
Proseguiamo, arriviamo in piazza S. Susanna, svoltiamo a destra per via Orlando.

Succede in un attimo.
Il ragazzetto dal colletto rialzato si avvicina da dietro, finge una telefonata al cellulare. Sergio lo vede con la coda dell’occhio. Io sento solo il botto. Il botto del casco sulla testa di Sergio. Agguanta Sergio da dietro e inizia a colpirlo violentemente con il casco. Lo stringe, lo butta a terra sul marciapiede e continua a picchiarlo con il casco, gli tira dei calci in petto. È un pestaggio.
Io inizio ad urlare. Non mi viene in mente di strapparlo, di tirargli un calcio, nonostante tiri calci per sei ore alla settimana, ma urlo come una pazza, lo inseguo. Accanto, in strada, gli altri tre lo aspettano in motorino. Lui, finita la sua bravata, urla un “Forza Israele” che suona più fuori luogo che mai, monta in sella e scappano. Dieci secondi di terrore. Di rabbia, di un’aggressione più inutile e gratuita che mai.
Rimaniamo lì, nella folla dei passanti, increduli, mentre spiego al 113 che sì siamo stati aggrediti, no non ci siamo fatti male, sì ho preso la targa “però non so se è giusta”, “è giusta o no?!” mi fa il poliziotto al telefono, ma che ne sooooo gli vorrei urlare, dov’eravate voi, quando fino a 5 minuti fa eravamo ricoperti di carabinieri e nemmeno una scorta al corteo che si scioglie. Aspettiamo inutilmente una fantomatica volante che “è in arrivo”. Dopo un’ora decidiamo di andarcene, ormai non c’è più nessuno.

Una bravata del cazzo, un’azione finto-dimostrativa di pischelli che non sanno nemmeno di cosa parlano, ma che non hanno niente di meglio da fare durante il giorno probabilmente. Non i fasci di Casa Pound, non gli scontri in piazza con il Forum Palestina, no. 4 sedicenni dalla testa bacata, occhi neri di odio de che non se sa, che per fare i fighetti del pomeriggio e avere qualcosa da raccontare agli amichetti di Ponte Milvio il sabato sera, decidono di improvvisarsi piccole SS e di colpire un ragazzo e una ragazza. Isolati. Poveri scemi, mica vanno a colpire il corteo, mica vanno a rompere le scatole agli organizzatori, mica scelgono i cristoni bardati di kefieh. No. Scelgono due così. Che se non eravamo noi, sarebbe stato qualcun altro dopo di noi.

Fa incazzare, ma fa anche paura.
Attenti, stiamo attenti d’ora in poi, che qui, zecche froci e tutti quanti, siamo a rischio “punizione” gratuita. Che qui c’è una parte della società che si sente autorizzata, intoccabile, impunita, ad andare in giro a picchiare chi “devia”, mossi da un’ignoranza che spaventa, da un odio montato a tavolino che fa impressione.
È questo il desolante panorama di questo paese.

Attenti, perché questo paese di merda sforna gente di merda.

sabato 27 marzo 2010

Stessa fazza, stessa razza


La pausa elettorale in Italia, gentilmente concessami dall’Ufficio Nazionale del Servizio Civile (il mio ultimo superiore sarebbe Giovanardi) è un ottimo pretesto per tirare le somme di questa prima fetta di Libano II. Tre anni fa dopo tre mesi facevo le valigie. Oggi faccio semplicemente il cambio di stagione.

La gastrite che mi obbligherebbe a riso in bianco almeno fino al prossimo rientro è un chiaro sintomo di come questo trimestre abbia assorbito le mie energie.
Allora com’è questo Libano? Come stai? Cosa si mangia? E la gente è simpatica? E la vita? Sei al sicuro?
Il fatto è che questo Libano è tanto, troppo simile all’Italia. Siamo noi. Uguali, sputati, eccessivi. Siamo noi provinciali come potevamo essere qualche decennio fa ed egoisti ed individualisti come potremo esserlo tra qualche (pochi) anno. Poi, per carità, tutti siamo gentili, ospitali, disponibili ed educatissimi. Due popoli di santi, poeti, navigatori e cialtroni, con la deriva a buttare tutto a tarallucci e vino, nel vero senso della parola visto che entrambi siamo due popoli bulimici malati di cibo. Dall’incidente con il taxi al passaporto bloccato in questura. Drammi shakespeariani, poi l’intervento esterno, il deus ex machina della situazione (se è amico tuo è meglio) una stretta di mano (magari con 5 o più dollari dentro), “Allah sia con te” e tutto finisce in caciara. Viene in mente qualcosa?

Vivi dall’altra parte del mare, leggi ogni giorno, con orrore e disgusto, i titoli di Repubblica.it (gli articoli interi, giuro, a volte non ce la faccio), e pensi allo schifo che hai lasciato. Con una amarezza infinita. Pensi che st’Italia-Banana-Republic non ce la può fare. Che noi italiani ce la meritiamo tutta.
Poi esci, e ti avveleni per le stesse identiche cose. Il traffico allucinante, la lotta selvaggia di ogni singolo automobilista (tu incluso, quelle 4 volte che ti è concesso di guidare l’ammiraglia di “famiglia”) per conquistare 3 secondi di vita, che in un paese di power cuts e dove la puntualità non esiste nemmeno sul vocabolario, vi renderete conto che sono fondamentali. Bisogna arrivare sempre primi e farsi notare più degli altri. Bisogna fottere prima che ti fottano gli altri. Bene pubblico, cosa sei? Scarto la caramella e la carta la butto per terra. Anche se c’è un cestino a 2 metri. Aria condizionata a palla, autobus con il motore acceso mentre aspettano di riempirsi (passano anche mezz’ore), carta carta carta carta (si usano per qualsiasi cosa, dal cesso alla tavola, o al contrario, se vogliamo seguire il ciclo naturale, i fazzoletti che tiri fuori dalla scatola uno dopo l’altro). Non è solo un modo per “ostentare”, to show off come si dice tra internazionali, possibilità, comodità e scimmiottare questo pazzo e pericoloso Nord Del Mondo. No. Manca di fondo una cultura sociale. La cultura che puoi fare qualcosa per gli altri, includendo te stesso, senza che ti venga la lebbra. La cultura che non c’è bisogno che ti adegui alla massa per essere qualcuno (massa relativa: la tua massa, cioè la tua comunità di riferimento). Che non sei perdente se non cerchi di fregare il prossimo tuo. Che “cooperare”, oddio che parolone, può essere una strategia con più benefici che “fare da soli a qualsiasi costo” (= passando sopra gli altri e le regole di convivenza civile).
E questo vale per tutti. Le ong italiane in Libano sono quanto di più ridicolo possa essere stato pensato. In un paese in cui NON si muore di fame, dove NON si muore di sete, dove il problema è la convivenza civile e la reciproca accettazione e il rispetto che ne consegue (mi viene in mente qualcosa anche qui), andiamo ad “insegnare” l’onestà, i diritti delle donne, la cultura civica, e poi ci scanniamo per 200 euro della Cooperazione Italiana. O assumiamo personaggi locali dalla reputazione non proprio candida. O peggio ancora, moralizziamo a destra e a manca. E non sia mai che ci passassimo un pezzo di carta o un’informazione. “Voi dove lo fate il progetto?”. Silenzio. Il festival dell’ipocrisia.

Ma finché gli incentivi sociali, culturali, economici pendono dalla parte del free-riding, non ci sarà nulla da fare, ci ripetiamo per lavarci la coscienza. E tu, povero scemo che ti sbatti, che ti illudi, che ti incazzi, che vorresti quasi quasi pure votare, tiè beccati la gastrite, la lebbra, la diarrea, la solitudine, così impari.

mercoledì 13 giugno 2007

sondaggio

un po' qualche consiglio "paternale", un po' la mia convinzione sulla libertà di espressione e pensiero nel momento in cui non lede nessuno

chiedo a voi, che leggete da fuori, un semplice parere:
dovrei cancellare il post precedente "perché potrebbe ritorcersi contro di me, offendere qualcuno, ecc ecc?"

idee, pensieri, consigli, impressioni anche diverse dalle mie (che rimangono quelle, e non mi faccio problemi diplomatici a dire)

anche per capire se voi sto blog lo leggete?! vi interessa?!?! ci siete?!?!?!?!

baci libanesi

Costy

domenica 10 giugno 2007

arrivederci a sing sing

non dovrei scrivere queste cose. non solo perché ho firmato fogli in cui dicevo che quello che faccio vedo sento al lavoro è segreto di stato (i riassunti delle notizie economiche dei giornali?!), e credo che questo includa anche i miei pensieri. ma perché uno si fa sempre un po' di problemi.. ma questa forse è già la mentalità dell'ambasciata che mi sta invadendo il cervello, nonostante i miei mille sforzi, e poi penso che ce l'ho a fare un blog se non ci posso scrivere quello che penso? e soprattutto, che ce l'ho a fare un cervello??? e poi, oh al massimo un bravo avvocato lo troverò.. o chiederò ad avvocati senza frontiere...

insomma, tutta questa premessa per dirvi che questa settimana al lavoro è stata veramente deprimente. non che le altre non siano state da meno in realtà, ma ogni venerdì arrivo a dire, stavolta è stata peggio. la premessa è che sono qui da un mese, e non ho NIENTE da fare. niente di specifico, nessun compito, se capita qualcosa (avanzi si intende, o robe che qualcuno non ha voglia o tempo di fare) bene, altrimenti passi la giornata ad ammuffire davanti al pc. da un po' di giorni ho iniziato a portarmi un libro da leggere. per non dover salire ogni mezz'ora a chiedere se posso fare qualcosa e sentirmi rispondere che nessuno ha tempo ma non c'è niente che mi riguardi.
l'altra stagista, col fatto che sa l'arabo, l'hanno messa, molto paraculamente secondo me, ad aiutare la traduttrice con le rassegne stampa e il survey dei media (tipo sentire la radio se succede qualcosa a nord, riassumere i titoli dei giornali, perché di 40 persone che lavorano in un'ambasciata in LIBANO - non bahamas - non ce n'è uno che sappia mezza parola di arabo). ovviamente a loro è andata di gran lusso che sia arrivata una che sa benissimo l'arabo, perché non era richiesto (infatti hanno preso anche me!!), ma vabbè. italian job.
per me, all'inizio grandi discorsi: occuparsi delle questioni economiche, dare una mano nel settore della cooperazione, seguire la questione dei campi palestinesi, fare ricerche. e io pensavo, dai mi è andata grassa. moolto meglio del previsto.
ora sono scesa sotto il "molto peggio". lavoro inutile a parte, è l'ambiente umano che mi agghiaccia. ma andiamo per ordine.
lavoro: i rapporti economici sono diventati i riassunti delle notizie economiche dei giornali x mandarle a roma dove qualcuno al mae forse li leggerà, ma io non credo, e sinceramente spero che un funzionario degli esteri per informarsi sul libano usi internet e non aspetti i telex setttimanali delle stagiste. cmq, dati i casini a nord da roma ci hanno detto che in questo momento delle notizie economiche non gliene può fregare di meno.
delle ricerche sui palestinesi nemmeno a parlarne, dato il bordello che sta succedendo a beddawi e nahr el bared. anche se il mio pensiero da political scientist è che se non le fai nei momenti di crisi le ricerche ma quando le vuoi fare?? se fosse per me, andrei su, intervisterei, andrei all'unrwa, ecc. ma you know, non sotto il nome dell'ambasciata. da quando ho firmato il progetto formativo ho firmato la rinuncia alla mia indipendenza, putroppo anche intellettuale. "non è il caso" (frase da mandare a memoria), argomento chiuso.
la cooperazione: i miei rapporti con la cooperazione per ora sono i mille amici cooperanti con i quali usciamo, andiamo al mare, facciamo bbq, andiamo a capoeira ecc. lavorativamente parlando, mi hanno dato da leggere qualche progetto, e detto di scrivere qualche scheda riassuntiva da tenere nell'archivio dell'ambasciata. utili che nemmeno ve lo sto a dire.
poi, due esempi di cose che mi hanno gasato e poi ho ricevuto la zappata. anzi 3.
1. decidiamo di aggiornare il sito, e mi danno carta bianca (perché loro non hanno idea né tempo, ma vabbè, a me diverte e almeno faccio qualcosa). faccio, scrivo, organizzo, chiamo la coop ita per i link, scelgo cartina del libano ecc ecc. vado da chi di dovere e mi sento dire: 1 che bisognerà decidere le cose definitive da scrivere per motivi di immagine, serietà ecc ecc né troppo né troppo poco ecc ecc quindi una cosa che non avverrà mai. 2 per mettere le cose sul sito ci vuole troppo tempo ci vorrebbe una persona apposta (e io che ci sto a fare??) e che fare il sito vuol dire togliere tempo ad altre priorità ( qui funziona solo a priorità= a gerarchia).
2. domenica scorsa c'è stato un altro scontro a sidone, tra esercito e un secondo gruppo islamista pressoché sconosciuto. mi viene chiesto, "dato che tu sai usare bene questo tipo di fonti", se potevo fare qualche ricerca. non mi sembrava vero!! mi sono giacomellizzata, ho cercato su tutti i siti possibili, letto, guardato, fatto, studiato. insomma tiro fuori la relatrice internazionale che è in me e scrivo sta analisi da paura. niente giudizi, solo dati, fatti e possibili idee e collegamenti con scena locale e internazionale. porto su (io sono due piani sotto, tra ice e visti, ricordo), e mi sento dire "è molto interessante, ma è troppo politica e piena di giudizi. magari la teniamo per noi".
3. il top. chiedo di assistere ad una riunione con la coop ita per l'approvazione di alcuni progetti, un po' per riempire la giornata, un po' perché pensavo che potesse servirmi a qualcosa. risposta: non sono autorizzata, non sono ammessi esterni (non credevo di essere un'esterna!!), "non so come mi possa essere venuto in mente".
vi giuro che dopo questa scena, venerdì mattina ero pronta a dirgli guardate sto stage a me non serve a niente quindi ciao, e a trovarmi qualche altra cosa da fare. dire che ero demoralizzata non rende l'idea.
non è solo il nulla da fare, tanto che io mi sto chiedendo cosa ci hanno chiamato a fare, ma è proprio quest'atmosfera che tu non sei niente, devi essere tenuto al di fuori di tutto, addirittura due piani sotto, il che vuol dire essere sempre messo nelle condizioni di dover andare a chiedere, implorare, sbattersi, ed essere messi in stand by per ore. quest'atmosfera che chiacchierare con uno vuol dire inimicarsi gli altri, che tutti sospettano di tutti, che devi misurare non solo le parole ma anche i pensieri, CON TUTTI. che tutti si sentono ambasciatori, e se non bussi quando entri nella stanza di un funzionario anche se lo conosci sei guardato male. non sta bene, non si può, meglio di no, e questo giro di comunicazioni per cui nessuno può prendere iniziative (anche mentali) se non sei autorizzato, da chi non se sa, sono le basi dell'atmosfera diplomatica. è rivoltante. passo 8 ore al giorno in silenzio, e quando torno a casa mi metto a dormire dalla stanchezza, anche se non ho fatto niente. cerco di lasciarmi scivolare tutto addosso, perché non sono qui per lo stage ma per il libano, ma quando ci passi i tre quarti della settimana dentro, è pesante. è pesante non avere amici, o semplicemente confidenze, è pesante questo muro di procedure, etichetta, che è fa quasi ridere per quanto è fuori luogo o tempo.
la beffa, oltre al danno, è che condito a tutto questo ti senti dire che "anche mandare fax e chiudere buste è un'esperienza". come se già mettere piede dentro quel rettangolo di stato italiano (manco fosse il mit che entri e ti senti già acculturato) fosse la grazia di dio che il mae crui ti concede. non è solo un discorso di "scusate se ho un cervello - e non sono venuta qui a chiudere buste", ma certe volte anche "scusate se sono una persona". mortificante.

sto seriamente pensando di andare a fare le spremute di limone sul lungo mare. se ci metti la menta, zucchero e un po' di acqua di fiori di arancio sono buonissime!!

tere, ma anche in al jazair era così? ti prego dimmi di no, che sennò se uno pensa che nel mondo ci sono 180 ambasciate italiane si suicida.
i posti li fanno le persone, per carità, e ho come l'impressione che tutto questo nelle altre ambasciate straniere non avvenga (il diplomatico brasiliano viene a capoeira con me l'ho convinto io!!e lui mi ha consigliato dei libri da leggere.e si chiacchiera di altre cose che non siano il lavoro e i rispettivi cv). no, sono certa che questo atteggiamento di supponenza e presunzione sia tutto italiano. c'è gente che si fa arrivare l'acqua lete con i container (tanto le tasse doganali non le pagano) e poi invita a cena le stagiste per far mangiare loro il pesce sennò, povere morte de fame, quando gli ricapita? gli ho ripulito i piatti ovviamente.

credo che dopo questo post finirò in galera, quindi esprimo i seguenti desideri: invece delle arance vorrei la limonata alla menta, vorrei essere messa nello stesso braccio di paris hilton così mi faccio due risate, invece dell'ora di aria vorrei la lezione di capoeira.

arrivederci a sing sing, vi aspetto numerosi.
Costy
 
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