giovedì 29 luglio 2010

Adeus adeus Borj el Barajneh


E ti svegli una mattina che al campo non ci devi più andare perché è finito tutto.
E sì, i dieci giorni fatidici sono volati che non ce ne siamo nemmeno accorti. È stato un attimo: gita, capoeira, fotografia, questo e quello, pronti per la festa, via, è finito. Armi e bagagli, chiudi lo zaino, dentro panni più sporchi che mai, e tutti sul bus direzione Beirut.

Una di quelle esperienze talmente brevi e talmente intense e belle che ti chiedi si siano esistite davvero, no perché stamattina l’ufficio mi sembrava tale e quale a come l’avevo lasciato due settimane fa. La tazza sporca (lontanissima dal pc), la montagna di fogli, le penne sparse, e il muro che sembra un patchwork di schede, programmi, dati personali, budget, che ho iniziato ad appendere due mesi fa, quando è iniziata la preparazione e ora mi fa sorridere leggere le schede dei volontari “ma cosa ti aspetti dal campo” ecc dopo che per 10 giorni hai respirato insieme, tu, Zeina la vicina con il suo piccolo pestifero Jammal, e tutti i profughi del campo, inclusi anche gli operai siriani che ci sbirciavano dai loro cantieri mentre ci cambiavamo. Hiba l’aveva detto, nel campo c’è un’intimità che non dimenticherete. Nel bene e nel male.

Non so da dove iniziare. Dalle cucinate comunitarie di pasta, maccheroni e frittate che dal piatto finivano per aria, troppo strana da mangiare, troppo bella da tirare, o di riso e pollo e mandorle e spezie, che parla come mangi – e qui abbiamo mangiato un sacco – e dovevamo pur imparare&insegnare qualcosa ai fornelli, noi e le maestre panciute e riccamente velate che invece la parmigiana di melanzane, e soprattutto il tiramisù (niente domande su uova fresche e mascarpone in Libano, siamo tutti vivi) hanno decisamente apprezzato.
O dalle “mani abili”, disegni di plastilina, collane di pasta (pasta! Ditini rigati, fusilli…) colorata, maschere veneziane che ieri esponevamo orgogliosamente ai nostri colli e polsi.
O delle gite al fiume con i bimbi, e al mare “palestinese” con le maestre, serata passata a ballare, cantare (noi abbiamo intonato un rigoroso e religioso Bella Ciao), mangiare cocomero e farci domande sulle nostre vite. Che quando ricapita di incontrare dieci ragazze palestinesi con una grinta e una scorza da far tremare!
O forse no forse vi racconto della capoeira. Portare i bambini in strada nell’unico spiazzo del campo, che altro non è che un incrocio di strade, 4 metri per 4, quando in strada di solito “non si sta”, quando tutti e dico tutti ti guardano dalle finestre, e tu sei vestito di giallo e verde che sembri un pappagallo, suoni uno strano bastone e un tamburello e fai le acrobazie (non io ma il gentilissimo Mestre Calango da Los Angeles, io facevo il pappagallo), e 50 paia di occhi ridono e imparano “Ai ai ai ai!”, e allora te li prendi uno ad uno, questi piccoli nanetti vissuti che sparano calci e portano mitra giocattolo, e gli fai vedere tu. Che puoi tirare calci divertendoti e senza fare male. Fino a che non arriva l’imam che ti dice che è ora della preghiera, e allora la reunion si scioglie, i ragazzetti coi motorini se ne vanno, i negozianti tornano a vendere patatine e succhi di frutta dai colori più improbabili (il finto chinotto e la sprite blu fosforescente hanno lo stesso sapore, ho fatto una lunga indagine di mercato in questi giorni) e la signora tutta velata ti chiede “Boukra”? anche domani? Vi racconto che per la prima volta bambine e bambini giocavano insieme? Certo, c’eravamo anche noi. Certo, non erano molto convinte di fare la ruota in gonnellina (“si dice AU’ non ruota!”), ma alla fine in roda ci sono entrate, con i loro fermagli rosa e le scarpine con i brillantini.

O forse vi racconto del corso di fotografia. 10 paia di occhi, di bambine un po’ più grandi stavolta, e 10 paia di mani in giro per il campo, ad imparare ad usare una macchina fotografica per esprimersi. Fotografa 5 cose che ti piacciono del campo, e 5 che non ti piacciono. Non so se ci si rende conto di che vuol dire andare in giro per un campo profughi in 15 con 15 macchine fotografiche, a girare nei vicoli ed entrare nei negozi, nelle case  fotografare immondizia, scarafaggi morti, lavori in corso, fogne e schifezze varie, ma anche la mamma e il papà, il negozio di dolci, la coperta con gli orsetti, le piante, in un campo profughi, il luogo “chiuso”, per eccellenza. Dire che è stato un successo, culturale, non rende l’idea.

Nessuno, noi per primi, voleva che ce ne andassimo. Dopo 10 giorni ti dimentichi che ti devi fare la doccia, che la fogna puzza (“oggi il campo non puzza poi così tanto”), il tuo intestino ormai è più saldo che mai. Saranno le palate di riso bollito di depurazione. E dopo mezza giornata già mi manca Zeina, la vicina bellissima con i pupi più discoli che mai, che la sua terrazza confinava praticamente con la nostra e quindi bastava scavalcare per fumare il narghilè insieme o farci le decorazioni con l’henné. E già mi ha telefonato oggi, per invitarmi all’Eid al Fitr, la festa di fine Ramadan.

Ce l’abbiamo fatta a lasciare un segno, e quello che noi ci portiamo è molto più di un segno, un tatuaggio indelebile, che vorremmo mostrare a tutti quelli che incontreremo. Per non dimenticare.


qui  le foto, come sempre

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mercoledì 21 luglio 2010

Yalla Shebab!


Yalla, siamo partiti con il campo di lavoro, che sono tre mesi che ci si lavora su. E il programma lo puoi aver fatto milioni di volte, ma è solo quando sei lì che ti rendi veramente conto. Di dove sei innanzitutto.

Siamo a Borj el Barajneh, il campo profughi palestinese più affollato di Beirut. 20.000 persone per km quadro 35 gradi di prima mattina, non un filo d’aria tra i palazzi accroccati tra di loro. Il caldo rende insopportabile l’odore delle fogne e del fango che ristagna tra i vicoli, per non parlare dell’immondizia ovunque.
Ma noi siamo ai piani alti, un fantastico (davvero) roof top con vista sui terrazzi degli altri, il primo a pochi cm dal nostri che basta scavalcare per andare a casa di Zeina, la nostra nuova vicina. Non potendo espandersi in larghezza, le case si espandono in altezza. Accanto a noi un palazzo ha cinque nuovi piani pronti, sempra una torta di cemento. L’unico problema è che siamo in minoranza numerica contro gli scarafaggi. Ma presto ci attrezzeremo con polveri, spray e soprattutto ciabatte a portata di mano.

Siamo un bel gruppo. Dai 18 ai 50, dalla Sicilia all’Alto Adige, dai celiaci ai vegetariani non rappresenteremo l’Italia ma la bella gioventù di oggi, zaino in spalla e tanta voglia di cambiare il mondo, sicuramente sì. Il morale è alto, e a parte le prime, normali, vittime intestinali al terzo giorno, battesimo dei paesi arabi, non ci spaventa niente. Siamo una macchina da guerra. Abbiamo schemi appesi per tutto il terrazzo, che è la nostra casa/laboratorio/spazio di vita e di elaborazione mentale. Cartelloni, appunti, mappe ma anche asciugamani, biancheria appesa e chi più ne ha più ne metta. Stiamo meglio che al campeggio.

Di giorno cerchiamo di non farci sbranare da una cinquantina di discoli dalle apparenti facce angeliche, facciamo sculture di plastilina e collanine di pasta colorata, maschere e cartelloni, ma anche danze tradizionali. Dalla pizzica alla dabkeh passando per la capoeira noi il mondo ce lo balliamo tutto. Facciamo lezioni di cucina italiana (domani la parmigiana), lezioni di italiano, gite fotografiche ma soprattutto respiriamo osserviamo viviamo. E dopo due ore ti dimentichi dello scarafaggio (finto) morto, della monnezza ovunque e il campo profughi ti sembra il luogo più normale della terra. Ormai è un’eternità che stiamo lì, un anno no? No, solo tre giorni. 

Di sera, giriamo la città, oppure semplicemente chiacchieriamo, fumiamo il narghilè con i vicini e assaggiamo le specialità locali, che ci portano in quantità. Non dimagriremo, questo è sicuro! E vediamo ancora di più le contraddizioni di questo paese. Alle dieci e trenta, coprifuoco. Niente di pericoloso, solo siamo in un campo profughi, e la sera si sta a casa. Tanto ci sono i vicini a tenerci compagnia.

I ragazzi sono fantastici e al gruppo italico si è aggiunto Humza, paki-londinese di passaggio a Beirut con l’aplomb britannico e lo stomaco duro di quelli che hanno cromosomi del sud del mondo. Sorridente, entusiasta, spensierato, ci insegna l’inglese pure a noi! Ci ringrazia ogni giorno per “averlo accettato a fare questa bellissima esperienza” (?!) e il nostro cuore, così come il nostro stomaco, si allarga ogni giorno di più, e tra un pugno ed un petardo, una fatwa dell'imam del campo in persona (contro la roda in strada!) e un delirio umano che insomma siamo pur sempre in un campo profughi, anche noi ci facciamo la pelle dura. Peccato che tra una settimana sarà tutto finito, ma ora non ci pensiamo. Ora siamo solo all’inizio. Yalla shebab!

giovedì 15 luglio 2010

Sikkar Ya Banat!


Non si è libanesi fino in fondo, e dopo sei mesi lo sei tanto, lo vedi da come parcheggi la macchina (creative parking), fai inversione a U in mezzo all’autostrada con la stessa leggerezza con cui prendi il caffè o e altre fantastiche libanate, se non ti fai la manicure almeno una volta. Alla settimana si intende.

La vera libanese non si asciuga MAI i capelli da sola, ma va dal parrucchiere (e mai con il capello sfatto! Che sembra che la piega l’hanno già fatta). Io per ovvi motivi di lunghezza di capelli, senza piega per fortuna sopravvivo, ma capisco che è dura.
La vera libanese non si mette MAI lo smalto da sola. Va a farsi manicure e pedicure (rigorosamente en pendant, cioè dello stesso colore. Mani, piedi, borsa, scarpe, velo, trucco. Come minimo) prima di andare al lavoro, fuori a cena, in spiaggia (dove notoriamente lo smalto dura 0.2 nanosecondi, e deve essere altrettanto rigorosamente intonato al costume), prima di andare a dormire (intonato al pigiama, alla biancheria da letto), ecc.

Io tre anni fa scovai per caso Amira, elegantissima e simpaticissima signora egiziana in servizio presso un parrucchiere della “scicchissima” Gemmayzeh (ecco, Amira è bravissima tanto quanto il parrucchiere è terrificante. È rimasto agli anni 80 forse… come tutto il Libano d’altronde). Tre anni dopo, Amira è ancora lì, con i suoi asciugamani verdi pistacchio, le cerette multi colore (rosa, verde, le preferite), un set di “attrezzi di tortura/bellezza” (allunga ciglia, pinzette di ogni forma e dimensione, lime e limette…) da far impallidire un chirurgo, e il suo solito sorriso! È bellissima!
Parla solo arabo, con accento egiziano, ma noi ci capiamo. Se non ci fosse lei, parole come “sopracciglia” (hawaghi) o ceretta o altri vocaboli di fondamentalissima sopravvivenza in Libano, al corso non le avrei mai imparate. “Quayes habibte?”, “va tutto bene?”, mi chiede ogni volta, “Na3eeman”, è il complimento che si fa a chi si è appena fatto la doccia/la ceretta/lo shampo/la maschera. Dio benedice la tua bellezza. Vaya con Dios.

A dire il vero, le vere specialità dell’estetica libanese sono due: smalto e sopracciglia.
Le sopracciglia, vero vanto della libanese di ogni ceto e religione, belle da fare invidia, vengono tagliate, sfoltite, accorciate, riempite, ridisegnate, tatutate, ecc. con una perizia geometrica svizzera a seconda della forma del viso, del taglio di capelli, e sono loro che forgiano l’immagine della donna araba bella, severa e imponente. Meglio di una seduta dallo psicologo o di una tavoletta di cioccolata, sei più bella subito. Non c’è pelo che tenga alla pinzetta di Amira.

Lo smalto è il vero must. Amira ne ha un cassetto pieno (dite un colore? C’è) che mi piazza lì ogni volta. Io, come quando vado a mangiare il sushi, ci metto due ore a scegliere, me li guardo uno ad uno, li apro, li conosco a memoria ma me li riguardo. E, sempre come il sushi, poi scelgo sempre lo stesso. Hamra. Rosso. Che dura una vita perché lei fa mille strati che poi nemmeno un bagno nell’acido lo scioglie: strato di base – per non far ingiallire le unghie, il basics (chi non lo fa non si merita manco il rosino sciapito), primo strato di colore, secondo strato di colore, ultimo strato il fissante/indurente/luccicante. È il vero tocco di stile. Dopo, puoi fare la boxe a mani nude o cercare le vongole nella sabbia e il tuo smalto rimane lì.

Ma quest’anno è diverso. Archiviata la frech manicure (troppo out), quest'anno (come confermato dai principali magazine culturali libanesi, uno per tutti, “Mondanité”, una specie di face book dove ci sono solo foto di gente alle feste. Giuro. Inquietante. È il passatempo preferito dei libanesi alle feste – farsi fotografare – e spesso l’unico motivo per andarci. Quando il fotografo di Mondanité se ne va – e di solito sta 10-15 minuti – la  festa è ufficialmente finita, d’altronde che ci stai a fare se nessuno ti può vedere?), vanno il “mandarino” (che sulla pelle “asmar”, cioè olivastra, delle libanesi sta da paura, sui miei mozzarella fingers decisamente meno e fa molto malata itterica), ma soprattutto il “fusha”, come dice Amira. 
E se lo dice lei non puoi che fidarti.

E così ora mi ritrovo con mani e piedi rosa fosforescenti e per fortuna che mi sono comprata l’asciugamano in tinta così non sfiguro da Pierre and Friends, il lido “scicchissimo” di Batroun, il posto di mare dell’estate libanese per eccellenza. E se resisti alle 10 h di sole e musica commerciale a palla ti sei meritato ufficialmente la cittadinanza.

Perché se scoppia una guerra, almeno io ho lo smalto.

lunedì 12 luglio 2010

Sono Pazzi Questi Libanesi?



E così, un lunedì sera di quelli che sei buttata sul divano, troppo caldo per allenarsi, troppo caldo per uscire, per cucinare (manca il gas!), per mangiare, di quelli che è solo lunedì sera e il tuo cervello è fritto dalle mille email e dalle mille cose da fare e la settimana che entra ti terrorizza, guardo che è un mese che non scrivo sul blog. Ohibò.
E che è successo? Che mi sembra tutto normale? Scontato? Che non ho più nulla da raccontare a 3 mesi dalla (presunta) fine, nonostante abbia un programma da tour-de-force di tutto rispetto?

E allora ecco qui, che racconto il mio ultimo mese di vita.

Punto primo, abbiamo archiviato i mondiali. Alè OO. Alla prima partita del Brasile, un mese fa, sembrava avessero vinto la coppa. Motorini parcheggiati in mezzo alla strada “per festeggiare”, bandiere, botti e spari. fino alle 3 di notte. Uscito il Brasile, si è passati alla Germania. Che sterminò gli ebrei, ma qui israeliani ed ebrei sono la stessa cosa, quando invadono e bombardano. E quindi tifano Germania anche gli armeni, dal cui genocidio Hitler prese ispirazione. Curiosa la storia..
Spedalata pure la Germania, si sono scoperti tutti tifosi della Spagna. Che lungimiranza! Bandiere, accendini, magliette, di tutto di più per non perdere il fischio di inizio (ieri sera tutti i bar di Beirut erano stra-pieni, con un charge minimo di 10 dollari), e saltare in tempo in tempo sul carro del vincitore. Succede, quando non tanto non hai una nazionale al mondiale, ma non hai proprio una nazione, e il Brasile tiene unito il Libano molto più del governo del giovane Hariri.

Poi, il campeggio. Ah, il campeggio. Si parcheggia davanti alla tenda, o al bungalow (tetto in legno, perfetto per l’inverno austriaco, un po’ meno per l’estate libanese, a meno che non vuoi fare la sauna svedese), si tiene il suv acceso con la musica a palla. In alternativa, la musica araba dal telefonino, o dall’ipod che, nel silenzio della natura è peggio di un bombardamento. I campeggi sono gli unici posti dove i ragazzi possono riunirsi e dormire fuori e “vivere la loro adolescenza", questo ci commuove e ci fa dormire meglio? No, mi dispiace. La mattina è una passeggiata tra le bottiglie di vodka e di Almaza, i pezzi di pollo avanzati dal barbecue notturno, una meraviglia della natura. Ma perché, mi chiedo, perché non esiste nessuna cultura nessuna del bene comune? Dell’esistenza dell’altro? Del fatto che puoi fare qualcosa per la comunità senza rimetterci, senza paura che ti freghino gli altri per primi? Ma dico io cosa ti costa buttarle nel secchio, spegnere la macchina o smettere di sentire musica alle 5 di mattina? È che non è cool? Basta questa spiegazione? 

Sarà per questo che non ho scritto, perché dopo 6 mesi, anzi dopo 3 anni, che sono qui sono incavolata con loro. Che, come dice la Tere, in un mondo spietato, mi sono scoperta spietata e incazzata anche io. Con i Libanesi che ti investono con la macchina per arrivare primi, parcheggiare primi, passare primi. Che ti suonano col clacson, sempre e comunque, ancora prima che attraversi. Che sfilano ai supermercati con le loro schiave asiatiche e ti spintonano per prendere il pomodoro più rosso. Che ti devono sempre e comunque fottere sul taxi, quando non ti mettono le mani addosso. Che sono sempre in malafede, perché hanno paura che qualcuno arrivi prima di loro e gli rubi i cinque minuti di gloria, e allora mille ombrelloni a mezzo metro dal mare così nessuno mi passa davanti, mille eco-mostri di cemento costruite sulla roccia così nessuno mi costruisce davanti, e così via. Ora sono gelosi degli europei che gli portano via le donne (o gli uomini), domani dei sauditi che hanno la precendenza al valet parking, e via dicendo.

Ma perché sono così incazzati e rancorosi da non vedere gli altri, da non vedere quello che c’è oltre al loro singolo io? È il prodotto della guerra? O forse la guerra, la guerra civile, quella di cui non si parla, perché ora la guerra è quella di Israele, come se 33 giorni possano sostituire 15 anni nella memoria collettiva, ed evidentemente è così, insomma dicevo evidentemente la guerra è nata su questi meccanismi che già c’erano, dato che lo stato libanese non è mai esistito, e li ha perpetuati, sviluppando un senso di sopravvivenza da “homo homini lupus”, come dice Thomas Friedman nel suo fantastico “From Beirut to Jerusalem”. Paradosso dei tempi: durante la guerra un ebreo poteva vivere a Beirut, ora lo appenderebbero e spellerebbero come hanno fatto con il violentatore siriano qualche mese fa.
E a che servono i Laique Pride, le sfilate, le campagne contro lo sfruttamento del lavoro domestico, quando poi, finita la marcetta (scendo solo se c’è abbastanza gente, “mi si nota più se vengo o se non vengo”) si torna tutti alla nostra vita raffreddata dal condizionatore non sia mai sudassimo e chissenefrega se salta la corrente?

C’è voglia di vendetta, di rivolta, di attaccare brighe. O semplicemente di mettere l’ultima parola e piantare la bandierina, del vincitore. E io l’ho messa per prima miei cari.

Allarme Libano. Si respira una brutta aria qui a Beirut, brutta, polverosa e inquinata.
 
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Lebanon Limbo - dentro la Storia con la S maiuscola by C. P. L. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
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