Uno schiaffo in faccia. Ecco cos’è stata la bomba ad Achrafiyeh. Non un
pugno nello stomaco, non un nodo alla gola, ma uno schiaffo in faccia. Certo
meglio uno schiaffo che ti arriva da un sito di news mentre sei comodamente seduto sul divano di casa, che essere risucchiati da un’esplosione e vedere uomini che
cercano in giro pezzetti di te e trovano prima un braccio, poi un brandello di
vestito. O forse non trovano più niente.
Ma è così. Un insulto alla nostra fiducia, alla nostra voglia di
vivere. Dico nostra perché dopo due anni e mezzo nella Terra dei Cedri, con
tanto di residenza e libretto blu, lo sapete, libanese mi ci sento ancora
eccome. E come tutti i libanesi, ora sono arrabbiata, tanto, e disgustata, altrettanto.
Hai voglia a provare a vivere una vita normale, ad andare al mare il
sabato come se niente fosse, a sorridere ai checkpoint inutili che fioriscono
nel cuore della notte mentre torni a casa e pensi “è tutto normale”, a fare
finta di non vedere la pistola che esce dal tizio seduto accanto a te nel taxi.
Ma come fai a vivere lì, mi dicevano i miei amici, non vedi che è pericoloso. E
mi sembravano tutti esagerati, e lo penso anche oggi, se non fosse che quei 30
chili di tritolo messi in una macchina a 100 metri da casa mia ci hanno
riportato alla realtà, schiaffeggiandoci in pieno e facendoci sentire tutti dei gran cretini, presi in giro alla grande. Però certo che vivi
normalmente. Che fai, stai chiuso in casa ad aspettare la prossima esplosione,
la prossima uccisione, la prossima guerra? No, la forza dei libanesi, che
spesso è scambiata per superficialità, è questa. Chiamala negazione, chiamala
come vuoi, ma è il nostro scudo di difesa contro questi idioti terroristi, chiunque
essi siano, che hanno deciso di giocare le loro guerricciole di potere sulla
pelle di gente che, con tutti i suoi scheletri nell’armadio, le sue colpe
eppure il suo bisogno assoluto di normalità, cerca di vivere una vita
dignitosa, forse anche illusoriamente felice, pur sapendo di vivere in un posto
tutt’altro che felice. Noi non facciamo il vostro gioco.
Per la prima volta, dopo questi anni passati ad analizzare-leggere-studiare questa inutile guerra civile silenziosa, forse oggi non mi interessa
più sapere che la vittima designata era un altro pedone della macabra
scacchiera Hariri, forse non mi interessa spiegare che queste sono le ultime
cartucce di un regime siriano ormai al collasso, che deve fare piazza pulita
prima di crollare e perdere così il controllo di due paesi con una fava. E
forse un giorno pagare per gli orrendi crimini che ha commesso, inchallah.
Perché chiunque siano stati, qualunque cosa abbiano commesso,
haririanihezbollianicriminalipassantidestraesinistra, da ieri sera ci sono otto
famiglie che piangono, e qualcuno dovrebbe andare a spiegare loro perché.
Perché come dice Lami, che ha sentito l’esplosione dall’ufficio e ha il cuore
lacerato, “ti auguro di non tornare mai più qui, e mi auguro di andare via
presto anche io perché preferisco morire per una causa, non per un’autobomba”.
Io dico che allora è meglio vivere che morire, per una causa. E noi che vogliamo vivere, siamo molti più di voi, stupidi terroristi.


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