La pausa elettorale in Italia, gentilmente concessami dall’Ufficio Nazionale del Servizio Civile (il mio ultimo superiore sarebbe Giovanardi) è un ottimo pretesto per tirare le somme di questa prima fetta di Libano II. Tre anni fa dopo tre mesi facevo le valigie. Oggi faccio semplicemente il cambio di stagione.
La gastrite che mi obbligherebbe a riso in bianco almeno fino al prossimo rientro è un chiaro sintomo di come questo trimestre abbia assorbito le mie energie.
Allora com’è questo Libano? Come stai? Cosa si mangia? E la gente è simpatica? E la vita? Sei al sicuro?
Il fatto è che questo Libano è tanto, troppo simile all’Italia. Siamo noi. Uguali, sputati, eccessivi. Siamo noi provinciali come potevamo essere qualche decennio fa ed egoisti ed individualisti come potremo esserlo tra qualche (pochi) anno. Poi, per carità, tutti siamo gentili, ospitali, disponibili ed educatissimi. Due popoli di santi, poeti, navigatori e cialtroni, con la deriva a buttare tutto a tarallucci e vino, nel vero senso della parola visto che entrambi siamo due popoli bulimici malati di cibo. Dall’incidente con il taxi al passaporto bloccato in questura. Drammi shakespeariani, poi l’intervento esterno, il deus ex machina della situazione (se è amico tuo è meglio) una stretta di mano (magari con 5 o più dollari dentro), “Allah sia con te” e tutto finisce in caciara. Viene in mente qualcosa?
Vivi dall’altra parte del mare, leggi ogni giorno, con orrore e disgusto, i titoli di Repubblica.it (gli articoli interi, giuro, a volte non ce la faccio), e pensi allo schifo che hai lasciato. Con una amarezza infinita. Pensi che st’Italia-Banana-Republic non ce la può fare. Che noi italiani ce la meritiamo tutta.
Poi esci, e ti avveleni per le stesse identiche cose. Il traffico allucinante, la lotta selvaggia di ogni singolo automobilista (tu incluso, quelle 4 volte che ti è concesso di guidare l’ammiraglia di “famiglia”) per conquistare 3 secondi di vita, che in un paese di power cuts e dove la puntualità non esiste nemmeno sul vocabolario, vi renderete conto che sono fondamentali. Bisogna arrivare sempre primi e farsi notare più degli altri. Bisogna fottere prima che ti fottano gli altri. Bene pubblico, cosa sei? Scarto la caramella e la carta la butto per terra. Anche se c’è un cestino a 2 metri . Aria condizionata a palla, autobus con il motore acceso mentre aspettano di riempirsi (passano anche mezz’ore), carta carta carta carta (si usano per qualsiasi cosa, dal cesso alla tavola, o al contrario, se vogliamo seguire il ciclo naturale, i fazzoletti che tiri fuori dalla scatola uno dopo l’altro). Non è solo un modo per “ostentare”, to show off come si dice tra internazionali, possibilità, comodità e scimmiottare questo pazzo e pericoloso Nord Del Mondo. No. Manca di fondo una cultura sociale. La cultura che puoi fare qualcosa per gli altri, includendo te stesso, senza che ti venga la lebbra. La cultura che non c’è bisogno che ti adegui alla massa per essere qualcuno (massa relativa: la tua massa, cioè la tua comunità di riferimento). Che non sei perdente se non cerchi di fregare il prossimo tuo. Che “cooperare”, oddio che parolone, può essere una strategia con più benefici che “fare da soli a qualsiasi costo” (= passando sopra gli altri e le regole di convivenza civile).
E questo vale per tutti. Le ong italiane in Libano sono quanto di più ridicolo possa essere stato pensato. In un paese in cui NON si muore di fame, dove NON si muore di sete, dove il problema è la convivenza civile e la reciproca accettazione e il rispetto che ne consegue (mi viene in mente qualcosa anche qui), andiamo ad “insegnare” l’onestà, i diritti delle donne, la cultura civica, e poi ci scanniamo per 200 euro della Cooperazione Italiana. O assumiamo personaggi locali dalla reputazione non proprio candida. O peggio ancora, moralizziamo a destra e a manca. E non sia mai che ci passassimo un pezzo di carta o un’informazione. “Voi dove lo fate il progetto?”. Silenzio. Il festival dell’ipocrisia.
Ma finché gli incentivi sociali, culturali, economici pendono dalla parte del free-riding, non ci sarà nulla da fare, ci ripetiamo per lavarci la coscienza. E tu, povero scemo che ti sbatti, che ti illudi, che ti incazzi, che vorresti quasi quasi pure votare, tiè beccati la gastrite, la lebbra, la diarrea, la solitudine, così impari.

