Niente più hammam, né giri per il souq profumato, colorato e chiassoso di Damasco. Almeno per un po’. Per un bel po’.
Che la crisi siriana abbia delle enormi influenze sul Libano è ormai evidente. E poi ora l’ha detto anche Mr. Robert Fisk, quindi lo possiamo pensare tutti senza rischiare di passare per allarmisti, catastrofisti, vittimisti. Il primo effetto è quello di farci sentire tutti insicuri, in attesa di qualcosa, anche se sei anni senza Siria in casa ormai hanno consolidato una qualità di vita che i libanesi non sono più disposti a cedere.
Le frontiere con la Giordania sono state chiuse, per evitare il deflusso di profughi/oppositori. Con il Libano non ancora, perché? Perché per entrare in Libano i Siriani non subiscono controlli (ma i libanesi che entrano in Siria sì), essendo il Libano considerato dallo stato siriano una specie di provincia. E perché in Libano la Siria ha ancora molti uomini di intelligence in posizioni dirigenziali chiave, anche se i soldatini in divisa con lo stemma ad aquila non ci sono più dal 2005. Inoltre, pur invischiato nei suoi enormi problemi di legittimità interna, Bashar ha fatto sapere ieri che si augura una pronta formazione del governo libanese, che è caduto ben quattro mesi fa per mano dell’opposizione Hezbollah/Amal/Aoun (ora maggioranza) sostenuta proprio dal duo Bashar/Ahmadinejjad. Insomma, datemi man forte voi, sembra voglia dire, tanto chi si rifugia da voi posso venire a cercarlo facilmente. La mia pirsonalissima idea è che Bashar cercherà di usare il Libano come cuscinetto, per costruirsi il consenso che da lui sta perdendo. Di certo ora molta forza per influire sulla formazione del governo libanese non ne ha.
Molti sono infatti convinti che invece il governo libanese non vedrà luce prima che siano risolti i conflitti in Siria.
Bashar, meno ridicolo e più saggio di Gheddafi, non mollerà facilmente, d’altronde suo padre non esitò nel 1982 a sterminare 20.000 oppositori del partito Baath a Hama (“Hama rules”, la violenza feroce sopra ogni cosa, descrive Thomas Friedman) in una notte, ed il figlio non si sta dimostrando meno leggero. E le cancellerie occidentali, nonostante le ovvie condanne alle “violazioni dei diritti umani” (che quasi ti dimentichi che voglia dire “uccisione di persone”), preferiscono un dittatore laico, che tenga i piedi in varie scarpe, inclusa quella israeliana, che lasciare un paese enorme e culturalmente ed economicamente povero in mano all’anarchia che normalmente succede ad un cambio di potere. Nessuno è pronto a mandare un missile che potrebbe rivelarsi una vera bomba atomica mediorientale.
Se Bashar terrà, il nuovo governo libanese avrà chiara influenza siriana. Se non terrà, sarà l’Iran, l’altro grande supporter di Hezbollah, ad avere via libera sull’influenza suo nuovo governo. Insomma, in entrambi i casi non c’è da gioire, anche se “l’altra metà del Libano” non starà a guardare, come non lo è stata nel 2005. Vero è che alcuni segnali di un irrigidimento “culturale” si possono notare già: a Nabatiyeh, la principale città sciita del Libano, quella in cui ogni novembre si tiene, unico luogo in Libano, la festa dell’Ashura, cioè l’auto flagellazione collettiva (vera!) per commemorare l’assassinio dell’Imam Hussein a Kerbala, prontamente adottata da Hezbollah come evento mediatico per propagandare la resistenza libanese, dalla settimana scorsa è proibita la vendita di alcolici. Ristoranti, drogherie, non solo sono costrette a disfarsi delle rimanenze, ma rischiano multe, chiusure e soprattutto la vergogna collettiva, l’etichettatura di “haram”, peccato. E’ il primo caso in Libano.
Il popolo libanese, quello della non politica, quello delle manifestazioni, quello di Twitter e Facebook, sta con i siriani, ma non in pubblico. Tutti abbiamo amici che rischiano la vita, i cui familiari sono stati minacciati di morte. N, ballerina alta e mora, mi dice che è pronta a sposare chiunque, se servisse ad aiutare a farli emigrare in un paese lontano dai mokhabarat siriani. Ce li dovremmo sposare tutti anche noi, se non ci fosse la Bossi-Fini ad impedircelo. Un’altra ragazza mi dice che nessun popolo può e deve vivere nell’oppressione. Seguiamo, pur con i problemi delle nostre connessioni internet fenicie, i gruppi dei diritti umani siriani, della liberazione del giornalista franco-algerino Khaled, una star qui, mentre gli uomini fedeli al regime organizzano sul suolo libanese manifestazioni anti-rivoluzione, specialmente nel nord tripolino-alawita. Meglio con gli arabi che con gli occidentali, è questo per molti il ragionamento che è scaturito dopo questi 10 anni di scontro di civiltà montato a tavolino, e dopo 60 di guerra con il vicino innominabile di sotto. Abbiamo seminato, e ora raccogliamo.
Certo è che non sarà breve. Certo è che se alla fine, inchallah, Bashar cederà, ad un prezzo umano altissimo, il signor Ahmadinejjad deve iniziare a tremare.
Ma è troppo bello per essere vero, un mondo senza dittature. E magari anche senza confessioni, vero cari miei amici libanesi?

