lunedì 18 ottobre 2010

Ultima (per ora) parte: la Fottuta Civiltà


L’impatto con “la fottuta civiltà” (cit. Talentino), tanto atteso e immaginato da mesi, al momento è più duro del previsto. Sarà che in aeroporto mi hanno tolto di tutto e di più dai bagagli (metti insieme una compagnia aerea tedesca e personale libanese e vedi cosa viene fuori ) e mi ritrovo a Francoforte in maglietta mentre fuori quasi nevica, fuori un cielo grigio che mi fa paura, e ieri quasi quasi andavo al mare. E naturalmente continuo a buttare la carta igienica nel cestino, dimenticandomi che qui le fogne funzionano e i tubi non si intasano.

No, per fortuna non è questa la civiltà che mi aspetta. Potrei morire di infarto culturale in queste sei ore di scalo in Germania. Mi attende Roma con il suo bel traffico, che certo in confronto a Sodeco Square all’ora di punta impallidisce.

La fine dell’era libanese n.2 è arrivata talmente in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo per pensarci. Sarà che tra i pacchi e pacchetti, smolla la borsa all’amico, piazza in giro tutte le cose che non ti entrano, chiudi l’ufficio, manda le ultime mail, come se dall’Italia non funzionassero, e la festa di saluto no che tanto ritorno presto, al massimo una birra in terrazza, e insomma non mi sembra di essermene andata. Vado un paio di mesi in vacanza, a riposare cervello ed organi addominali, insomma ora me la racconto così.

Non è stata l’ultima volta da Amira (per l’occasione, smalto color lampone), o l’ultima cena di mutabbala e cheese rolls da Abdel Wahab, o l’ultima passeggiata sotto il caldo sole mediterraneo di ottobre sulla Corniche, tra gli ammmericani che fanno jogging sotto l’AUB e le famiglie multi-figli a zonzo, mentre schiere di pescatori panciuti della domenica, in mutandoni a righe e cestello di vimini, pescano minuscoli pesciolini pieni di chissà quanti veleni nel mare “filthy” (eufemismo) di Beirut.
Tra l’ultima Almaza, la birra del diamante e unica bevanda alcolica di questi ultimi 9 mesi (ok a parte qualche bicchiere di Chateaux de Ksara o Blanc des Blancs) ad osservare il panorama dei palazzi in costruzione di Beirut, che nascono come funghi e nemmeno te ne accorgi che il Ground Zero sotto casa tua a gennaio ora ospita un bel palazzone di 9 piani con piscina e giardino pensile – è questa la modernità a Beirut – e le ultime chiacchiere sul “cosa succederà” con la gang dei Sopravvissuti, i Sobreviventes di capoeira che sopravvivono ad ogni sconquasso del Libano, insomma mi ritrovo a pensare che Beirut è stata ed è casa mia più di quanto abbia pensato, più del Testaccio radical chic che mi ha ospitato nei mie quasidue anni romani, nonostante la casa “rococò ottomana” che cadeva a pezzi ogni giorno (il definitivo collasso di vetri e mobili con la tromba d’aria di venerdì scorso), e i 3 piani di distanza dall’ufficio, troppo pochi per staccare la testa, e l’ascensore transilvano con la grata di legno il cui rumore è stato incredibilmente familiare.

Il tè al gelsomino e il manouch di metà mattinata, rigorosamente zatar e labneh, il giro dal droghiere Michel per gli ultimi aggiornamenti politici e la scorta di pomodori e "pane prensile" e dal giornalaio ultraottantenne sempre elegante, che quasi si offendeva quando compravo solo il Daily Star e mi diceva “mais aujourd’hui l’Orient le Jour ha l’inserto salute”, e allora dai prendo anche l’Orient le Jour, anche se il suo editore è un falangista. E il vecchietto dell’ospizio (ecco, a Furn el Chebbak tutta questa gioventù, diciamo, non c’era) che fumava sigarette, beveva dei gran caffè e giocava a backgammon a qualsiasi ora gli passassi davanti. Una volta che pioveva a dirotto mi sono rifugiata nel suo (senza saperlo) cortile, e da quel momento mi ha sempre salutato sorridente.
Sarà l’equazione “sud del mondo = poca organizzazione ma tanta umanità” (e tanto sole), ma l’effetto comunità, anche se a volte ti sta stretto, se tutti sanno quello che fai e dove vai e come ti vesti e chi viene con te, i buongiorno la mattina e le facce che si ricordano di te, alla fine della giornata danno calore e piacere, a te figlio della globalizzazione che giri il mondo ma alla fine passi la giornata su Facebook per non sentirti solo come un cane. Il gelataio del Barbar, giorno e notte, è sempre lui. Amira ogni volta mi accoglie che è una festa. E la scomodità della vita quotidiana ti fa apprezzare tanti piccoli lussi (“oggi c’è l’acqua calda!” evvai la doccia calda. “a che ora arriva la corrente che carico le foto”?), che troppo spesso diamo per scontati. Si vivono insieme i momenti collettivi, come la visita di Ahmadinejjad che manco fosse venuto a trovare me pirsonalmente di pirsona. Si decide dove si passa la giornata a seconda degli avvenimenti, del tempo, dei luoghi. Si vive nella storia presente e passata, e si condivide tutto. Nel bene e nel male. Dalla puzza acre del mattatoio di Karantina quando non c’è vento alla Hamra pedonale per l’Eid al Fitr, il Libano è un paesone e tutti ci si ritrova al Barometre il venerdì sera o da Pierre la domenica.
Certo, le mie amiche Haneen e Hiba di Borj el Barajneh poi la colazione da Chez Paul non se la vanno a fare. Loro stanno sempre lì, a tenere a bada le piccole pesti, tra uno scroscio di pioggia che poi il campo non si asciuga più, e un discorso di Nasrallah con i festeggiamenti sparatori annessi e connessi. Per non parlare dei tanti altri Libani che non si incontrano e non si incontreranno mai.
Ma vita a Beirut va avanti, e già mi manca, con le mille contraddizioni del Libanese style. Ma d’altronde non potrebbe sopravvivere senza, ci raccontiamo noi tutti per giustificarcelo e giustificarci.

Massalama ya Beirut, bishoufik (le città sono femminili, dice Rana sempre bellissima e alla moda) 2ariban.

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