Mercoledì scorso si è riaperta la ferita libanese.
Il limbo, nonostante i fuochi d'artificio, i ristoranti italiani che spuntano da tutte le parti, i saldi e le nuove discoteche, è finito, e gli avvenimenti dell'altro giorno hanno fatto tornare tutti i libanesi alla realtà. L'emorragia continua.
Hezbollah ha aperto ufficialmente il suo braccio di ferro con il governo, forte di un appoggio internazionale (Iran, Siria, ve la ricordate la visita del caro Ahmadinejjad pochi mesi fa? E mica veniva a trovare Hariri..) non indifferente. D'altronde, se hanno fatto cadere il governo nell'istante in cui Hariri entrava da Obama, beh il segnale era duplice. E il pretesto futile. Non sarebbe stato infatti il consiglio dei ministri numero mille a ricucire la ferita. C'è chi vuole che sanguini, che non si rimargini. E se da un lato il fallimento della mediazione Saudita/Siriana (la Siria rimane parte in causa) fa pensare che il problema sia tutto libanese, che se la sbrigassero da soli una santa volta, dall'altra fa capire che questa volta no, non c'è soluzione.
Il prezzo che Hezbollah chiede ad ogni crisi istituzionale è sempre più alto. Nel 2006 i suoi ministri erano un pugno, e anche allora si ritirarono. Mentre i suoi simpatizzanto tenevano in scacco il centro di Beirut ricostruito dalla Solidère di Hariri padre – in questa Beirut dove ogni settore è identità, comportamento ancora dopo 20 anni dalla fine della guerra – e davano un fortissimo segnale alla borghesia sunnita, cui costituzionalmente spetta la carica di Primo Ministro. La crisi del 2006 si è risolta “solo” dopo i terribili scontri dell'8 Maggio 2008, in cui sempre Hezbollah ha ricordato al governo che può prendere il controllo di porto e aeroporto in poche ore, e dopo una mediazione che ha portato il Generale Suleiman, ex capo dell'esercito libanese, cioè dell'unica istituzione veramente multi rappresentativa del Libano, a sostituire Lahoud, che forse pensava di potersi autoeleggere in eterno, come Presidente della Repubblica. General Suleiman, come dice la canzone di Zeid and the Wings, era la speranza di un Libano diverso.
Le elezioni del 2009 incoronarono il giovane Hariri, e videro la crescita di Hezbollah, che era ancora a caccia di un “governo di unità nazionale”, ovvero un governo in cui la rappresentanza degli sciiti fosse maggiore, e che aumentasse quindi il potere di veto dell'opposizione sciita agli haririani. Il primo governo Hariri durò pochi mesi. Il secondo esecutivo vedeva infatti già 10 ministri Hezbollah, gli stessi 10 che si sono dimessi pochi giorni fa. Con 11 ministri dimissionari il governo cade, e l'undicesimo ministro è stato quindi propriamente individuato, con le buone o con le cattive. Un po' come Scilipoti e Calearo, che al momento giusto hanno salvato Berlusconi.
Stavolta insomma Hezbollah fa sul serio. Oltre al potere militare, che non è mai stato messo in discussione e, anzi, grazie alla visita del caro Ahmadinejjad è stato rafforzato, ora dispone di un potere politico enorme, ed è proprio questo che vuole farci vedere. Il salto, da pochi ministri a quelli necessari per il ribaltone, in pochi anni, è enorme.
Il pretesto, se così si può chiamare, si chiama Tribunale Speciale per il Libano. Un organo istituito nel 2006, ex post come gli ultimi tribunali speciali dell'ONU, Ex Yugoslavia, Rwanda.., per far luce sull'assassinio di Hariri. Un botto che è costato la vita a più di 25 persone, che ha devastato un'area enorme della città, che ha distrutto le speranze di un popolo che usciva da una guerra civile di trent'anni ancora più macerato e diviso rispetto a quando ci era entrato.
Che il Tribunale non fosse gradito, ce n'eravamo accorti. Io la bomba del maggio 2007 all'ABC, il centro commerciale “sciccoso” di Achrafiye, il quartiere cristiano/falangista, me la ricordo bene. Sono morta di infarto, di lacrime, di paura. Ero arrivata da due settimane. E mi ricordo anche gli assassini mirati, per fare fuori uno ad uno i membri del Parlamento della maggioranza, finché non fosse diventata minoranza o almeno parità, per non far votare l'approvazione del Tribunale. Che aveva una norma che prevedeva infatti l'entrata in vigore d'ufficio, non si sa mai. Tanto è bastato per far tremare la città, il paese.
La calma apparente degli Accordi di Doha, quelli che nel 2008 hanno pacificato Hezbollah e piazzato Suleiman al Palazzo Presidenziale, ha iniziato a rompersi nella primavera scorsa. Ce ne siamo accorte al momento di rinnovare i visti di soggiorno.
Mentre Beirut si risvegliava, le spiagge si riempivano, le discoteche suonavano musica tecno, i ristoranti nuovi sbocciavano come fiori a Gemmayzeh, le voci di probabili imputazioni a membri di Hezbollah per l'omicidio Hariri iniziavano a correre, così come le voci di falsi testimoni, di infiltrati israeliani con passaporti europei e altri ingredienti vari per la spy story mediorientale dell'anno.
Altro che voci o romanzi americani: prove di cellule telefoniche, foto satellitari e quanto più si possa ottenere dai moderni mezzi di indagine, li inchiodano. Hezbollah, volente o nolente, morto Hariri, ha solo avuto dei vantaggi: la guerra contro Israele del 2006 ha consacrato la sua immagine e la sacralità della Resistenza, l'uscita di scena della Siria dopo la Rivoluzione dei Cedri (la manifestazione di massa all'indomani della morte di Hariri) gli ha lasciato campo libero nel proprio territorio, le provocazioni di Ahmadinejjad sono benzina per le turbine del Partito. Cosa vuoi di più dalla vita?
Altro che voci o romanzi americani: prove di cellule telefoniche, foto satellitari e quanto più si possa ottenere dai moderni mezzi di indagine, li inchiodano. Hezbollah, volente o nolente, morto Hariri, ha solo avuto dei vantaggi: la guerra contro Israele del 2006 ha consacrato la sua immagine e la sacralità della Resistenza, l'uscita di scena della Siria dopo la Rivoluzione dei Cedri (la manifestazione di massa all'indomani della morte di Hariri) gli ha lasciato campo libero nel proprio territorio, le provocazioni di Ahmadinejjad sono benzina per le turbine del Partito. Cosa vuoi di più dalla vita?
Perché Hariri senior sia costato tutta quella dinamite, e tutte quelle vite, ancora ce lo chiediamo. Perché si è voluto far fuori in questo modo così spettacolare è sicuramente un messaggio. Quale che fosse il prezzo politico che Hariri aveva messo al paese - un'apertura verso Occidente? O un rafforzamento del panarabismo con Arabia Saudita e co. senza lo zampino della Siria? O peggio, una posizione sul conflitto mediorientale che prevedesse lo smantellamento dell'unica milizia rimasta armata dopo la guerra civile – a quanto pare ledeva gli interessi – o forse l'esistenza stessa – del partito a tale punto che... “Booom”!
Sta di fatto che oggi meglio che in altre occasioni vediamo come da quel giorno di febbraio 2005 non è passato un minuto. Che è ancora tutto da decidere. O si annulla il Tribunale, o Hezbollah prende il paese. Negoziazioni intermedie, si è visto, durano solo fino alla prossima crisi, e il prezzo aumenta ogni volta.
D'altronde, Hezbollahland è pronta. Ad allargare i suoi confini su quelli dello stato libanese intendo. Nel Libano dai mille micro-Libani, il microgoverno sciita si distingue per efficienza burocratica (sperimentata di persona), ed è, nella loro lettura, la dimostrazione che il “sistema politico islamico” funziona. La fede è emblema di assenza di corruzione, un peccato grave per il bravo musulmano, e la zakat, l'offerta religiosa, uno dei 5 pilastri dell'Islam, garantisce entrate e redistribuzioni in tutta la comunità sciita, rafforzando i contatti tra Iran e Iraq, come se ce ne fosse bisogno. La rete di servizi sociali, di scuole di eccellenza, di scuole religiose, è sempre più capillare, così come capillare è il controllo sulle persone. A cui non si può sfuggire.
Il lato oscuro infatti di questo sistema, fortissimo a livello sociale, è proprio anch'esso a livello sociale. Se da un lato il sistema riempie i buchi dello stato libanese, liberista frammentato e ben poco sociale, dall'altro riempie anche l'esistenza dei singoli. E produce frustrazione. Tu esisti solo in quanto mio membro. Esci dalla rete, e non sei più nessuno. La Causa prima di tutto, prima di te stesso. Sarà per questo che nonostante il “fascino” di entrare in contatto con questa entità più o meno misteriosa, rimango piuttosto inquieta. Molto inquieta.
Sta di fatto però che da trent'anni circa, forse di più, i movimenti sciiti, Amal prima e Hezbollah dopo, incarnano la rivoluzione dei deboli, degli estromessi dal sistema, in un paese che è stato costruito a tavolino dai francesi per i cristiani. E se da un lato è vero che Hariri ha vinto le elezioni, dall'altro che elezioni sono quelle in cui i distretti elettorali sono disegnati attorno alle comunità per “far uscire” il candidato che si desidera, in cui si va a votare nel distretto nel quale è stato registrato il capofamiglia all'epoca della legge elettorale, 60 anni fa, per cui se il mio nonno era della Bekaa, anche mio padre ed io dobbiamo votare lì (sempre per non “contaminare” i distretti) anche se io magari vivo a Tripoli e mio padre a Tiro? Che elezioni sono quelle in cui le liste sono confessionali, i partiti sono confessionali, ed esiste una quota esatta di parlamentari per ogni confessione? Che elezioni sono quelle in cui la metà degli elettori non va a votare? Che elezioni sono quelle in cui le quote di cui sopra sono assegnate su criteri confessionali basati sull'unico censimento mai fatto in Libano, che risale al 1932, ovvero quando i cristiani forse e dico forse erano la maggioranza?
E se la Tunisia s'infiamma, come presto si infiammeranno Arabia Saudita, Libia e tutti gli altri paesi nei quali la generazione under 30, quella fatta di blogger e studenti ma anche di figli dei manovali e dei contandini, è più del 60% della popolazione, perché non dovrebbe infiammarsi il Libano, sulla scintilla del partito che raccoglie e rappresenta anch'esso la maggioranza dei giovani senza lavoro senza istruzione senza speranze? L'emigrazione in Libano è roba da ricchi, per chi ha compagnie di famiglia in Africa, ristoranti in Francia, affari in Brasile. Chi rimane è perché non ce la fa, perché non se lo può permettere. E deve rimanere a fare lavori di merda, in nero, sottopagati. A fare una vita che, se non ci fosse Hezbollah, sarebbe ancora più di merda. “Conosci un idraulico? Ti va bene se è cristiano?” (cit. Yiku), è così che funziona in Libano.
E quando la controlli, un'onda così, che vive di internet, di twitter, di telefonini con i quali puoi vedere i tuoi compagni in Tunisia, in Marocco, in Iraq, battersi e morire? Perché puoi non avere niente, ma il cellulare ce l'abbiamo tutti. Poco ma sicuro.
Ogni volta che c'è una crisi, torna tutto fuori. Tutto ciò che non è stato risolto prima. La questione della rappresentanza, del potere, dei diritti. Tutto ruota sempre intorno allo stesso argomento: l'identità libanese, questa misteriosa e inesistente. Solo che i tempi tra una crisi e l'altra si stanno accorciando, mentre il mondo va a mille e le distanze geografiche si annullano, e il prezzo, cioè “i costi sociali”, come quello del caffè equosolidale, o peggio, come quello del petrolio, schizza sempre più in alto. Solo che, a differenza di quello del petrolio, non si può far tornare indietro.



