martedì 30 novembre 2010

Capitani Coraggiosi


 Che ad un mese dalla fine del Servizio Civile in Libano finissi a dormire in una base militare nello stesso Libano non l’avrei mai detto. Che dalle donne della Bekaa e dei campi profughi palestinesi sarei finita ad occuparmi degli uomini pescatori del Sud del Libano non l’avrei mai detto.
Ma la vita è bella finché è varia. Multitasking Costy, diceva il Chinigò all’epoca del matrimonio sui colli torinesi.
E se non avevo voluto addii strazianti un mese fa era perché tanto lo sapevo. Prima o poi ci sarei finita di nuovo. Insomma, come al Pigneto, in Libano ci ricapiti sempre a fare un giro. E, come al Pigneto, reincontri sempre le stesse facce. Più o meno.

Naqoura è un ridente villaggio a due chilometri due dal “Paese Che Non C’è”, quel paese che inizia per I e finisce per ele che qui non si può nominare, che non c’è sulle carte geografiche ma si vede benissimo a occhio nudo. Naqoura si trova nella zona cuscinetto denominata Blue Line, tra il confine Sud e il Litani, che è pattugliata dalla forza ONU chiamata UNIFIL. Non c’è anima libanese viva, ma caschi e turbanti blu coreani, malesi, francesi, ghanesi e naturalmente gli italiani. Ognuno con il suo carico settimanale di viveri patriottici, baguettes, foufou, riso basmati e parmigiano. Se ogni tanto si invitassero a cena non sarebbe male!

Il paese consta di 2000 anime, un numerone, considerando che qui sotto non si vede veramente anima viva. Qualche villona in ricostruzione, camioncini bianchi carichi di materiale UN che si spostano di qua e di là (tutto parmigiano e baguettes?), bananeti. Fa ancora caldo ed il vento tiepido ti accarezza i vestiti, guardi il tramonto sul mare e vedi finalmente il mare pulito, intorno a te un silenzio che ipnotizza. Una pace infinita. Se la confronti al delirio automobilistico di Beirut, all’autostrada per Batroun la domenica mattina, pensi che non puoi essere solo a 50 km di distanza.
Il porticciolo è minuscolo. Io ho contato 12 barche, di cui due in secco. Appese ad una sorta di gru che sembra siano lì da anni. Sgarrupate, blu, bianche, qualche cesto di rete, un narghilè arrotolato, non la pipa ad acqua, ma come chiamiamo qui il tubo d’aria – archetipo del palombaro – per scendere sott’acqua a pescare. Un pescatore mi dice che con quello scende fino a 35 metri. Come lo sai, gli chiedo? Lo so. Lo vedo. Dimentichiamoci decompressione e bombole, qui ci si arrangia come si può. Fanno tenerezza. Il mercato è ben tenuto e pulitissimo. Si vede che l’hanno pulito perché arrivavamo noi, i “dottori del pesce”, c’era ancora l’acqua per terra. E come frighi/contenitori, dei frigoriferi veri e propri, vecchi e in disuso, messi per orizzontale. Dentro, tre cernie (“Lokous”) che aspettano da troppo tempo di essere comprate, e ormai sono lì per decorazione. Per sampling scientifico. Sono troppo costose per il mercato locale, la gente comune non se le può permettere. E quindi rimangono lì, abbandonate, a meno che qualcuno non provi ad andare a venderle a Tiro.

Dopo un pomeriggio passato a scorrere foto di pesci, questo c’è, questo non c’è, questo si mangia, questo no, questo si chiama così, tra una nocciolina ed un bicchiere di succo di frutta, in questo minimercato deserto con il sole che tramonta dietro di me alle quattro del pomeriggio, mi sembra ancora incredibile di essere qui. Il contrasto tra la quieta vita locale, rilassata, semplice e isolata, stride con le regole della vita militare, a cui sono sottoposta non solo perché giro in un territorio blindatissimo (qualcuno mi sta vedendo col satellite??) ma perché di notte sono gentilmente ospite delle militaresse. E come in un villaggio vacanze, potresti essere ovunque, c’è un container per tutto.

E quindi ora, mentre il vento sbatte sulla plasticaccia dei muri del mio container/stanza da letto, sul mio materasso spacchettato mi appresto a passare la mia prima notte nella Blue Line, e penso che ho fatto bene a non fare il militare. Il mio lenzuolo è pieno di grinze.

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