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venerdì 24 giugno 2011

Natale a Naqoura


“Ma fi samak”, non c’è pesce, mi dice allargando le braccia il Raìs, il capo della cooperativa (organizzazione a scopo di lucro, secondo la legge libanese, quando c’è il lucro..) dei pescatori del ridente paesello con vista sul Paese Che Non Si Deve Nominare (ma ci osserva dai radar, dalle navi ormeggiate al largo e Dio/Allah sa solo con cosa altro).

Che pesce ce ne sia poco in giro me n’ero accorta, anche con la mia lunga esperienza in Pescologia Applicata II, sbirciando nei frigoriferi, messi per orizzontale, del lurido mercato. Due cernie tristi, forse pure vecchiotte, morte invano. Il pescato “piccolo”, boghe (“ghobbos”), Sultan Ibrahim, saraghi (“sargus”) e cefali (“buri”), va via subito, forse già ordinato da qualche famiglia, da qualche ristorante o qualche base ONU. Ogni tanto arriva un cesto di granchi blu, che si muovono ancora e a me fanno UN SACCO impressione, e una nassa di una specie di aragoste, loro le chiamano “langouste” ma il biologo all’epoca mi spiegò che non erano proprio aragoste. Per il motivo di cui sopra, non ho indagato e mi tengo alla larga.

Il pesce a Naqoura viene pescato un po’ alla comevieneviene, cioè il pescatore infila pinne, fucile ed occhiali, abbocca al narghile’, il tubo di aria pompato dalla barca e scende “ a 30-35 metri”, distanza relativissima dato che non dispone di profondimetri ma va a occhio, a caccia della cernia. A tirare la bombetta. A raccogliere il pesce morto con la bombetta, in stile Qualunquemente. Ogni tanto, ma proooooprio ogni tanto, cala la rete. Pero’ poi devi aspettare, si rompe la rete, il pesce e’ piccolo.. chiaro che con la bomba si fa prima. 
Anni di rovina e incuria ambientale, di pesca di pesci sotto taglia, di bombardamenti di sopra e di sotto – quelli della guerra e quelli dei pescatori che, se non hanno le reti, pescano con quello che trovano, e cosa c’è in abbondanza nel Sud del Libano? Bravi. Le bombe. Magari pure israeliane. 
Insomma, tant’è che di pesce ce n’è poco ormai: o è morto, o è scappato!
E meno male che Naqoura è l’area più “protetta”, 20 anni di occupazione israeliana, poi l’accoppiata Unifil + Hezbollah, diciamo che la gita a Naqoura al mare non te la vai a fare, che ti senti un po’ osservato,  e meno sfruttata del resto della costa. Beh, di certo a Beirut il pesce fresco, quello che abbocca in prossimità dello scarico delle fogne urbane vicino Al Manara, non te lo mangi. E a Batroun, dove domenica scorsa sono “ammarate” 6 mucche, morte, in spiaggia, forse nemmeno lì. Diventi vegano in un attimo in Libano.

Grandi sforzi sono profusi ogni giorno per far capire che se non puoi pescare di più, forse puoi pescare “meglio”, cioè senza rischiare la vita e farti esplodere polmoni per immersioni fatte male, o dita per bombe esplose prima del tempo, senza rischiare la gastroenterite, altro che l’alemanno cetriolo killer per una cernia lasciata al sole per ore. E anche senza ridurre il fondale ad un canyon dopo le guerre puniche. La convinzione che “in Italia i pescatori ricevono un sacco di sussidi”, “da noi non c’e’ niente”, “abbiamo iniziato a pescare prima che nascessi” è dura da rompere. Ma basta trovare il giusto “veicolo”, cioè dei baldi ragazzi subbbaccquei che parlano il gergo dei pescatori, una bella biologa del Sud che ti sbrodola tutti i termini scientifici che ti dimostrano che le tue convinzioni non reggono sempre, una maestra di scuola che li inchioda alla sedia come dei ragazzini, guai se provate a falsificare una firma di presenza, e allora anche le giornate di formazione prendono una piega di allegria, a patto naturalmente che sia garantita la pausa caffè e sigaretta. Molte sigarette.
E poi tutti in barca, a provare il salvataggio dell’uomo in mare, occasione per fare un tuffo (beati loro!), o ad incellophanare la cernia e metterla nel contenitore frigo e a tentare una etichettatura artigianale sulla carta velina, che in acqua non scolora. Ethical fishing versione Naqoura.

L’autista che mi viene a prendere a Beirut, alle 7 di mattina, è cicciottone, baffuto e simpatico. Al mignolo ha l’unghia lunga di chi “non fa lavori manuali”, e quindi può scavarsi nelle orecchie mentre guida, meno male che è dall’altro lato. Davanti ai cartelloni di Hariri, a Saida, mi dice che era un uomo “very good”, e sul nuovo governo non si espone. Per non smentire la sua panza, sia all’andata che al ritorno si ferma ad un “drive through” libanese, cioè un baracchino che vende caffè espresso, tè e biscotti e patatine sull’autostrada, e prende sempre caffè e sigarette per lui e tè con “sikkar wasat”, zucchero medio, per me. A volte poi mi offre un croissant al cioccolato, o, come quando mio papà mi chiamò per dirmi della nonna, un manouch al formaggio per farmi passare la malinconia (e farmi venire la panza anche a me).
Al ritorno, per farmi sentire “a casa”, passa dal negozio di taxi e prende da un collega un cd di musica rigorosamente “ajnabye”, straniera. Lo mette su, la prima canzone è “Last Christmas” di George Michael, e mentre fuori fanno 40 gradi e il sole tramonta, noi riprendiamo l’autostrada per Beirut.

venerdì 28 gennaio 2011

Casa Dolce Casa


Non c’è niente che ti faccia sentire a casa come il minestrone. E quando ci ho pensato mi sono ricordata, come Proust con la madeleine, del minestrone che la cara Marta ci fece esattamente (giorno più giorno meno) un anno fa, noi tre appena sbarcate in quel di Furn el Chebbak (spossate dalla maratona pulitoria di casa? Dalle prime proteste intestinali? Non mi ricordo, mi ricordo solo che ci rese felici) e con quella secchiata di minestrone ci siamo andate avanti tre giorni. Contentissime nemmeno stessimo mangiando salsiccia e friarielli. E poi anche Cobra Mansa (detto Cobra Panza quando è in cucina) consolò me e il Mammut con una bella mestolata di minestrone con (tanto, che avevamo fame) riso dopo la roda più fredda della storia. E quella pubblicità del nonno che faceva il minestrone e si chiamava Paride come il nonno della cassiera ve la ricordate? Insomma, il minestrone, oggi che piove pure, ci sta un sacco. 

E così, sbarcata di nuovo ieri sera nella terra dei cedri (estinti, lo ricordo sempre), mi sono avventurata dal mio nuovo fruttarolo di rue Sassine – uscendone con credo 10 o 12 buste, rigorosamente una per ogni tipo di vegetale come si usa qui alla faccia dello stile ecofriendly – e ho passato così la mia prima sera beiruttina di questa nuova parentesi libanese. Altro che Gemmayze, birra Almaza e musica arab pop. Tre piattoni di minestrone, per sentirmi ben bene a casa.

Beh infatti devo dire che questa casa è veramente bellissima. Credo la più bella dove abbia mai vissuto finora. Scusa Menafrix, non per togliere niente alla adorata casa testaccina, ma questa ha anche il divano (anzi due) e il balcone (anzi due)! E dal mio settimo piano svetto come una bandiera, vedo il mare, non si sento il traffico di Place Sassine ma il rumore della pioggia. Scrivo dal letto con finestra aperta e lampi che (appunto) lampeggiano. Caro Nasrallah vedi di farla il più tardi possibile sta guerra che a me questa casa piace troppo!

Unico neo, o fortuna dipende da chi muove guerra per primo (se Iran, sono spacciata, se Israele no allora mi salvo), il mio palazzo è nientepopodimenoché quello del Kataeb. Il Partito Falangista. Azz, quando si dice Dentro la Storia. Più dentro di così non potevo andare! C’è il bel cedro triangolare fluorescente acceso giorno e notte per ricordartelo (ottimo punto di riferimento per i tassisti, se non becchi il palestinese, chiaramente, ma qui ad Achrafiye, i “Parioli de Beirut”, è difficile). Ma, come dicono saggiamente i compagni del Manifesto, il problema non sono io che abito nel palazzo del Kataeb, ma è il loro che “alloggiano” me.

Devo dire che anch’io, con le mie belle due lauree con lode in politologia varia ed eventuale, ho scelto proprio il giorno più adatto della Storia Recente del Libano per tornare. Se c’era un giorno in cui poteva scoppiare la guerra civile n. 2 “la vendetta” (e qui se decidono di vendicarsi, beh so’ *****, come dicono a Science Po) in Libano, quello era ieri. Hariri “deposto” lascia spazio al nuovo Primo Ministro d’altrondemente e appropriatamente nominato nel pomeriggio (più o meno mentre atterravo in scalo ad Istanbul), tal Najib Mikati (al quale sarà dedicato post a parte). Proteste e copertoni bruciati in mezzo paese. Mizzica. E io allora, da brava Fiskeans, mentre attraversavo la Beirut notturna de-ser-ta (nemmeno i checkpoint!) pensavo “beh dov’è sta guerra”? E, come dice saggiamente la Cozzani, “ma poi chi è sto Mikati che ci rovina la nightlife libanese”? Alla fine, per fortuna, kullu tamam, tutto bene.

Naturalmente leggerete tutto questo con scoppio ritardato perché l’omino di internet (quello del quartiere di Achrafiye, che però mi sa che è lo stesso paraculo, oops tecnico, di Furn el Chebbak, a meno che non si chiamino tutti Imad) non è venuto. “Perché piove”. Sì, direi che è proprio lo stesso. E quindi invece di “chattare dal letto” (cit. Cozzani) mi limito a fare quello che non facevo da mesi: passare una serata a casa, leggere, ascoltare la pioggia, provare a tradurre le canzoni dei Mashrou Leila. Rilassarmi.

“Welcome home”, mi ha detto il mio amico Issam al telefono appena sbarcata

martedì 23 novembre 2010

La Spia che inciampò nell'Hummus




Se c'è una cosa che si impara bene a fare a Beirut, naturalmente dopo il districarsi nel traffico con un SUV e respirare l'amianto della strada senza farsi venire un collasso polmonare, è riconoscere le spie.
Se solo tre anni fa mi chiedevo "ma come fai a sapere che è una spia", beh ora posso dire di far parte di quelli che "ma come lo sanno tutti" e lo so pure io.

Beirut è piena di spie. Si annidano ovunque. Tassisti, negozianti, cambiavalute, droghieri fidati. Insospettabili.
Poi ci sono anche però i sospettabilissimi, ovvero i bianchi occidentali.
Lo sanno tutti.
Come insegnano le regole fiskeans, innanzitutto sono americani. Non ci sono ong americane in Libano né turisti, perché ci dovrebbero essere americani? Ah, beh c'è UsAid. Che lo sanno TUTTI che viene finanziata da chi sappiamo noi. D'altronde, la cooperazione internazionale è la prosecuzione della politica con altri mezzi.
Poi di solito hanno il capello svolazzante, la camicia caki, il sorriso smagliante awanasgheps delle pubblicità degli anni 50 e fanno il classico lavoro da spia.
Giornalista. Fotografo. Cooperante. Scrittore di libri. Organizzatore di eventi. Gestiscono locali, organizzano manifestazioni "di sinistra", piazzati nella terra dei cedri da anni che ti chiedi perché a te debbano fare storie per un mese di visto e loro possono svernare a Batroun senza che un soldato li avvicini. E poi ti chiedi, ma con tutto il mondo a disposizione, ma proprio in un paese sul quotidiano orlo della guerra civile deve venire un organizzatore di eventi? Un graphic designer? E che non ce li hanno i graphic designer in Libano?
Ma il top è quando te lo dicono loro stessi. Cosa fai? (domanda classica). Giro. Ricerco. Faccio un PhD in Scienze Politiche (troppo facile). Sono stato in Afghanistan con Usaid (ha!), in Iraq (ha!!), in Arabia Saudita (il top, recentemente ascoltata) ad insegnare l'inglese. Sì, vabbè.

In realtà, come accadde a tutte le grandi intelligence del mondo che sono passate dall'Abruzzo del Medio Oriente, dai palestinesi agli israeliani agli ammericani e chi più ne ha più ne metta, probabilmente si sono adagiati qui, tipo balena spiaggiata arenata da troppi cocktail da Pierre and Friends, da troppe serate 80s al BO18, ustionati dal sole di luglio come i sujuk, le salsicce armene che sfrigolano sul bbq. E così, te li ritrovi, annegati nel succo del fattoush, stramazzati dalla maratona di mezzé (la vera spia mangia libanese anche al Barometre, che sarà mai una nottata di crampi intestinali!), tutti lì perfettamente sgamati, che non si sono mai ripresi da questo Risiko vivente.
E a quel punto è facile.
Il controspionaggio intendo.

venerdì 1 ottobre 2010

Chi ha ucciso Rafik Hariri

Stamattina, mentre ero allegramente in fila in banca per ritirare il malloppo delle diarie (e poi scappare alle Hawaii, pensavo), mi cade lo sguardo sul megaschermo piatto appeso, appunto per intrattenere i clienti in fila, alla parete di fronte a me, sul quale vengono trasmessi gingles vari, promozioni di conti in banca ed assicurazioni a vita, visi di vecchietti sorridenti (invecchiare felici in Libano?) ecc.
Poi, questa pubblicità: un set fotografico nero, sullo sfondo una bandiera francese, e una signora che dice, con tanto di sottotitolo in arabo, “io sono francese”. Poi nuovo set, bandiera palestinese, ed un ragazzo che dice “ana falestinyy”, “io sono palestinese”. E così avanti per l’America, l’Italia, il Bahrein, gli Emirati, il Canada e tutti gli stati dal Polo Nord a quello Sud. Poi, nuovo set. Bandiera libanese. Ah, ecco, finalmente, mi dico. Il ragazzo dice “ana sunni”, “io sono sunnita”. Rimango sbalordita. Continua la bandiera libanese, appare una ragazza, “io sono maronita”. Poi un ragazzo “io sono druso”, poi una donna, “io sono sciita”, e così via in dissolvenza e voci che si sovrappongono “io sono…, io sono …”. Poi tutto nero e una scritta bianca appare, su questo fondo nero. “Quand’è che inizieremo ad essere libanesi?”.

Ecco, io, in procinto di fare le valigie (definitivamente? Ma sa Allah, lo sa Dio) dopo 9 mesi, una gravidanza piena, nel paese delle bombe e delle discoteche, sono qui che me lo chiedo. Quand’è che saranno mai libanesi? Quand’è che smetteranno di farsi la guerra per un parcheggio, per chi arriva all’aeroporto, per chi ha detto questo e chi non ha fatto quest’altro? Can che abbaia non morde, e non si chiama alla guerra finché non ce, ma ce la dobbiamo proprio tirare “se non è Israele sono gli Hezbollah”, con il solito toto-calendario ed il fatalismo che ormai conosciamo bene?

Me ne vado senza tutte le risposte che ho cercato invano in questi mesi, nonostante libroni di storia, pane e giornali a colazione, la visita a Jumblatt, i consigli del droghiere Michel, e i timori dei miei amici. Nonostante pensassi che il destino mi aveva riportato a Beirut dopo 3 anni di distanza dalle famose bombe del STL per finire ciò che avevo cominciato, cioè capire cosa si muove dietro questo paese.

Niente, non l’ho scoperto. Non ho scoperto come mai questo popolo si è massacrato per 15 anni, per poi passarne alti 20 comandati dai servizi siriani, di cui gli ultimi cinque in un delirio politico senza precedenti. Dal famoso 14 febbraio del 2005, data della bomba ad Hariri, una quantità di tritolo pari a quella della strage di Capaci, nulla è come prima, anche se ci si sforza a volerlo far vedere. Tanti altri morti, politici, figli di, ma anche giornalisti ed intellettuali illustri (due per tutti: Samir Kassir e Gibran Tueni). Tante spie pro o contro arrestate. Tanti comizi da posti nascosti destinati a creare scompiglio. Le famose imputazioni che scateneranno l’ira di Hezbollah. Tanti piccoli cortei pacifisti che si sciolgono come la neve al sole e tanti libanesi stanchi e incazzati. Ma soprattutto stanchi.

Me ne vado senza scoprire perché e per come ancora nulla è risolto, perché qui non basterà un cambio generazionale, considerando che i figli prendono il posto e l’onore dei padri. Non ci sarà un movimento dal basso, una rivolta popolare, perché il popolo non esiste e i singoli sono troppo occupati a lustrarsi il Suv, a stirarsi i capelli, o a farsi i cavoli loro. Tanto “qui funziona così non ci possiamo fare niente”.
Qui, nel paese paradiso dei conti bancari, dove girare un assegno anonimo è più facile che trovare parcheggio in un deserto, funziona che se finisci il gas devi aspettare l’omino che passa per strada un giorno sì e uno no, e beccarlo quando è sotto casa tua. Sennò aspetti due giorni. Funziona che devi stare attenta a ciò che fai e a come lo fai, anche se è tutto normale, perché altrimenti finisce che qualcuno ti manda dei film porno, o ti chiude il rubinetto dell’acqua. Funziona che se vuoi arrivare a destinazione e senza discussioni chiami un taxi privato. Che se sei senza acqua chiami un privato a pagamento che ti riempie la tanica sul tetto, mentre continui a pagare la bolletta ad un ministero che serve solo a pagare gli stipendi. Funziona che vai a mangiare il sushi a Gemmayseh, ma poi la gente (quale? Da quale quartiere?) scende in strada per il prezzo dell pane. Funziona che salta la corrente perché tutti si attaccano al tuo generatore, ma poi vuoi l’aria condizionata d’estate. E se si rompe qualcosa chi chiami?

Non ci sono pagine gialle, servizi pubblici, rivendite autorizzate, imbianchini o idraulici. C’è il portiere del palazzo di fronte, o il parcheggiatore, o l’amico del droghiere, o schiere di manovali egiziani o siriani tuttofare per un nulla al giorno. Ma dipende dalla zona in cui abiti, mica puoi chiamare uno qualunque. A Furn el Chebbak non funziona come ad Achrafieh. È tutto un chi conosci, da dove vieni, che lavoro fai. Per identificarti meglio. Poi arrivi tu con il tuo zaino e la voglia di fare il Lawrence d’Arabia o la Condoleeza Rice della situazione e pretendi di romperli sti schemi. Di far togliere il velo a tutte le donne della Bekaa, senza pensare che il velo è l’ultimo dei loro problemi, considerando che anche quando hai le tette finte gli uomini si sentono liberi di prenderti a botte o mandarti messaggi minatori solo perché li hai contraddetti. Poi pretendi di far lavorare insieme maroniti e palestinesi, quando nel Virgin Store del quartiere scicchissimo e maronissimo di Achrafieh se chiedi un libro su Sabra e Chatila ti rispondono stizziti “che non hanno questo tipo di libri”, puoi sceglierti un Ipod se vuoi. Pretendi di avere le tue carte firmate in tempo, di avere i contratti in regola. Pretendi di non farti fottere perché tu mica sei un ingenuo. E si vede che non hai imparato la regola d’oro della sopravvivenza libanese: “fotti gli altri prima che ti fottano loro”.

Me ne vado stanca, triste, con un cuore grosso così e uno stomaco striminzito, sarà che ormai ho preso tutti gli antibiotici del mondo ma sto virus libanese non se ne vuole andare. Me ne vado arresa anche io all’evidenza che “non si può cambiare” e quel poco che abbiamo cambiato presto tornerà come prima. Zeina, Jammal, le donnine di Sana o quelle di Assindyan, che continueranno a vendere le melanzane sott’olio al mercato biologico con un entusiasmo che a noi fa solo venire un nodo alla gola. Me ne vado con l’impotenza di non poter far venire i miei amici libanesi in Italia, se non hanno un lavoro contrattato a tempo indeterminato e 20mila dollari sul conto perché se non hai le tue wasta, le tue conoscenze, arabo sei ed arabo rimani. Me ne vado incazzata per averci creduto, che qualcosa si poteva cambiare, e mi faccio consolare dai miei amici, che la lezione l’hanno imparata sulla loro pelle molto prima di me, e mi dicono “che è così”, che loro la speranza in un Libano fatto di libanesi in cui qualcosa funziona, dalla corrente agli autobus, l’hanno persa da tempo. Ma non demordono e vanno avanti. E anche io, con il mio virus intestinale forte e robusto, allora mi riconforto e so che tanto prima o poi torno. Devo scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri.

La foto oggi proprio non me la carica.

venerdì 13 agosto 2010

Ramadan Karim


Per chi abita nel colorato e vivissimo quartiere di Hamra, nel popolare Basta, nel lussuoso Verdun o nella tradizionalissima Dahyeh, l’area di Beirut Sud (quella tanto cara ai caccia israeliani) che include anche i nostri amati campi profughi, in questi giorni non può non essere svegliato alle 3 di mattina circa (dipende dai fusi orari) da un omino simpatico vestito di bianco (cit. Polin) che scampanella e, appunto, ti sveglia.


Non è un pazzo, (pazzi? in Libano? dove?), ma il mousaharati, e ti sveglia per mangiare il suhur, il pasto da consumare prima che sorga il sole. Il successivo, l’iftar, sarà al tramonto, quindi è bene che ti svegli e mangi e bevi per bene perché poi la giornata a 40 gradi ti aspetta.


È iniziato anche quest’anno il Ramadan, il nono mese lunare del calendario islamico. È iniziato sotto le stelle di San Lorenzo, sarà un benaugurante segno astrale, e in una città dove il moderno si mischia all’antico e la frenesia e il consumismo sono pane quotidiano, fa specie sapere che invece una parte (consistente) di questa città si ferma. Succede quando sei in una città multietnica,  multireligiosa, multipla che a volte nemmeno te ne accorgi ("ma no che non è Ramadan! Io ho mangiato al ristorante!" cit. Papaia).
Il Ramadan è il mese della purificazione e della spiritualità, e per questo ci si astiene dall’alba al tramonto non solo da cibo, bevande, sesso e sigarette (e alcuni integralisti persino dal profumo!), ma anche dalle discussioni violente e dai litigi. In un paese come questo ti verrebbe da pensare che sarebbero solo rimandate al 9 settembre, data dell’Eid al Fitr di quest’anno, la festa di fine digiuno. E invece, dopo qualche attacco di panico-guerra, i discorsi di Nasrallah, il caldo a 50 gradi, sapere che per un mese tutti si rallenta e ci si mette a riflettere, beh ci sta. E allora siamo tutti in Ramadan, anche noi qui dal cristianissimo Furn el Chebbak, il quartiere che della nostra base/ufficio, pullulato di madonnine e candelotti ad ogni angolo.


Quando il sole tramonta, si rompe il digiuno con un bicchiere d’acqua, o un dattero, poi si prega, e poi ci si mette a tavola. Si inizia con la zuppa di verdure, “chorba”, che così non fa male allo stomaco, e poi l’insalata nazional-libanese, il fattoush. Il Ramadan, come la cristiana Quaresima, è un mese di magro, quindi di solito si mangiano poi riso e verdure, a meno che non venga qualche ospite speciale, per il quale si cucina la carne. A fine pasto c’è la corsa per il caffè! Il prossimo sarà domattina alle 3 ed è da stamattina alle 3 che tutti lo aspettano!


Basma, la tuttologa in islam nonché “Hajja”, cioè colei che ha già compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, mi spiega che al digiuno ci si avvicina gradualmente, e i ragazzi iniziano con “mezzo digiuno”, uno spuntino alla mattina e poi solo acqua fino a sera, un po’ quello che ho fatto io oggi per prepararmi alla cena. Se poi durante il Ramadan ti ammali, hai le mestruazioni o non puoi digiunare, recuperi i giorni durante l’anno.uQmmmnhhhg

Ognuno ha i suoi riti, la sorella mangia solo formaggio ed insalata, la mamma mangia da sola alle 11, la sera poi si prega insieme o si legge il Corano. O si guardano le soap-opere egiziane o siriane in tv, una per tutte “Bab el Hara” ormai giunta alla 5a serie. Io che non guardo tv da 8 mesi ormai darei un rene per vederla!!


E così tra un dattero e un bicchiere di tè penso alla città dei pazzi che per qualche settimana sarà meno frenetica, meno trafficata (alle 7 di sera, orario di fine digiuno, le strade di Beirut sono vuote. Si rianimeranno dopo le 10), meno chiassosa, meno litigiosa. Ci vorrebbe un Ramadan tutto l’anno qui in Libano, inchallah.

giovedì 15 luglio 2010

Sikkar Ya Banat!


Non si è libanesi fino in fondo, e dopo sei mesi lo sei tanto, lo vedi da come parcheggi la macchina (creative parking), fai inversione a U in mezzo all’autostrada con la stessa leggerezza con cui prendi il caffè o e altre fantastiche libanate, se non ti fai la manicure almeno una volta. Alla settimana si intende.

La vera libanese non si asciuga MAI i capelli da sola, ma va dal parrucchiere (e mai con il capello sfatto! Che sembra che la piega l’hanno già fatta). Io per ovvi motivi di lunghezza di capelli, senza piega per fortuna sopravvivo, ma capisco che è dura.
La vera libanese non si mette MAI lo smalto da sola. Va a farsi manicure e pedicure (rigorosamente en pendant, cioè dello stesso colore. Mani, piedi, borsa, scarpe, velo, trucco. Come minimo) prima di andare al lavoro, fuori a cena, in spiaggia (dove notoriamente lo smalto dura 0.2 nanosecondi, e deve essere altrettanto rigorosamente intonato al costume), prima di andare a dormire (intonato al pigiama, alla biancheria da letto), ecc.

Io tre anni fa scovai per caso Amira, elegantissima e simpaticissima signora egiziana in servizio presso un parrucchiere della “scicchissima” Gemmayzeh (ecco, Amira è bravissima tanto quanto il parrucchiere è terrificante. È rimasto agli anni 80 forse… come tutto il Libano d’altronde). Tre anni dopo, Amira è ancora lì, con i suoi asciugamani verdi pistacchio, le cerette multi colore (rosa, verde, le preferite), un set di “attrezzi di tortura/bellezza” (allunga ciglia, pinzette di ogni forma e dimensione, lime e limette…) da far impallidire un chirurgo, e il suo solito sorriso! È bellissima!
Parla solo arabo, con accento egiziano, ma noi ci capiamo. Se non ci fosse lei, parole come “sopracciglia” (hawaghi) o ceretta o altri vocaboli di fondamentalissima sopravvivenza in Libano, al corso non le avrei mai imparate. “Quayes habibte?”, “va tutto bene?”, mi chiede ogni volta, “Na3eeman”, è il complimento che si fa a chi si è appena fatto la doccia/la ceretta/lo shampo/la maschera. Dio benedice la tua bellezza. Vaya con Dios.

A dire il vero, le vere specialità dell’estetica libanese sono due: smalto e sopracciglia.
Le sopracciglia, vero vanto della libanese di ogni ceto e religione, belle da fare invidia, vengono tagliate, sfoltite, accorciate, riempite, ridisegnate, tatutate, ecc. con una perizia geometrica svizzera a seconda della forma del viso, del taglio di capelli, e sono loro che forgiano l’immagine della donna araba bella, severa e imponente. Meglio di una seduta dallo psicologo o di una tavoletta di cioccolata, sei più bella subito. Non c’è pelo che tenga alla pinzetta di Amira.

Lo smalto è il vero must. Amira ne ha un cassetto pieno (dite un colore? C’è) che mi piazza lì ogni volta. Io, come quando vado a mangiare il sushi, ci metto due ore a scegliere, me li guardo uno ad uno, li apro, li conosco a memoria ma me li riguardo. E, sempre come il sushi, poi scelgo sempre lo stesso. Hamra. Rosso. Che dura una vita perché lei fa mille strati che poi nemmeno un bagno nell’acido lo scioglie: strato di base – per non far ingiallire le unghie, il basics (chi non lo fa non si merita manco il rosino sciapito), primo strato di colore, secondo strato di colore, ultimo strato il fissante/indurente/luccicante. È il vero tocco di stile. Dopo, puoi fare la boxe a mani nude o cercare le vongole nella sabbia e il tuo smalto rimane lì.

Ma quest’anno è diverso. Archiviata la frech manicure (troppo out), quest'anno (come confermato dai principali magazine culturali libanesi, uno per tutti, “Mondanité”, una specie di face book dove ci sono solo foto di gente alle feste. Giuro. Inquietante. È il passatempo preferito dei libanesi alle feste – farsi fotografare – e spesso l’unico motivo per andarci. Quando il fotografo di Mondanité se ne va – e di solito sta 10-15 minuti – la  festa è ufficialmente finita, d’altronde che ci stai a fare se nessuno ti può vedere?), vanno il “mandarino” (che sulla pelle “asmar”, cioè olivastra, delle libanesi sta da paura, sui miei mozzarella fingers decisamente meno e fa molto malata itterica), ma soprattutto il “fusha”, come dice Amira. 
E se lo dice lei non puoi che fidarti.

E così ora mi ritrovo con mani e piedi rosa fosforescenti e per fortuna che mi sono comprata l’asciugamano in tinta così non sfiguro da Pierre and Friends, il lido “scicchissimo” di Batroun, il posto di mare dell’estate libanese per eccellenza. E se resisti alle 10 h di sole e musica commerciale a palla ti sei meritato ufficialmente la cittadinanza.

Perché se scoppia una guerra, almeno io ho lo smalto.

lunedì 12 luglio 2010

Sono Pazzi Questi Libanesi?



E così, un lunedì sera di quelli che sei buttata sul divano, troppo caldo per allenarsi, troppo caldo per uscire, per cucinare (manca il gas!), per mangiare, di quelli che è solo lunedì sera e il tuo cervello è fritto dalle mille email e dalle mille cose da fare e la settimana che entra ti terrorizza, guardo che è un mese che non scrivo sul blog. Ohibò.
E che è successo? Che mi sembra tutto normale? Scontato? Che non ho più nulla da raccontare a 3 mesi dalla (presunta) fine, nonostante abbia un programma da tour-de-force di tutto rispetto?

E allora ecco qui, che racconto il mio ultimo mese di vita.

Punto primo, abbiamo archiviato i mondiali. Alè OO. Alla prima partita del Brasile, un mese fa, sembrava avessero vinto la coppa. Motorini parcheggiati in mezzo alla strada “per festeggiare”, bandiere, botti e spari. fino alle 3 di notte. Uscito il Brasile, si è passati alla Germania. Che sterminò gli ebrei, ma qui israeliani ed ebrei sono la stessa cosa, quando invadono e bombardano. E quindi tifano Germania anche gli armeni, dal cui genocidio Hitler prese ispirazione. Curiosa la storia..
Spedalata pure la Germania, si sono scoperti tutti tifosi della Spagna. Che lungimiranza! Bandiere, accendini, magliette, di tutto di più per non perdere il fischio di inizio (ieri sera tutti i bar di Beirut erano stra-pieni, con un charge minimo di 10 dollari), e saltare in tempo in tempo sul carro del vincitore. Succede, quando non tanto non hai una nazionale al mondiale, ma non hai proprio una nazione, e il Brasile tiene unito il Libano molto più del governo del giovane Hariri.

Poi, il campeggio. Ah, il campeggio. Si parcheggia davanti alla tenda, o al bungalow (tetto in legno, perfetto per l’inverno austriaco, un po’ meno per l’estate libanese, a meno che non vuoi fare la sauna svedese), si tiene il suv acceso con la musica a palla. In alternativa, la musica araba dal telefonino, o dall’ipod che, nel silenzio della natura è peggio di un bombardamento. I campeggi sono gli unici posti dove i ragazzi possono riunirsi e dormire fuori e “vivere la loro adolescenza", questo ci commuove e ci fa dormire meglio? No, mi dispiace. La mattina è una passeggiata tra le bottiglie di vodka e di Almaza, i pezzi di pollo avanzati dal barbecue notturno, una meraviglia della natura. Ma perché, mi chiedo, perché non esiste nessuna cultura nessuna del bene comune? Dell’esistenza dell’altro? Del fatto che puoi fare qualcosa per la comunità senza rimetterci, senza paura che ti freghino gli altri per primi? Ma dico io cosa ti costa buttarle nel secchio, spegnere la macchina o smettere di sentire musica alle 5 di mattina? È che non è cool? Basta questa spiegazione? 

Sarà per questo che non ho scritto, perché dopo 6 mesi, anzi dopo 3 anni, che sono qui sono incavolata con loro. Che, come dice la Tere, in un mondo spietato, mi sono scoperta spietata e incazzata anche io. Con i Libanesi che ti investono con la macchina per arrivare primi, parcheggiare primi, passare primi. Che ti suonano col clacson, sempre e comunque, ancora prima che attraversi. Che sfilano ai supermercati con le loro schiave asiatiche e ti spintonano per prendere il pomodoro più rosso. Che ti devono sempre e comunque fottere sul taxi, quando non ti mettono le mani addosso. Che sono sempre in malafede, perché hanno paura che qualcuno arrivi prima di loro e gli rubi i cinque minuti di gloria, e allora mille ombrelloni a mezzo metro dal mare così nessuno mi passa davanti, mille eco-mostri di cemento costruite sulla roccia così nessuno mi costruisce davanti, e così via. Ora sono gelosi degli europei che gli portano via le donne (o gli uomini), domani dei sauditi che hanno la precendenza al valet parking, e via dicendo.

Ma perché sono così incazzati e rancorosi da non vedere gli altri, da non vedere quello che c’è oltre al loro singolo io? È il prodotto della guerra? O forse la guerra, la guerra civile, quella di cui non si parla, perché ora la guerra è quella di Israele, come se 33 giorni possano sostituire 15 anni nella memoria collettiva, ed evidentemente è così, insomma dicevo evidentemente la guerra è nata su questi meccanismi che già c’erano, dato che lo stato libanese non è mai esistito, e li ha perpetuati, sviluppando un senso di sopravvivenza da “homo homini lupus”, come dice Thomas Friedman nel suo fantastico “From Beirut to Jerusalem”. Paradosso dei tempi: durante la guerra un ebreo poteva vivere a Beirut, ora lo appenderebbero e spellerebbero come hanno fatto con il violentatore siriano qualche mese fa.
E a che servono i Laique Pride, le sfilate, le campagne contro lo sfruttamento del lavoro domestico, quando poi, finita la marcetta (scendo solo se c’è abbastanza gente, “mi si nota più se vengo o se non vengo”) si torna tutti alla nostra vita raffreddata dal condizionatore non sia mai sudassimo e chissenefrega se salta la corrente?

C’è voglia di vendetta, di rivolta, di attaccare brighe. O semplicemente di mettere l’ultima parola e piantare la bandierina, del vincitore. E io l’ho messa per prima miei cari.

Allarme Libano. Si respira una brutta aria qui a Beirut, brutta, polverosa e inquinata.

lunedì 14 giugno 2010

Waka Waka Africa


Ci siamo. Mancano meno di 24 h alla prima performance degli undici in mutande bianche, come direbbe il mio guro blog-letterario Zucconi.
Ma qui da mo’ che ci si prepara. Il mondiale in Libano è iniziato due mesi fa.
Bandiere di ogni nazionalità, inclusi paesi sconosciuti che non hanno manco una under 21 di tiro al piattello, sventolano da circa marzo in tutta la loro tamarranza da ogni tipo di macchina, dal suv con i vetri oscurati alle carcasse sgangherate eco-enemy. Molti, sarà l’amore per il mondo o la furbanza libanese, di bandiere ne hanno messe due, tre, cinque, insomma così stiamo sicuri.

In testa, c’è sempre il Brasile. Ho visto macchine colorate di verde e giallo, sciarpe, lustrini, adesivi, cappellini (anche l’autista in tinta). Carretti acchittati di tutto punto, Brazil-points sparsi in giro per la città. In realtà non siamo a Beirut, ma a Copacabana.
Segue lei, L’Italia S’è Desta. D’altronde siamo o non siamo i campioni del mondo? E insomma ci fa un discreto piacere. Magliette azzurre spuntano in ogni dove, bandierone pendono da un terrazzo all’altro in stile Bella Napoli, vespini e cinquecento strombazzano orgogliosi. Noi tifiamo tutti Italia, mi dicono tutti quelli che incontro. Sì peccato che ogni volta che l’Italia vince il mondiale Israele invade il Libano. Comunque state tranquilli, gli dico, quest’estate non arriverà nemmeno una bombetta. Non c’è rischio.
Seguono, a pari merito, l’Argentina di Diego (seee quest’anno siamo tutti bravi a tifare Argentina) e… la Germania (stasera botti e boati), che se tifata qui ha un certo effetto inquietante. Capisciammé.
Televisori, paraboliche a scrocco, fili volanti e canali rubati sbocciano dal nulla, e quando la città è al buio e il generatore si usa per tenere acceso la tv, quando sfumacchiando il narghilè ti guardi la partita dell’Australia, ti rendi conto che il Dio Calcio può quello che nessuno riesce. Tenere insieme drusi, sciiti e palestinesi. È questa la globalizzazione.

Il pensiero-incubo di questi giorni è lui: dove andiamo a vederla domani? Chiaro che se perdiamo cambiamo posto, compagnia, amici, paese. Nuotiamo fino a Cipro, se servisse a qualcosa. È che a noi sta nazionale manco ha cominciato che ci ha fatto già scendere la uallera. “So’ tutti della Juve” nota astutamente Marta la toscanaccia-evviva-la-Fiore. Ma che ce frega, dice Enrico, andiamo da Imad a vederla che scrocchiamo lo spritz (unico posto a Beirut. Effettivamente..). No, dice Rocco, la partita si guarda a casa, in canotta mutande e birra Peroni. Qui di birra c’è solo l’Almaza, ma va bene. Ce la stiamo facendo andare bene da sei mesi alla fine... E poi in frigo ci sono sugo alle melanzane e cocomero. Chi è più Italiano di Noi?
Appunto, è che se non fossimo Italiani All’Estero, ansiosi di mostrare la nostra italianità come mai prima, ormai stufi del pane prensile e del pappino ai ceci, pronti ad uccidere per una fetta di prosciutto, insomma noi la boicotteremmo sta nazionale. Primo, perché già ce fa venì sonno. Secondo, perché è lo specchio del nostro paese. Che guarda all’indietro, che gioca in difesa. Che guarda al gel nei capelli ma poi apre bocca e, per carità, perde l'occasione per stare zitta. Siamo noi, e vorremmo fare tutto tranne che vederci così, spiattellati in mondovisione, in tutta la nostra piccolezza e meschinità.

Ma forse quest’anno, se usciamo subito subito in sordina, tra due settimane sei miliardi di persone si saranno già dimenticati di noi. Sentiamo i boati degli stadi, è il primo mondiale (sud)africano, vincerà una squadra del sud del mondo, ce lo sentiamo.
This time for Africa, lo dice anche Shakira.

Insomma, noi siamo pronti. Waka Waka Africa.

domenica 25 aprile 2010

Civil marriage not civil war

 
Ta2-ta2-ta2fyeh-la2-la2-3almenyeh - Ta2-ta2-ta2fyeh-la2-la2-3almenyeh – Ta2-ta2…

Il coro man mano diventava un rap, cantato a squarciagola da ragazzi e ragazze, facce dipinte, slogan sulle guance, bandiere libanesi come vestito, striscioni e banner, tutti ad urlare “basta con il settarianesimo, vogliamo il secolarismo!”.

Oggi, mentre nella nostra Repubblica delle Banane l’ironia del destino ha voluto che il nostro PM sia andato a “festeggiare” la liberazione dal fascismo (ma a noi chi ci libererà mai di lui?), a Beirut, e in tutte le comunità libanesi sparse nel mondo, si è svolto il “Laique Pride”. Una marcia dalla Corniche, il lungomare sunnita, a fin sotto il Serail, il Parlamento (o quasi, visto che era bloccato dai soliti blocchi di cemento) di ragazzi inneggianti al matrimonio civile, che in Libano, la “perla del Medio Oriente”, il “baluardo cristiano in terra muslima”, non esiste. “Amarsi un giorno a Beirut”, scrissi a gennaio.
Civil marriage not civil war, What’s your sect? None of your business, e tanti altri striscioni, taglienti e per nulla ironici, per denunciare non tanto e non solo una mancanza enorme nello stato libanese, e cioè l’esistenza di uno statuto giuridico personale civile (“appartengo ad una confessione dalla nascita, ergo sum”, in Libano) quanto la voglia di vivere in uno stato Normale, con la N maiuscola. Uno stato dove puoi pianificare il tuo futuro, e non emigrare. Per dirne una che riassume tutto.
Non a caso al rally c’erano (c’eravamo) solo giovani. Ragazzi. La brillante comunità gay della città (famosa in tutto il Medio Oriente), i bloggers ed i fotografi, gli artisti, i giornalisti, gli “impegnati” insomma. L’iniziativa è nata da un gruppo di studenti dell’American University, il vero cervello pulsante del paese. Poster in giro, inviti su Facebook, ed alla fine eravamo un migliaio.

È questa la nuova generazione di libanesi, quelli che aspettano (anche loro!) che un aereo presidenziale prima o poi si schianti, ma che nel frattempo si ritrovano sui social network e sui blog, al Ta Marbouta, o al Barometre per tirare fuori idee e cercare di scuotere il torpore di questo paese che vive nell’oblio del passato, e di conseguenza del presente e del futuro. Un paese paurosamente pieno di risorse e altrettanto paurosamente immobile. O peggio, in declino.
La settimana scorsa è stato il 35° anniversario dell’inizio della guerra civile, che ha devastato (si sono devastati tra di loro, tutti) il paese per 16 anni per poi finire “grazie” all’occupazione siriana (altri 14 anni). Nessun discorso, nessuna cerimonia pubblica. Nulla. Solo una “partita del cuore” simbolica ma ridicola. Della guerra non se ne parla. Come di tutto il resto.

Questo è il Libano di oggi, istituzioni che non esistono (vedere su wikipedia alla voce “stati falliti”) ma comunità e leaders parassiti che vivono di carisma e potere, ed illudono le proprie comunità che stanno lavorando per loro. Ogni giorno nuove alleanze, nuove promesse, e pagine e pagine delle stesse chiacchiere sui giornali. Ma ormai sono tanti che hanno smesso di crederci. O almeno quelli che se lo possono permettere. Non i palestinesi dei campi profughi, condannati ad una vita in gabbia ed a fare i meccanici con una laurea in medicina, non i drusi delle montagne che friggono falafel con la papalina bianca in testa, non insomma quelli che se non sono protetti dalla comunità, e non gli esprimono la loro riconoscenza, ne rimangono esclusi e sono condannati ad una vita di merda. Sono tutti stanchi e disillusi, ma non tutti possono permettersi di esprimere il dissenso. O semplicemente pensare ad una alternativa.
C’è chi è fuori e chi è dentro. Pensiamo alle nostre Scampia e co.
Ma c’è da dire che chi è fuori (dal circolo settario) ha mezzi e strumenti e cultura per fare sentire la propria voce, fare rete, e disturbare. Oggi sono mille e non spaventano nessuno, ma domani magari, quando forse non tanto un aereo presidenziale ma madre natura farà il suo corso, se qualcuno di loro sarà tra coloro che le decisioni le prendono e non le subiscono, forse il Libano sarà un paese migliore. L'Onda, insomma, è arrivata anche qui.

Ah, la colonna sonora della manifestazione, senza volerlo, eravamo noi. Cinque pinguini in abadà, pandeiros e berimbau. Il samba brasiliano con la dabkeh, la danza tradizionale palestinese/libanese, e il rap improvvisato, stanno benissimo. Domani spulciate Youtube


mercoledì 7 aprile 2010

Questa metà del cielo: donne, veli, hammam e nasi finti.


Apparentemente la Siria non ha le stesse contraddizioni del Libano. O almeno, sai cosa ti aspetti. File interminabili alla frontiera (uno che lavora e dieci che guardano, per citare Mirta o il Sambista), il prezzo del visto che casualmente cambia a seconda delle persone. Bakshish (mancia) bakshish bakshish anche per andare al cesso (e che cesso, è il caso di dire). Spazi deserti ed aridi e agglomerati super affollati. Non ci sono le colate di cemento che vedi in Libano. Non ci sono taxi che ti martellano, né insegne luminose american-style che ti invitano a mangiare  junk food 24h al giorno. Un falafel costa mezzo euro. Tutto è più polveroso, tradizionale, povero. E ti aspetti di vederle, loro, le donne con il velo.

Ti stupisci se le vedi a Beirut (ma non troppo se sei a Hamra, o a Downtown, dove di solito il velo si intona con borsa, scarpe ed accessori, per non parlare dei quartieri sciiti o dei campi palestinesi, dove invece mantiene il suo colore marroncino o nero, sul palandrano lungo), ma no lì a Damasco è normale, pensi. È normale, per la nostra mente che ragiona a cubetti e schemi che leggiamo sui giornali (quando leggiamo) e che non proviamo nemmeno a scrostarci dal cervello, che fai l’hammam, e passi ore a lavarti insieme a donne nude e crude, magre e ciccione, vecchie e giovani, come te, ma che cinque minuti dopo si sono già rimesse i loro vari strati di vestiti (pantaloni, casacca, casaccone, e poi sopra il sacco nero, velo in testa incluso) e si sono trasformate in bambole nere, irriconoscibili, pronte per uscire, mentre tu ti rinfili la tua canottierina, jeans e infradito brasiliane. Trovi normale vedere bambine di 5-6 anni che hanno già il velo, che sia un lenzuolo casalingo a fiori, o un tessuto colorato, o nero. O almeno, non ti stupisci.

L’hammam per gli uomini, o gli hammam, perché la città vecchia di Damasco ne è piena, non hanno la porta di ingresso. Passi davanti, butti lo sguardo e vedi omoni panzoni e baffuti con il loro narghilè, o il tè alla menta, e l’asciugamano in vita, che si rilassano dopo la seduta di vapore. Scena da mille ed una notte. L’hammam per donne, bellissimo e antico come gli altri, per trovarlo devi avere il lanternino. O un culo clamoroso. O, come noi, qualcuno che ti ci porta e che te lo mostra mantenendosi a debita distanza dalla porta, quasi potesse prendere il colera. La porta, chiusa blindata, è coperta da una tenda a righe. Pare quasi che la strada rischi una contaminazione. Dentro, quel clima di festa ed allegria che solo le donne tra donne possono creare. Tu, e il tuo ciotolino con pezzo di sapone e pezzo di spugna, tutto rigorosamente naturale, dopo aver lasciato i tuoi vestiti in un cassettone intarsiato, entri nel bagno e ti accomodi per terra vicino ad un lavandino di marmo, e cominci a goderti il vapore che sale. Accanto a te, donne di tutti i colori, età e dimensioni., che si lavano, cantano, chiacchierano, si rilassano. Pelle che cade, o tette finte, non importa. Lì dentro siamo tutte uguali, ma che ce ne frega. Due turiste italiane ci chiedono inorridite “ma che ci dobbiamo spogliare qui davanti a tutte??”, ma veda un po’ lei signora, se non possiamo fare nemmeno questo!! La sauna, vapore bianco che non vedi nemmeno i tuoi piedi, è come una catarsi. Tossine, tensioni e brutti pensieri si sciolgono, la pelle si apre e respira, e il caldo ti avvolge come una piccola droga. Dopo un po’ ti gira la testa, e allora esci e torni nella sala calda. È il momento della spugna. Le donne dell’hammam, queste figure misteriose che vivono sottoterra nel calore, e che hanno la pelle allentata ma morbidissima, ti prendono e ti strofinano ovunque, raschiandoti via quelle tossine e quei veleni che la sauna ha intanto allentato. La pelle si trasforma, e diventa chiara, profumata e morbida. Dopo, puoi lavarti. E allora ti accomodi accanto al tuo lavandino di marmo, acqua calda, acqua fredda, e via, a ciotolate, ti sciacqui, ti rinfreschi, ti insaponi con il sapone verde di Aleppo, quello all’alloro ed olio d’oliva, ti risciacqui, ti insaponi di nuovo. Così, per ore, che il tempo là dentro non si conta, e quando esci pensi di averci passato una vita, che ti senti una persona nuova, pulita, fresca. Ti trucchi, sorseggi il tuo tè alla menta, ti passi le creme profumate o ti puoi fare decorazioni con l’henné. Donne bellissime, rinate, fresche e profumate sono pronte. Ma non è ancora finita, perché devi uscire da lì prima o poi. E allora ti devi coprire, occhi neri di kajal nascosti sotto lenzuoli, pelle morbida occultata da teli neri neri, che tutti gli dèi sono maschi, a quanto pare.

Per entrare alla moschea, se il velo non ce l’hai, non ti preoccupare, ti danno una bella casacca con cappuccio, grigio topo, che devi chiudere fin sotto il collo. Mentre, avvolta nel mio sacco grigio, attenta che non mi si scopra nemmeno un centimetro di mento, osservo gli splendori della Moschea Omayyade, osservo anche queste schiere di donne iraniane, nere come dei corvi ma sorridenti e felici come delle bambine, di età indefinibile dai 5 ai 50 anni o forse più, che fanno le abluzioni, pregano, mangiano mandorle sedute tra i loro mille veli, mentre i bimbetti saltellano e giocano. Nella parte riservata alle donne, chiaramente. Le guide turistiche che spiegano a gruppi misti la storia dell’islam possono stare in un corridoio contro-transennato, in mezzo tra il settore maschile e quello femminile della moschea, il secondo chiaramente grande la metà del primo,e più lontano rispetto alla nicchia verso la quale si prega. Come se pregare un metro più in là o più in qua facesse la differenza.

Torni in Libano, e tiri un bel respiro, ah sono tornata nella modernità (se Donkin Donuts si può definire la modernità). Qui sì che si respira la libertà, che le donne beh sì stanno meglio altroché, che mi posso mettere la canottiera senza sentirmi in imbarazzo, Beirut la Parigi del Medio Oriente e altre favole. E pensi che rifarsi il seno ed il naso, a 20 anni – e se vuoi risparmiare puoi farlo senza anestesia, 1000 dollari in meno - “chi bella vuole apparire un poco deve soffrire”, sia un segno della modernità. Pensi che andare dalla manicure tutte le settimane, e sfoderare le tue minigonne di fronte alle ragazze velate, poverette non sapete cosa vi perdete, sia un sintomo di emancipazione. Peccato che a due ore di macchina ci sono villaggi dove le donne, di nero vestite e velate, non sanno leggere e scrivere, non maneggiano soldi, non lavorano, non possono spostarsi, e non l’hanno scelto loro. Peccato che anche se vieni da una buona famiglia, di qualunque confessione, non puoi presentare il tuo ragazzo ai tuoi genitori, o non puoi uscire con qualcuno finché il tuo ex-marito non ti concede il divorzio. Peccato che ci siano ragazze disposte a rifarsi il seno per dimostrare che “loro il velo non lo portano”, e poi tornano vergini (di plastica anche quella) in tempo per il matrimonio.

Dio era certamente uomo, ma in ogni caso, no, in Libano non sai mai cosa ti aspetti. E gli hammam nemmeno ci sono.

sabato 27 marzo 2010

Stessa fazza, stessa razza


La pausa elettorale in Italia, gentilmente concessami dall’Ufficio Nazionale del Servizio Civile (il mio ultimo superiore sarebbe Giovanardi) è un ottimo pretesto per tirare le somme di questa prima fetta di Libano II. Tre anni fa dopo tre mesi facevo le valigie. Oggi faccio semplicemente il cambio di stagione.

La gastrite che mi obbligherebbe a riso in bianco almeno fino al prossimo rientro è un chiaro sintomo di come questo trimestre abbia assorbito le mie energie.
Allora com’è questo Libano? Come stai? Cosa si mangia? E la gente è simpatica? E la vita? Sei al sicuro?
Il fatto è che questo Libano è tanto, troppo simile all’Italia. Siamo noi. Uguali, sputati, eccessivi. Siamo noi provinciali come potevamo essere qualche decennio fa ed egoisti ed individualisti come potremo esserlo tra qualche (pochi) anno. Poi, per carità, tutti siamo gentili, ospitali, disponibili ed educatissimi. Due popoli di santi, poeti, navigatori e cialtroni, con la deriva a buttare tutto a tarallucci e vino, nel vero senso della parola visto che entrambi siamo due popoli bulimici malati di cibo. Dall’incidente con il taxi al passaporto bloccato in questura. Drammi shakespeariani, poi l’intervento esterno, il deus ex machina della situazione (se è amico tuo è meglio) una stretta di mano (magari con 5 o più dollari dentro), “Allah sia con te” e tutto finisce in caciara. Viene in mente qualcosa?

Vivi dall’altra parte del mare, leggi ogni giorno, con orrore e disgusto, i titoli di Repubblica.it (gli articoli interi, giuro, a volte non ce la faccio), e pensi allo schifo che hai lasciato. Con una amarezza infinita. Pensi che st’Italia-Banana-Republic non ce la può fare. Che noi italiani ce la meritiamo tutta.
Poi esci, e ti avveleni per le stesse identiche cose. Il traffico allucinante, la lotta selvaggia di ogni singolo automobilista (tu incluso, quelle 4 volte che ti è concesso di guidare l’ammiraglia di “famiglia”) per conquistare 3 secondi di vita, che in un paese di power cuts e dove la puntualità non esiste nemmeno sul vocabolario, vi renderete conto che sono fondamentali. Bisogna arrivare sempre primi e farsi notare più degli altri. Bisogna fottere prima che ti fottano gli altri. Bene pubblico, cosa sei? Scarto la caramella e la carta la butto per terra. Anche se c’è un cestino a 2 metri. Aria condizionata a palla, autobus con il motore acceso mentre aspettano di riempirsi (passano anche mezz’ore), carta carta carta carta (si usano per qualsiasi cosa, dal cesso alla tavola, o al contrario, se vogliamo seguire il ciclo naturale, i fazzoletti che tiri fuori dalla scatola uno dopo l’altro). Non è solo un modo per “ostentare”, to show off come si dice tra internazionali, possibilità, comodità e scimmiottare questo pazzo e pericoloso Nord Del Mondo. No. Manca di fondo una cultura sociale. La cultura che puoi fare qualcosa per gli altri, includendo te stesso, senza che ti venga la lebbra. La cultura che non c’è bisogno che ti adegui alla massa per essere qualcuno (massa relativa: la tua massa, cioè la tua comunità di riferimento). Che non sei perdente se non cerchi di fregare il prossimo tuo. Che “cooperare”, oddio che parolone, può essere una strategia con più benefici che “fare da soli a qualsiasi costo” (= passando sopra gli altri e le regole di convivenza civile).
E questo vale per tutti. Le ong italiane in Libano sono quanto di più ridicolo possa essere stato pensato. In un paese in cui NON si muore di fame, dove NON si muore di sete, dove il problema è la convivenza civile e la reciproca accettazione e il rispetto che ne consegue (mi viene in mente qualcosa anche qui), andiamo ad “insegnare” l’onestà, i diritti delle donne, la cultura civica, e poi ci scanniamo per 200 euro della Cooperazione Italiana. O assumiamo personaggi locali dalla reputazione non proprio candida. O peggio ancora, moralizziamo a destra e a manca. E non sia mai che ci passassimo un pezzo di carta o un’informazione. “Voi dove lo fate il progetto?”. Silenzio. Il festival dell’ipocrisia.

Ma finché gli incentivi sociali, culturali, economici pendono dalla parte del free-riding, non ci sarà nulla da fare, ci ripetiamo per lavarci la coscienza. E tu, povero scemo che ti sbatti, che ti illudi, che ti incazzi, che vorresti quasi quasi pure votare, tiè beccati la gastrite, la lebbra, la diarrea, la solitudine, così impari.
 
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