lunedì 5 dicembre 2011

Il Foglio Rosa




Il foglio rosa è l’incubo di tutti gli inquilini di Beirut. E’ li che ti aspetta appoggiato come un innocente sul tuo contatore, in fondo alla cantina, quando tu di solito ci arrivi al buio imprecando perché non ti ricordi qual è il tuo. Poi lo vedi, e capisci.
Ti hanno staccato la corrente.

Eh sì, perché se in Libano la corrente manca continuamente, quando ce l’hai e ti dimentichi di pagare la bolletta, te la tagliano. A sorpresa.
Il fatto è che pagare la bolletta a Beirut se da un lato è semplicissimo, perché “passa l’omino a casa”, dall’altro può rivelarsi un incubo, perché “passa l’omino a casa e tu non ci sei”.
Non ci sono rid bancari, o bollette, o file alla posta. No. L’omino dell’Electricité du Liban incaricato del tuo quartiere passa ogni mese a bussare a tutte le porte, con il suo mazzetto di ricevute elettriche. Se sei una casalinga, non ci sono problemi. Se hai la maid, non ci sono problemi. Se per caso lavori, beh sei fregato, ma ancora non lo sai. L’omino passa, bussa, non ci sei, lascia un foglietto verde sulla porta con il suo nome, il suo numero di telefono, l’importo e la data in cui tornerà. Facile. Se ti ricordi lasci i soldi sulla porta. Qui ci si fida e ci si controlla tra tutti.
Ma se ti scordi.. lui ripassa e tu di nuovo non ci sei. E il foglietto verde è sempre lì che ti guarda. E tu capisci che devi fare una corsa contro il tempo prima che ti stacchino la corrente! Puoi richiamare l’omino, che ti dirà che non ripassa e puoi lasciare i soldi al negozietto all’angolo, oppure che ripassa ma se puoi dargli la mancia è meglio, e pensi che forse ventimila lire di mancia sono un po’ troppe e lasci perdere.. tanto c’è tempo. Fino a quando tu sei a casa a lavorare, guardare la tv, scaldare l’acqua per il tè e… PUF! Black out! Controlli l’orologio: non sono le tre ore di black out quotidiano. Controlli il quadro elettrico: tutti i relais sono accesi. Guardi fuori dal terrazzo: no, non c'è nessuna guerra in corso. Guardi il pianerottolo: tutti hanno la corrente, l’ascensore funziona (ma per sicurezza non lo prendo). Scendi nelle segrete del palazzo con l’accendino, cercando il tuo contatore. Lo trovi. È acceso. E che caspita sarà?? Poi lo vedi, il maledetto foglietto rosa candidamente appoggiato sopra.

Andare all’Electricité du Liban, detta Ali Baba per via dei Ladroni che la gestiscono, non è proprio semplice: gli orari d’apertura sono variabili, di solito la mattina, quando tutti lavorano, quindi anche tu, o il sabato mattina, quando pensi vabbè sono aperti fino all’una e arrivi e hanno appena chiuso. Insomma, ti devi mettere la sveglia, fare il saluto al sole ed essere di ottimo umore. E non dimenticarti nemmeno un foglietto.
Arrivi al primo piano sotterraneo, qualcuno all’ingresso guarda il tuo foglietto, sorride (e tu pensi lo so che lo sai che mi hanno staccato la corrente) e ti indica uno sportello. Da lì dopo aver ticchettato su un computer ti mandano a ripescare l’omino del quartiere che ti deve dare la fattura perché da loro non c’è.  Fi karhaba? Ce l’hai la corrente? Fa quasi strano vedere dei computer in un edificio così fatiscente, polveroso e vecchio. Devo scendere nei sotterranei dei sotterranei e penso di essere in un girone dantesco: sigarette, luci al neon, tavoli di formica, uffici deserti e tante tante carte. Dopo aver chiesto a tutti trovo l’omino, sommerso dalle ricevute. Pago il fio, esco a prendere una boccata d’aria e guardo il palazzone grigio dietro di me, con l’insegna al neon gialla in arabo.
Ali Baba, m’hai fregato pure stavolta.

sabato 5 novembre 2011

L'Ora della Monnezza


A Beirut, la spazzatura non si butta nel cassonetto.
Non solo perché i cassonetti, dei veri e propri container-bombe batteriologiche da cui spesso, al lancio del sacco, escono gatti spelacchiati e magri come grissini, sono introvabili e quando si trovano, perché li senti a chilometri di distanza, inavvicinabili. Non solo perché c’è sempre qualcuno a cui quello che butti potrebbe far comodo, si chiamano “raccoglitori informali”, un nome very politically correct per indicare coloro che cercano rame, metalli, lattine, plastica per poterli rivendere e fare qualche magro soldino.
Ma perché non sta bene, non sia mai!
Nel country dell’esaltazione della gerarchia e dello status sociale, se c’è qualcuno più in basso di te che può fare qualcosa, beh sarà lui a farlo. Devi cambiare una lampadina? Manda qualcuno – che manderà qualcun altro.. – a comprarla! Devi comprare qualcosa? Fattela portare da un delivery boy come Shankaboot. Vuoi fare la pausa caffè in ufficio? Il caffè te lo farà Madame Pipi, la signora del pianerottolo. Chiedi e ti sarà dato.

In ogni palazzo che si rispetti, e il mio è rispettabilissimo naturalmente, la spazzatura si deposita con nochalance sul pianerottolo. Un degno schiavo passerà a ritirarla ed andarla a buttare.
Tra i degni schiavi sono annoverati: siriani (profughi o meno), egiziani, singalesi.  Spesso sono i guardiani del palazzo, o del parcheggio, o i tuttofare di fiducia del quartiere. Lo schiavo riceve naturalmente una paga mensile, ma certo ci prova sempre quel disgraziato a ricevere una mancetta, con la scusa che la benzina è più cara, la vita è più cara.. e poi quella puzza in ascensore!

La questione dei rifiuti in Libano fa quasi piangere: non esistono discariche, inceneritori, men che meno il riciclo. Discariche “abusive”, dette jabal zbeile, montagne della monnezza, sorgono come colline puzzolenti sul mare di Beirut, Saida, Tiro. O in mezzo alla valle della Bekaa. Fanno ormai parte del paesaggio, ma gli autisti evitano accuratamente di passarci accanto. Di piani urbanistici che prevedano lo smantellamento delle montagne (per metterle dove?) e la creazione di giardini al loro posto ne ho letti tanti, ma non considerano che il territorio ha bisogno di almeno 10 anni per essere decontaminato, e che ormai fauna e flora marina e terrestre, tra cui il pesce che mangiamo e il mare in cui facciamo il bagno, sono avvelenati.

In città, la monnezza personale viene accuratamente passata al setaccio dai cercatori: rame, plastica (i galloni vuoti dell’acqua, da 6 o 9 litri, ad esempio, vanno fortissimo), carta, ma anche vestiti buoni, qualcuno cerca cibo di scarto. Spesso, sapendo che i nostri rifiuti sono ancora ricchezza, prepariamo già le buste di carta, rame, plastica. A volte, camminando nelle viuzze, ci si trova nel bel mezzo del mercato di smercio dell’immondizia, e carretti carichi di bottiglie si affiancano a bustoni di carta, e i ragazzi si scambiano materiali, contrattano sul prezzo.
In alcune zone di Beirut, Sukleen, la società privata per lo smaltimento dei rifiuti urbani creata – e posseduta – dagli Hariri, ha posizionato le campane per la raccolta del vetro e lattine. Naturalmente, solo nelle aree di Beirut in cui “sta bene”. Una bella vetrina di pubblicità, considerando che l’unico riciclo del Libano lo fanno i privati.

L’ora della monnezza nel mio palazzo è intorno alle 6 del pomeriggio. Il nostro gentilissimo e umilissimo portiere sale e raccoglie i sacchetti abbandonati di tutti e 7 pianerottoli in un grande secchione di plastica verde, che poi porterà non so dove. All’uscita dall’ascensore, spruzza persino un (bel) po’ di deodorante per camuffare l’odore.
Se mi trova ad aspettare l’ascensore, che naturalmente rimarrà occupato un po’ più del previsto, si profonde in scuse, ma io non so come ringraziarlo, perché non solo mi risparmia la fatica di arrivare fino al cassonetto, buttare la carta qui la plastica lì, non solo butta tutto quello che mi gira di buttare, che io scarico tutto sul pianerottolo poi se la veda lui, no, grazie a questo sistema io pago anche per avere qualcuno che pulisca la mia coscienza ecologica, che anche quella ogni giorno la butto sul pianerottolo.
Occhio non vede, cuore non duole.

venerdì 23 settembre 2011

Quattro ragioni per uno stato palestinese oggi


La vera domanda che dobbiamo porci è “perché no”.
Non “perché sì” ad uno Stato di Palestina. Perché no. Perché no?
Circa 64 anni fa, il 29 novembre 1947, con la risoluzione 181, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fresca di tutti i buoni propositi di Wilson, l’autodeterminazione dei popoli e tutta la retorica democratica che oggi irrita molto Obama e Bibi Netanyahu, ma che si saranno messi in testa questi palestinesi, di essere uguali agli altri, votò per la spartizione del territorio mandatario britannico, per la creazione di due Stati. Due, non uno. Preso in parola, lo Stato di Israele è sorto poco dopo, esattamente il 14 maggio 1948, poche ore dopo la dipartita delle truppe britanniche. All’epoca, i palestinesi non erano pronti. Scoppio’ una guerra, una guerra che non e’ ancora finita.
Oggi, dopo sessant’anni di questa guerra, sei milioni di profughi in giro per il mondo e due milioni di abitanti schiacciati dall’occupazione, i palestinesi ci stanno dicendo che sono pronti. E’ ora.
E ora, chi siamo noi per negare qualcosa che è già stato deciso sessantaquattro anni fa?

Se guardiamo con un occhio storico, la soluzione dei Due Popoli per Due Stati è stata sistematicamente e metodologicamente affossata da Israele, nonostante tutte le buone intenzioni, i negoziati ed i premi Nobel di questi sessantaquattro anni. Si chiamano “facts on the ground”, cioè i fatti compiuti. Ad oggi, circa 330.000 coloni vivono nella West Bank, varie colonie sono state naturalizzate a “città” israeliane – Kiriat Arba, ad esempio, controllano risorse idriche e agricole, infrastrutture (strade), confini.
Questa è una strategia sistematica sotto gli occhi di tutti da anni. Non è solo occupazione militare. Questa è intenzionalità. Un giudice la chiamerebbe premeditazione.

Una delle ragioni del fronte del “no” e’ la questione dei confini, uno dei famosi cinque punti congelati ad Oslo. L’Onu li decise a varie riprese: nel 1947 con la risoluzione 181 ed il Piano di Spartizione; nel 1967 all’indomani della guerra dei Sei Giorni con la risoluzione 242 per riportare i confini appunto, alla linea pre-guerra del ‘67.
Se lo Stato di Palestina fosse creato domani, di certo non avrebbe confini certi. D’altronde, non li ha nemmeno lo Stato di Israele. E nemmeno il Marocco, che occupa la Repubblica del Saharawi. E la Cina, che occupa il Nepal da sessant’anni. Però questi ultimi esistono tutti, occupati e occupanti.

Un’altra argomentazione del fronte del “no” e’ la questione che il voto dell’Onu non risolvera’ i problemi della regione. La questione della scorciatoia, citata da Omaba.
Sempre se la Palestina fosse creata domani, capiremmo tutti che la guerra non finirebbe (ci sarebbe semmai da chiedersi il contrario: se il voto fosse negativo, porrebbe fine al conflitto?), che la corruzione di Hamas e Fatah non cesserebbe, che i profughi non potrebbero rientrare perché già non c’è posto per quelli che già ci abitano, in West Bank e Striscia di Gaza.
Sono questi motivi per non volere uno stato? Sono questi i motivi che che i fautori del no impugnerebbero, che uno stato, nel bene e nel male, loro/noi (l’Italia e’ uno di essi) che in uno stato ci vivono, hanno diritto a passaporto, diritti, servizi, pagano tasse  e votano?
Ironia della sorte, se davvero alla risoluzione Onu non seguissero cambiamenti di fatti on the ground, allora perché Obama, il Segretario di Stato Hillary Clinton, Bibi Netanyahu e i loro sostenitori, hanno tanto paura di questa decisione, loro che per primi non hanno votato per la ratifica della Corte Penale Internazionale e rispettato le principali risoluzioni ONU che li riguardano, dalla 194/1948, il Diritto al Ritorno dei profughi, alla 242/1967, il ritorno ai Confini pre-guerra dei Sei Giorni (la cui violazione, ai sensi del diritto internazionale, imporrebbe un’azione sotto il Capo VII, cioè l’intervento armato)?

Le risposte sono molteplici:
1.      Perché l’atto di Abou Mazen è encomiabile e coraggioso. Abou Mazen e’ l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, l’erede per caso di Arafat – a cui, piuttosto, tutto è stato perdonato, anche essersi intascato gli aiuti internazionali e mandato a morire schiere di shebab in trent’anni di “resistenza” in nome della quale tutto ed il contrario di tutto era concesso. Ad Abou Mazen, invece non ne facciamo passare una, e’ il simbolo dell’ANP corrotta, della cordardia palestinese filooccidentale. Sotto il suo governo, la Nazione Palestinese, politicamente intesa, si è ufficialmente sfaldata, la povertà è aumentata, Gaza è stata “conquistata da Hamas”. Schiacciato tra i ricatti politici (450 milioni di dollari l’anno di aiuti statunitensi, rimesse di tutte le transazioni economiche palestinesi trattenute da Israele..) e le lotte intestine, sa bene che, se domani dovesse uscire vittorioso, la persecuzione, la vendetta israeliana, economica e militare, sarà immensa. Ma lui ci sta dicendo che e’ pronto a rischiare.
2.      Perché è una via democratica: adire l’organismo nato per proteggere i popoli – non le nazioni, i popoli – è la via più democratica che ci sia. Non una scorciatoia, perché l’Onu putroppo, a causa del famoso “deficit di democrazia” non è la bacchetta magica dei popoli, ma è una via. I popoli arabi sono sempre stati tacciati di poca affidabilità sulla scena mondiale a causa delle dittature, delle economie petrolifere (a cui anche l’Italia attinge senza troppi filtri ideologici), di questa cultura islamica che proprio non riusciamo a capire. Per Israele, la poca serietà, democraticità, credibilità dell’ “interlocutore palestinese”, è stato il vizio di forma da giocare in questi decenni per non sedersi mai al tavolo dei negoziati. Da gennaio, il vento in Medio Oriente e’ cambiato. I dittatori non ci sono più, e i palestinesi, come dimostrano le recenti marce della pace sui confini siriani e libanesi, terminate in sangue grazie ai soldati israeliani, stanno imparando a padroneggiare la potente arma della non violenza. Ora siamo tutti democratici, stanno cercando di dirci.
3.      L’Onu, per quanto discutibile e inefficace, è un organismo internazionale. Cio’ vuol dire che tutte le nazioni del mondo, ad oggi 193, vi sono rappresentate. La questione palestinese è salita agli occhi del mondo solo quando Arafat andò per la prima volta all’Assemblea Generale nel 1974. Da quel giorno tanti avvenimenti sono successi e “il mondo e’ cambiato”: è finita la guerra fredda, è stata montata a tavolino una campagna di “scontro di civiltà” che arricchisce, grazie alle economie di guerra, i paesi ricchi e armati (inclusa l’Arabia Saudita, uno dei principali beneficiari) e strugge le vittime di guerra incitandole all’odio reciproco in nome di tutti gli dèi del mondo. In questo esatto momento storico di enorme passaggio (di poteri, di ideali), in cui nulla e’ come prima, c’è bisogno di riportare la questione palestinese agli occhi del mondo. Gli Stati Uniti potranno anche mettere il veto ma tutti gli altri 193 stati sono stati ad ascoltare, e’ questo l’obiettivo. E possono vedere gli orrori, lo strazio quotidiano, le punizioni collettive inflitte al popolo “vittime della vittime”.
4.      Perché lo Stato di Palestina già esiste. Nei cuori e nelle menti, che è ben più importante di un confine geografico, dei cinque milioni di profughi palestinesi nel mondo, di cui vari milioni in campi profughi di Siria, Giordania e Libano, e altri due milioni spezzettati nelle enclaves di territorio in West Bank e Gaza. Chiunque faccia un giro in uno di questi campi, non solo rimarrà inorridito dalle condizioni di estrema povertà e razzismo, come accade in Libano, ma rimarrà colpito dalla forza che tiene insieme questo popolo martoriato, che, vedendosi negata una vita nuova nei paesi rifugio, vive costantemente nella memoria del ritorno alla Palestina, contribuendo così alla creazione di un’identità nazionale fortissima. Come ho letto in qualche libro, i Palestinesi sono stati creati con lo Stato di Israele.

Probabilmente, negli anni Quaranta tra i padri fondatori di Israele, nella loro idea di popolo nuovo in terra nuova, nei loro sogni c’era anche quello di andare dagli “arabi” (non ancora palestinesi, evidentemente), instaurare rapporti di amicizia e fargli vedere che “noi, noi siamo diversi, non come gli europei che ci hanno torturati per decenni e cacciati dalle loro case e sterminati e costretti a fuggire”.
Le storture di questo stato fondato sulla Bibbia, imprigionato tra democrazia (accogli tutti e dai loro gli stessi diritti) e stato etnico (solo gli ebrei), tra spese folli per l’esercito (nella Striscia di Gaza, prima del ritiro unilaterale, 20.000 soldati servivano a garantire l’incolumità di 8.000 coloni) e welfare in rosso, stanno venendo a galla. Gli israeliani pagano tasse di cui non vedono i frutti, che invece sono usate per mantenere in vita l’ebraicità dello stato, tramite enormi sussidi alle scuole talmudiche e agli ebrei ultra-ortodossi, e il conflitto armato, cioe’ le spese per la difesa, che a loro volta si tengono in vita a vicenda e tengono quindi in vita l’identità israeliana. Anche gli Israeliani esistono in quanto esistono i Palestinesi? Devono tenere in vita il conflitto per tenere in vita loro stessi, altrimenti dovrebbero fermarsi a riflettere cosa sono diventati in questi sessant’anni?

Io non so cosa succederà domani, qui a Beirut, dove vivo, stanno già sparando in aria, i convogli delle Forze Armate Libanesi, la milizia che esattamente 29 anni fa massacro’ circa 3.000 palestinesi nei campi di Sabra e Chatila sotto gli occhi di Sharon, scorrazzano per le strade dei quartieri cristiani con la musica e i clacson, sventolando bandiere con i cedri e, su una Mercedes nera, la bandiera americana.
Se non dovesse passare, la rabbia di 500.000 profughi palestinesi in Libano esploderà, ed il temuto “contagio” sara’ putroppo realta’.

Ma già il fatto di essere andati fin laggiù, per Abou Mazen, è una vittoria.

giovedì 22 settembre 2011

La Settimana della Marmotta


È domenica sera, e mi preparo ad una nuova settimana. La prima cosa da fare è mettere la sveglia. L’orario dipende non solo da cosa devo fare il giorno dopo (andare in ufficio, andare a Naqoura, avere appuntamenti vari) ma da che ora salterà la corrente. A casa mia, ad Achrafiye, la corrente va via 3h al giorno, tra le 6 di mattina e le 6 di sera. Sono fortunata, nel resto del Libano va via per 6-10 ore, o, come nei campi palestinesi o nel profondo sud, proprio non c’è mai.

La corrente in Libano salta spesso, spessissimo, ovunque, ma tante volte non te ne accorgi perché tutti gli edifici hanno il generatore (uno, due, tre), grosso come una roulotte e rumoroso come un treno, sotto al palazzo. Anche il mio. Però a me non serve, sopravvivo senza 3h di corrente al giorno, tanto più che i “turni” di corrente sono a scalare e so esattamente da che ora a che ora avrò o non avrò la corrente domani. Quindi non pago la bolletta del generatore, che è un salasso, oltre che un’imposizione del tutto illiberale della lobby della corrente ecc ecc ecc, e mi godo il black out.

Insomma, la mattina la sveglia dipende se la corrente va via dalle 6 alle 9 o dalle 9 alle 12. Se va via dalle 12 in poi non ci sono problemi. Doccia, tè, Internazionale. Altrimenti devo beccare la corrente. Per il bollitore dell’acqua, elettrico (chissà perché la stessa acqua, riscaldata sul fornello, fa decisamente schifo, con conseguente tè sbrodazzoso e imbevibile), ma soprattutto per la doccia. Il soprattutto è duplice: pompa dell’acqua, elettrica, e luce del bagno, che non ha finestre. D’estate, ancora ancora ce la fai, a farti la doccia con la porta aperta e il pisciarello d’acqua che viene giù. Ma d’inverno ti congeli e l’acqua calda, col pisciarello, aspetta e spera (e se non hai la corrente, non hai nemmeno l’acqua calda!). Insomma, la mattina ci vuole la corrente.

Per andare in ufficio, esattamente di fronte a dove abitavo l’anno scorso, scendo a piedi la collina di Sassine, tra viuzze, barbieri, macellai e signore che svuotano il secchio dell’acqua sporca sulla strada inondandoti i piedi e tassisti che alle 8 di mattina già strombazzano, e arrivo su una specie di tangenziale, passo davanti all’Hotel Dieu, l’ospedale universitario francese, e ogni mattina vedo lei, la signora che vende il kaak, il pane “a forma di borsetta” (perché ha il manico, mica è una ciambella normale!) di fronte all’ingresso principale dell’ospedale, col suo carretto sulla strada protetto da una specie di paravento di plastica, ormai nero di smog, altro che pruvulazzo siciliano, il suo kaak è bello bello impanato di polvere e smog, e lei sfoggia una mise fucsia (che qui si dice “fusha”), dallo smalto alla canottiera alla zeppona, capello rigorosamente rosso fuoco, cappello a visiera e coda che esce da dietro. Avrà una cinquantina d’anni. Ogni mattina, lei è lì.

Nei cento metri che mi rimangono tra Hotel Dieu e la rotonda di Adliyeh, un carnaio d’asfalto che farebbe paura anche al più fedele tassista alemannico, circa 30 taxi mi strombazzano per chiedere se voglio salire. Ma io dico, se non ho accettato a quello prima, perché dovrei prendere te? D’estate è il pezzo più caldo, l’asfalto ribolle e il tuo bel vestitino è già un mocio vileda. Arrivo alla rotonda, riesco ad attraversarla senza farmi arrotare (santi e madonne!), passo davanti alla General Security, l’incubo di ogni libanese e straniero, e inizia la sfilata dei soldati che sembra non abbiano mai visto una ragazza. Qualcuno si scansa anche per farmi passare. L’alternativa è passare da dietro, salita discesa polvere e, comunque, soldati. Nella vietta dei soldati c’è tutto: l’ufficio del cambio con la signorina chiusa dentro a refrigerarsi di aria condizionata “a quanto li fai oggi gli Euro”, la signora del saj (il pane cotto sulla piastra convessa) con la sua retina in testa che è già sudata alle 8 di mattina e l’ultima volta mi fa “fakkarti anti libneni”, pensavo fossi libanese, e allora io compro l’acqua da lei, la Tannourine da 2 litri a mille lire gelida di frigo che la condensa mi sgocciola nella borsa e poi sulla scrivania, giro l’angolo e mi appare lui, il palazzo del ministero. Sono arrivata.
Fuori, le macchine parcheggiate fino a sotto le scale che devi tenere la pancia in dentro per passare, e il caro carro armato-scatoletta, col bazooka puntato e il soldatino col mitra. Buongiorno. Tanto lo so che so’ finti, o perlomeno scaduti. Vero? Mi apre la porta il soldatino n. 2, a volte mi chiedono a che piano vado (santo cielo, sono 5 mesi che vado sempre allo stesso piano!) o, se cambia il soldato, “inti muazzafa?”, sei un’impiegata? I primi giorni del carro armato, controllavano tutto, anche le vaschette del pranzo con dentro l’insalata. Ora, puoi entrare con il trapano e nessuno dice niente. Insomma, una sicurezza.

Salgo al mio bel decimo piano, il piano delle donne. Sempre indaffarate a fare tè caffè merenda e come ti sei vestita oggi e come hai i capelli tutto il dì nella stanza di quella o quell’altra e cavolo sono già le due bye Costanza see you tomorrow. Il cesso delle donne però, chissà com’è, è sempre rotto, senzacartasenzalucesenzascaricosenzaacqua. Ma gli scarafaggi, vivi o morti rivoltati (attenzione che a volte sono finti morti quelli rivoltati! Maledetti!) ci sono sempre. Le, ben due, signore delle pulizie di solito sono svenute davanti al ventilatore o impegnatissime nel sudoku. Se passa uno scarafaggio, al massimo lo salutano. Di passare l’aspirapolvere, nemmeno l’ombra del pensiero, Jacqueline mi ha detto che pesa e io non ho l’aria condizionata in stanza e quindi fatica un sacco. Ergo, non pulisce. Il bagno è incluso nel ragionamento.

Alle due il personale ministeriale se ne va. Alle quattro vanno via gli UN, che, meschini, hanno un ufficio peggio del mio, senza finestre, con le tapparelle abbassate altrimenti dal corridoio tutti sbirciano. Io non avrò l’aria condizionata, ma la mia minifinestra con vista sul monte Libano ce l’ho tutta. Ho anche Wise, l’internet più veloce del Libano, un laptop Toshiba-con-funzioni-che-imitano-il-mac-e-quindi-non-funzionano, che il ministero mi ha gentilmente prestato (dopo soli due mesi che lavoravo lì!), una stampante-scanner, un fax-telefono grande quanto una lavastoviglie, i post it colorati, gli evidenziatori nuovi, le lavagne che aspettano, anche loro da 5 mesi, di essere montate, ma non c’è il trapano al ministero. Ma ora lo porto, giuro, tanto non mi fermano. Ho anche schiere di persone che mi passano a salutare tutti i giorni, vuoi perché è nato questo si è sposato quest’altro prendi il dolcino vuoi il caffè bonjour Costanza kifik al youm mniha?, o perché qualcuno si sbaglia di ufficio e, come si dice a Roma, imbocca dentro, mi guarda, realizza che no non sono libanese, no, non è l’ufficio che sta cercando e se ne va. Io alzo la testa, con le mie cuffie perché anche se in ufficio sono da sola non è certo una discoteca, sorrido, saluto, la riabbasso, continuo.
La mia settimana della marmotta, tutta uguale tutti i giorni come nel film, continua.

mercoledì 24 agosto 2011

Intervista alla Sottoscritta

E dopo i collegamenti di Radio Onda d'Urto della scorsa estate, una bella intervista primaverile di Fusi Orari. Grazie Daniele Nicolini, e grazie al suo professore, per la vostra fiducia.
Copio e Incollo dal sito:

Costanza Pasquali Lasagni, laureata in Relazioni Internazionali e ora giovane operatrice nel settore della cooperazione internazionale, è legata a doppio filo con il Libano già dal 2007. Le diverse attività lavorative e il lungo soggiorno a Beirut le hanno conferito un punto di vista privilegiato per cogliere la realtà del Paese dei Cedri. Ne nasce un'esperienza che trasmette con continuità attraverso i racconti che pubblica sul suo blog, Lebanon Limbo. In una conversazione con FusiOrari le abbiamo chiesto di raccontarci del suo Libano.
 
Costanza, raccontaci un po' di te. Come nasce e si sviluppa la tua esperienza in Libano?
Sono arrivata per la prima volta in Libano nell’aprile del 2007, con uno stage Mae Crui. Finiti i tre mesi, complice il caldo torrido, la crisi di Nahr el Bared e la prima grande crisi politica post-Hariri, cioè l’occupazione di Dowtown Beirut da parte della coalizione dell’8 Marzo, con le conseguenti restrizioni sulla sicurezza, sono scappata. Con la sensazione, però, di aver lasciato qualcosa di incompiuto. Lo scorso gennaio 2010, il ritorno, grazie al bando di Servizio Civile Nazionale all’estero, e da quel momento una presenza praticamente continua nel settore della cooperazione internazionale, che durerà almeno ancora un anno.

Come è nata l'idea del blog? Quali sono le cose che senti di dover comunicare?
Il blog nasce nel 2007, un’epoca pre Facebook (di cui sono stata per anni una grande critica). La coesione nata tra gli amici dell’università alle prese con le prime esperienze all’estero ha fatto sì che per tenerci in contatto ognuno di noi abbia creato un blog per raccontare la fetta di mondo che stava vedendo. Quando sono tornata lo scorso anno, l’ho ripreso da dove l’avevo lasciato. Racconto il Libano che vedo io, con gli occhi di una studentessa di scienze politiche appassionata di politica mediorientale sicuramente, ma anche con la curiosità e l’ingenuità di chi si confronta con una realtà che, comoda e moderna, è comunque differente. In più, il Libano è un paese dove la Storia e la Politica si respirano e condizionano la vita nei dettagli quotidiani, e per me è stata una sensazione nuova ed affascinante, indubbiamente da raccontare.

Come appare il Libano ad una italiana? Quali affinità e differenze?
Come ho scritto in un post, il Libano è l’Italia provinciale di cinquanta anni fa e l’Italia post-urbana tra dieci anni. Non solo l’identità mediterranea che sacralizza il legame familiare, I rituali sociali, il valore dato all’apparenza e dello status sociale come marchio di identità, ma anche l’egoismo, la disillusione verso istituzioni inesistenti, il distacco tra politica e realtà, la perdita del senso del bene comune. La differenza è che il Libano è stato macerato da una Guerra civile che, pur adesso senza armi, è ancora in corso, e il non aver mai affrontato la questione a livello nazionale rende impossibile il superamento di qualsiasi ostacolo, dall’effettività della legge, al riconoscimento dei diritti civili e all’abolizione del confessionalismo.

I due principali soggetti dell'attuale instabilità politica sono il Tribunale Speciale per il Libano e Hezbollah. Come ti sembra che siano percepite queste tematiche dalla gente comune a Beirut?
E’ una domanda difficile. Il Libano, per la sua posizione geopolitica, è stato ed è profondamente influenzato dalla politica regionale ed internazionale e dalle scelte degli altri paesi. Per questo, una qualsiasi interferenza esterna, come la creazione del Tribunale, gode in ogni caso di minore simpatia di un partito interno che, per quanto estremamente conservatore, armato, orientato politicamente, e non amato da una grande parte della popolazione, è indubbiamente riconosciuto come l’unico in grado di difendere il paese dalle stesse aggressioni esterne. Il Tribunale è diventato l’escamotage con cui se da una parte si tenta di accusare Hezbollah dall’altra si rischia di rafforzarlo e legittimarlo ancora di più, perdendo totalmente di vista i problemi del paese in cui, a 20 anni dalla fine della Guerra civile, mancano ancora le forniture di acqua ed elettricità.

Sei a conoscenza di studi, documenti o rapporti che sintetizzano queste impressioni?
Leggo le tue stesse fonti internazionali, mentre sulle fonti locali, che seguo sempre, naturalmente essendo schierate a seconda del proprio “finanziatore”, si intuisce già cosa si leggerà (anche questo non è un po’ come da noi?). Quando posso, chiacchiero con le persone, colleghi libanesi, negozianti di fiducia, amici. Penso sempre di poter trovare le fonti su internet (quando ho corrente!) in qualsiasi momento, e di dover approfittare di parlare con le persone quando sono qui, e così rimando la parte più scientifica del lavoro!

La realtà libanese appare come un complesso mosaico di identità. In quali contesti e ambiti sociali si manifestano le divisioni della popolazione?
Nonostante la guerra civile sia finita 20 anni fa e le proporzioni rappresentative tra le confessioni siano state rivisitate, il confessionalismo esiste e governa: la divisione tra quartieri cristiani, sciiti, armeni, l’assenza di matrimonio civile e il riconoscimento del solo matrimonio religioso (all’interno della stessa religione), la dicitura della religione sulla carta di identità che diventa un marchio a vita. Questo sistema, se da un lato garantisce sicurezza in termini di appartenenza alla comunità, dall’altro esacerba le divisioni, alimenta i conflitti, la diffidenza, il razzismo. A questo si aggiunge una enorme disparità economica per cui i ricchi possono permettersi fuoristrada, alta tecnologia e signore delle pulizie, mentre i poveri rimarranno poveri e le due componenti non entrano in contatto se non per un rapporto sicuramente non paritario.

Quali sono, a tuo riguardo, le prospettive nel breve/medio periodo per il Paese dei Cedri?
Da una parte sono molto realista, e di conseguenza pessimista. Ci sono troppi interessi “intoccabili” per far sì che qualcosa cambi, e non basterà un semplice ricambio generazionale. Dall’altra rimango idealista o per lo meno speranzosa: la società civile è attiva, informata, organizzata. Facebook tiene in contatto artisti ed attivisti, giovani reporter e fotografi e le manifestazioni per il secolarismo sono diventate a cadenza settimanale. La nuova generazione, cresciuta all’estero, poliglotta e viaggiatrice, familiare con le tecnologie, con i nuovi media, è una grande speranza. A loro il Libano sta stretto, ma rimangono qui. Chi scappa è per fare soldi. In Libano non mancano le risorse, né naturali, né umane. Manca il legame tra le persone, e sono sicura che, poiché nessuno vuole un’altra guerra, questo sia il collante di base dal quale partire per ricostruire la società.

sabato 6 agosto 2011

Le regole di Hama, parte seconda


Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul ritorno, o meglio sulla mai dipartenza, della vicina Siria in Libano, gli avvenimenti, piccoli e isolati all’apparenza, degli ultimi mesi dovrebbero averli dissipati.

Il mese di Ramadan del 2011 è iniziato, lo scorso lunedì. L’aura “spirituale”, le strade vuote, io che provo a digiunare e alle 5 del pomeriggio mi si apre lo stomaco e mi preparo per l’Iftar a casa Barakat, tutto sembrava come l’anno scorso, un mese di calma e riflessione, ma in realtà era già sporcato del sangue delle vittime di Hama, e di tutte quelle prima. Il primo giorno di Ramadan, ma anche nei giorni precedenti, i carri armati sparano in città ad Hama, casa per casa. Non so a voi, a me non sembra un inizio spirituale e riflessivo. Come se la coalizione Nato attaccasse il giorno di Natale, ecco.

Il martedì, a Beirut, un gruppo di manifestanti pro-popolo siriano, si raduna davanti all’ambasciata Siriana per protestare, a Hamra, e vengono pestati a sangue dagli scagnozzi del partito socialista siriano e del Baath, la cui sede è appunto lì vicino (vicino alla cara ambasciata che, ricordiamolo, ha aperto solo pochi anni fa).  Chi va a sporgere denuncia all’ISF (quella forza di polizia che molti dicono essere controllata dal Futuro, cioè Hariri il giovane), viene rimandato a casa perché “non c’è nessuna denuncia da sporgere”. I negozianti si rifiutano di assistere e ospitare i feriti, per timore di ripercussioni sul proprio locale.
Per chi avesse dubbi, il vento a Beirut è questo.

Tutto è iniziato con i ciclisti, che quasi sembra una barzelletta. Cosa fanno sette ciclisti estoni in Bekaa (oltre ad alzare la media di ciclisti in Libano che forse saranno quattro in tutto e non certo nella Bekaa)? Vengono rapiti e portati in Siria. Per tre mesi circa. E rilasciati guarda caso appena il nuovo governo, palesemente retto dalla Siria, viene formato e fiduciato. L’Estonia è un paese abbastanza attivo a livello di intelligence, e non ci vuole molto a capire che il rapimento potrebbe essere stato un ricatto per avere il benestare sul nuovo governo, che ci ha messo ben cinque mesi ad essere formato. Non che avessero dubbi, solo volevano assicurarsi, credo, che a livello internazionale tutto fosse a posto. “Zero problemi”, come dice il Ministro degli Esteri turco. Forse si sono ispirati a lui.

Poi la baraonda sul nuovo Ministro dell’Interno. Quando l’unico Ministro apolitico e veramente “forward looking” che il Libano abbia mai avuto, il signor Ziad Baroud, uno di quelli che va a fare le manifestazioni per la laicità, “uno di noi”, come dicono le ong libanesi, si dimette (pur già dimissionario a causa della caduta del governo) perché in Libano non c’è più speranza di ripristinare uno scheletro di istituzioni politiche “civili” (non corrotte, non rispondenti ad interessi esterni, ecc), a me sono venuti i brividi e una tristezza addosso che non vi dico. Il suo sostituto è un militare, e anche i suoi nuovi consiglieri. Giusto per chiarire ogni dubbio.  

E sempre per chiarire ogni dubbio, per quanti si ricordassero la sottoscritta che zampetta nel video di Zeid & The Wings, “General Suleiman”, canzone che attraverso l’ironia chiede all’ex Generale ora Presidente della Repubblica (la cui elezione è passata attraverso due anni di crisi politica e svariati morti, oops, attentati) di accogliere le speranze delle persone e mandare a casa, cioè fuori dal Libano, i corrotti, le milizie, i trafficanti di armi e alla fine già che ci sei Generale, “go home” insieme a loro, una settimana fa Zeid è stato incriminato per offesa al Presidente della Repubblica, e sarà processato a breve. Un anno dopo che la canzone ha impazzato su internet, sulle radio, all’estero (persino in Israele! Ah, se lo sapessero..), ma, sempre guarda caso, poche settimane dopo l’installazione del nuovo ministro degli Interni. Perché in Libano c’è la libertà di opinione ed espressione.

E, per gli ultimi scettici, c’è sempre la testimonianza personale della sottoscritta, che a volte ha a che fare con, sempre lui, il Ministero degli Interni Libanese, felicemente sorvegliata da questi baldi giovani in divisa e mitra che stazionano all’ingresso del palazzo, dormono nei pianerottoli per proteggere la rete dell'Ogero (la telecom libanese) che serve all'ISF, e protetta ancor di più dal carro armato piazzato al portone, che in realta' sembra piu' una scatola di tonno che non ci andrei in guerra nemmeno sotto tortura.
Se dentro l’edificio la sconsolatezza prevale, saranno gli scarafaggi morti, le “madame pipì” morte di caldo a fare il Sudoku fino alle 2, ora di chiusura, le cicche negli angoli o la moquette grigia, o in generale quell’aria di stacanovismo che respiri appena entri, beh subito ti viene ricordato dove sei.
Infatti con molta nonchalance mi viene chiesto di aggiornare le mie attività a questo Tal Signore, che potremmo definire il Suocero Del Direttore, ecco diciamo così.

Perché se le regole di Hama (cit. Thomas Friedman, “From Beirut to Jerusalem”) sono ancora valide, quelle per cui tu puoi manifestare far cadere il governo pensarla diversamente ma io comunque ti bombardo e ti massacro e poi vediamo se hai ancora voglia di parlare, come Assad padre ha insegnato al figlio (che su questo devo dire ha imparato bene), o se, come dice Michael Young, che sarà un po’ (molto) neocons-liberal, la Siria in fondo non se n’è mai andata per via dello scontro sunnita-sciita (leggi: Iran-Arabia Saudita) sul chi è il leader della umma araba, e Assad jr sta forzando la mano, in ogni caso non c’è da stare sereni.

E non perché noi bianchi western non possiamo più andare a farci l’hammam a Damasco, o perché il libanese medio trova traffico sull’autostrada per la spiaggia di Batroun la domenica (perché, qualsiasi cosa succeda, su quell’autostrada c’è sempre traffico), ma perché finora in Siria 12000 (do-di-ci-mi-la) persone sono state incarcerate e 3000 (tre-mi-la) sono “scomparse”, mentre migliaia (solo 150 nella città di Hama nello scorso weekend) sono state uccise. 

Il Ramadan durerà ancora tre settimane, molte sono le voci che dicono che Assad non sarà più al suo posto alla fine, se fosse così sappiamo già che fiumi di sangue saranno il prezzo da pagare. La pausa di riflessione usiamola noi, per accendere i nostri cervelli e capire tutto questo. Ramadan Karim. 
 
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