La vera domanda che dobbiamo porci è “perché no”.
Non “perché sì” ad uno Stato di Palestina. Perché no. Perché no?
Circa 64 anni fa, il 29 novembre 1947, con la risoluzione 181, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fresca di tutti i buoni propositi di Wilson, l’autodeterminazione dei popoli e tutta la retorica democratica che oggi irrita molto Obama e Bibi Netanyahu, ma che si saranno messi in testa questi palestinesi, di essere uguali agli altri, votò per la spartizione del territorio mandatario britannico, per la creazione di due Stati. Due, non uno. Preso in parola, lo Stato di Israele è sorto poco dopo, esattamente il 14 maggio 1948, poche ore dopo la dipartita delle truppe britanniche. All’epoca, i palestinesi non erano pronti. Scoppio’ una guerra, una guerra che non e’ ancora finita.
Oggi, dopo sessant’anni di questa guerra, sei milioni di profughi in giro per il mondo e due milioni di abitanti schiacciati dall’occupazione, i palestinesi ci stanno dicendo che sono pronti. E’ ora.
E ora, chi siamo noi per negare qualcosa che è già stato deciso sessantaquattro anni fa?
Se guardiamo con un occhio storico, la soluzione dei Due Popoli per Due Stati è stata sistematicamente e metodologicamente affossata da Israele, nonostante tutte le buone intenzioni, i negoziati ed i premi Nobel di questi sessantaquattro anni. Si chiamano “facts on the ground”, cioè i fatti compiuti. Ad oggi, circa 330.000 coloni vivono nella West Bank, varie colonie sono state naturalizzate a “città” israeliane – Kiriat Arba, ad esempio, controllano risorse idriche e agricole, infrastrutture (strade), confini.
Questa è una strategia sistematica sotto gli occhi di tutti da anni. Non è solo occupazione militare. Questa è intenzionalità. Un giudice la chiamerebbe premeditazione.
Una delle ragioni del fronte del “no” e’ la questione dei confini, uno dei famosi cinque punti congelati ad Oslo. L’Onu li decise a varie riprese: nel 1947 con la risoluzione 181 ed il Piano di Spartizione; nel 1967 all’indomani della guerra dei Sei Giorni con la risoluzione 242 per riportare i confini appunto, alla linea pre-guerra del ‘67.
Se lo Stato di Palestina fosse creato domani, di certo non avrebbe confini certi. D’altronde, non li ha nemmeno lo Stato di Israele. E nemmeno il Marocco, che occupa la Repubblica del Saharawi. E la Cina, che occupa il Nepal da sessant’anni. Però questi ultimi esistono tutti, occupati e occupanti.
Un’altra argomentazione del fronte del “no” e’ la questione che il voto dell’Onu non risolvera’ i problemi della regione. La questione della scorciatoia, citata da Omaba.
Sempre se la Palestina fosse creata domani, capiremmo tutti che la guerra non finirebbe (ci sarebbe semmai da chiedersi il contrario: se il voto fosse negativo, porrebbe fine al conflitto?), che la corruzione di Hamas e Fatah non cesserebbe, che i profughi non potrebbero rientrare perché già non c’è posto per quelli che già ci abitano, in West Bank e Striscia di Gaza.
Sono questi motivi per non volere uno stato? Sono questi i motivi che che i fautori del no impugnerebbero, che uno stato, nel bene e nel male, loro/noi (l’Italia e’ uno di essi) che in uno stato ci vivono, hanno diritto a passaporto, diritti, servizi, pagano tasse e votano?
Ironia della sorte, se davvero alla risoluzione Onu non seguissero cambiamenti di fatti on the ground, allora perché Obama, il Segretario di Stato Hillary Clinton, Bibi Netanyahu e i loro sostenitori, hanno tanto paura di questa decisione, loro che per primi non hanno votato per la ratifica della Corte Penale Internazionale e rispettato le principali risoluzioni ONU che li riguardano, dalla 194/1948, il Diritto al Ritorno dei profughi, alla 242/1967, il ritorno ai Confini pre-guerra dei Sei Giorni (la cui violazione, ai sensi del diritto internazionale, imporrebbe un’azione sotto il Capo VII, cioè l’intervento armato)?
Le risposte sono molteplici:
1. Perché l’atto di Abou Mazen è encomiabile e coraggioso. Abou Mazen e’ l’uomo sbagliato nel posto sbagliato, l’erede per caso di Arafat – a cui, piuttosto, tutto è stato perdonato, anche essersi intascato gli aiuti internazionali e mandato a morire schiere di shebab in trent’anni di “resistenza” in nome della quale tutto ed il contrario di tutto era concesso. Ad Abou Mazen, invece non ne facciamo passare una, e’ il simbolo dell’ANP corrotta, della cordardia palestinese filooccidentale. Sotto il suo governo, la Nazione Palestinese, politicamente intesa, si è ufficialmente sfaldata, la povertà è aumentata, Gaza è stata “conquistata da Hamas”. Schiacciato tra i ricatti politici (450 milioni di dollari l’anno di aiuti statunitensi, rimesse di tutte le transazioni economiche palestinesi trattenute da Israele..) e le lotte intestine, sa bene che, se domani dovesse uscire vittorioso, la persecuzione, la vendetta israeliana, economica e militare, sarà immensa. Ma lui ci sta dicendo che e’ pronto a rischiare.
2. Perché è una via democratica: adire l’organismo nato per proteggere i popoli – non le nazioni, i popoli – è la via più democratica che ci sia. Non una scorciatoia, perché l’Onu putroppo, a causa del famoso “deficit di democrazia” non è la bacchetta magica dei popoli, ma è una via. I popoli arabi sono sempre stati tacciati di poca affidabilità sulla scena mondiale a causa delle dittature, delle economie petrolifere (a cui anche l’Italia attinge senza troppi filtri ideologici), di questa cultura islamica che proprio non riusciamo a capire. Per Israele, la poca serietà, democraticità, credibilità dell’ “interlocutore palestinese”, è stato il vizio di forma da giocare in questi decenni per non sedersi mai al tavolo dei negoziati. Da gennaio, il vento in Medio Oriente e’ cambiato. I dittatori non ci sono più, e i palestinesi, come dimostrano le recenti marce della pace sui confini siriani e libanesi, terminate in sangue grazie ai soldati israeliani, stanno imparando a padroneggiare la potente arma della non violenza. Ora siamo tutti democratici, stanno cercando di dirci.
3. L’Onu, per quanto discutibile e inefficace, è un organismo internazionale. Cio’ vuol dire che tutte le nazioni del mondo, ad oggi 193, vi sono rappresentate. La questione palestinese è salita agli occhi del mondo solo quando Arafat andò per la prima volta all’Assemblea Generale nel 1974. Da quel giorno tanti avvenimenti sono successi e “il mondo e’ cambiato”: è finita la guerra fredda, è stata montata a tavolino una campagna di “scontro di civiltà” che arricchisce, grazie alle economie di guerra, i paesi ricchi e armati (inclusa l’Arabia Saudita, uno dei principali beneficiari) e strugge le vittime di guerra incitandole all’odio reciproco in nome di tutti gli dèi del mondo. In questo esatto momento storico di enorme passaggio (di poteri, di ideali), in cui nulla e’ come prima, c’è bisogno di riportare la questione palestinese agli occhi del mondo. Gli Stati Uniti potranno anche mettere il veto ma tutti gli altri 193 stati sono stati ad ascoltare, e’ questo l’obiettivo. E possono vedere gli orrori, lo strazio quotidiano, le punizioni collettive inflitte al popolo “vittime della vittime”.
4. Perché lo Stato di Palestina già esiste. Nei cuori e nelle menti, che è ben più importante di un confine geografico, dei cinque milioni di profughi palestinesi nel mondo, di cui vari milioni in campi profughi di Siria, Giordania e Libano, e altri due milioni spezzettati nelle enclaves di territorio in West Bank e Gaza. Chiunque faccia un giro in uno di questi campi, non solo rimarrà inorridito dalle condizioni di estrema povertà e razzismo, come accade in Libano, ma rimarrà colpito dalla forza che tiene insieme questo popolo martoriato, che, vedendosi negata una vita nuova nei paesi rifugio, vive costantemente nella memoria del ritorno alla Palestina, contribuendo così alla creazione di un’identità nazionale fortissima. Come ho letto in qualche libro, i Palestinesi sono stati creati con lo Stato di Israele.
Probabilmente, negli anni Quaranta tra i padri fondatori di Israele, nella loro idea di popolo nuovo in terra nuova, nei loro sogni c’era anche quello di andare dagli “arabi” (non ancora palestinesi, evidentemente), instaurare rapporti di amicizia e fargli vedere che “noi, noi siamo diversi, non come gli europei che ci hanno torturati per decenni e cacciati dalle loro case e sterminati e costretti a fuggire”.
Le storture di questo stato fondato sulla Bibbia, imprigionato tra democrazia (accogli tutti e dai loro gli stessi diritti) e stato etnico (solo gli ebrei), tra spese folli per l’esercito (nella Striscia di Gaza, prima del ritiro unilaterale, 20.000 soldati servivano a garantire l’incolumità di 8.000 coloni) e welfare in rosso, stanno venendo a galla. Gli israeliani pagano tasse di cui non vedono i frutti, che invece sono usate per mantenere in vita l’ebraicità dello stato, tramite enormi sussidi alle scuole talmudiche e agli ebrei ultra-ortodossi, e il conflitto armato, cioe’ le spese per la difesa, che a loro volta si tengono in vita a vicenda e tengono quindi in vita l’identità israeliana. Anche gli Israeliani esistono in quanto esistono i Palestinesi? Devono tenere in vita il conflitto per tenere in vita loro stessi, altrimenti dovrebbero fermarsi a riflettere cosa sono diventati in questi sessant’anni?
Io non so cosa succederà domani, qui a Beirut, dove vivo, stanno già sparando in aria, i convogli delle Forze Armate Libanesi, la milizia che esattamente 29 anni fa massacro’ circa 3.000 palestinesi nei campi di Sabra e Chatila sotto gli occhi di Sharon, scorrazzano per le strade dei quartieri cristiani con la musica e i clacson, sventolando bandiere con i cedri e, su una Mercedes nera, la bandiera americana.
Se non dovesse passare, la rabbia di 500.000 profughi palestinesi in Libano esploderà, ed il temuto “contagio” sara’ putroppo realta’.
Ma già il fatto di essere andati fin laggiù, per Abou Mazen, è una vittoria.