E dopo i collegamenti di Radio Onda d'Urto della scorsa estate, una bella intervista primaverile di Fusi Orari. Grazie Daniele Nicolini, e grazie al suo professore, per la vostra fiducia.
Copio e Incollo dal sito:
Costanza Pasquali Lasagni, laureata in Relazioni Internazionali e ora giovane operatrice nel settore della cooperazione internazionale, è legata a doppio filo con il Libano già dal 2007. Le diverse attività lavorative e il lungo soggiorno a Beirut le hanno conferito un punto di vista privilegiato per cogliere la realtà del Paese dei Cedri. Ne nasce un'esperienza che trasmette con continuità attraverso i racconti che pubblica sul suo blog, Lebanon Limbo. In una conversazione con FusiOrari le abbiamo chiesto di raccontarci del suo Libano.
Costanza, raccontaci un po' di te. Come nasce e si sviluppa la tua esperienza in Libano?
Sono arrivata per la prima volta in Libano nell’aprile del 2007, con uno stage Mae Crui. Finiti i tre mesi, complice il caldo torrido, la crisi di Nahr el Bared e la prima grande crisi politica post-Hariri, cioè l’occupazione di Dowtown Beirut da parte della coalizione dell’8 Marzo, con le conseguenti restrizioni sulla sicurezza, sono scappata. Con la sensazione, però, di aver lasciato qualcosa di incompiuto. Lo scorso gennaio 2010, il ritorno, grazie al bando di Servizio Civile Nazionale all’estero, e da quel momento una presenza praticamente continua nel settore della cooperazione internazionale, che durerà almeno ancora un anno.
Come è nata l'idea del blog? Quali sono le cose che senti di dover comunicare?
Il blog nasce nel 2007, un’epoca pre Facebook (di cui sono stata per anni una grande critica). La coesione nata tra gli amici dell’università alle prese con le prime esperienze all’estero ha fatto sì che per tenerci in contatto ognuno di noi abbia creato un blog per raccontare la fetta di mondo che stava vedendo. Quando sono tornata lo scorso anno, l’ho ripreso da dove l’avevo lasciato. Racconto il Libano che vedo io, con gli occhi di una studentessa di scienze politiche appassionata di politica mediorientale sicuramente, ma anche con la curiosità e l’ingenuità di chi si confronta con una realtà che, comoda e moderna, è comunque differente. In più, il Libano è un paese dove la Storia e la Politica si respirano e condizionano la vita nei dettagli quotidiani, e per me è stata una sensazione nuova ed affascinante, indubbiamente da raccontare.
Come appare il Libano ad una italiana? Quali affinità e differenze?
Come ho scritto in un post, il Libano è l’Italia provinciale di cinquanta anni fa e l’Italia post-urbana tra dieci anni. Non solo l’identità mediterranea che sacralizza il legame familiare, I rituali sociali, il valore dato all’apparenza e dello status sociale come marchio di identità, ma anche l’egoismo, la disillusione verso istituzioni inesistenti, il distacco tra politica e realtà, la perdita del senso del bene comune. La differenza è che il Libano è stato macerato da una Guerra civile che, pur adesso senza armi, è ancora in corso, e il non aver mai affrontato la questione a livello nazionale rende impossibile il superamento di qualsiasi ostacolo, dall’effettività della legge, al riconoscimento dei diritti civili e all’abolizione del confessionalismo.
I due principali soggetti dell'attuale instabilità politica sono il Tribunale Speciale per il Libano e Hezbollah. Come ti sembra che siano percepite queste tematiche dalla gente comune a Beirut?
E’ una domanda difficile. Il Libano, per la sua posizione geopolitica, è stato ed è profondamente influenzato dalla politica regionale ed internazionale e dalle scelte degli altri paesi. Per questo, una qualsiasi interferenza esterna, come la creazione del Tribunale, gode in ogni caso di minore simpatia di un partito interno che, per quanto estremamente conservatore, armato, orientato politicamente, e non amato da una grande parte della popolazione, è indubbiamente riconosciuto come l’unico in grado di difendere il paese dalle stesse aggressioni esterne. Il Tribunale è diventato l’escamotage con cui se da una parte si tenta di accusare Hezbollah dall’altra si rischia di rafforzarlo e legittimarlo ancora di più, perdendo totalmente di vista i problemi del paese in cui, a 20 anni dalla fine della Guerra civile, mancano ancora le forniture di acqua ed elettricità.
Sei a conoscenza di studi, documenti o rapporti che sintetizzano queste impressioni?
Leggo le tue stesse fonti internazionali, mentre sulle fonti locali, che seguo sempre, naturalmente essendo schierate a seconda del proprio “finanziatore”, si intuisce già cosa si leggerà (anche questo non è un po’ come da noi?). Quando posso, chiacchiero con le persone, colleghi libanesi, negozianti di fiducia, amici. Penso sempre di poter trovare le fonti su internet (quando ho corrente!) in qualsiasi momento, e di dover approfittare di parlare con le persone quando sono qui, e così rimando la parte più scientifica del lavoro!
La realtà libanese appare come un complesso mosaico di identità. In quali contesti e ambiti sociali si manifestano le divisioni della popolazione?
Nonostante la guerra civile sia finita 20 anni fa e le proporzioni rappresentative tra le confessioni siano state rivisitate, il confessionalismo esiste e governa: la divisione tra quartieri cristiani, sciiti, armeni, l’assenza di matrimonio civile e il riconoscimento del solo matrimonio religioso (all’interno della stessa religione), la dicitura della religione sulla carta di identità che diventa un marchio a vita. Questo sistema, se da un lato garantisce sicurezza in termini di appartenenza alla comunità, dall’altro esacerba le divisioni, alimenta i conflitti, la diffidenza, il razzismo. A questo si aggiunge una enorme disparità economica per cui i ricchi possono permettersi fuoristrada, alta tecnologia e signore delle pulizie, mentre i poveri rimarranno poveri e le due componenti non entrano in contatto se non per un rapporto sicuramente non paritario.
Quali sono, a tuo riguardo, le prospettive nel breve/medio periodo per il Paese dei Cedri?
Da una parte sono molto realista, e di conseguenza pessimista. Ci sono troppi interessi “intoccabili” per far sì che qualcosa cambi, e non basterà un semplice ricambio generazionale. Dall’altra rimango idealista o per lo meno speranzosa: la società civile è attiva, informata, organizzata. Facebook tiene in contatto artisti ed attivisti, giovani reporter e fotografi e le manifestazioni per il secolarismo sono diventate a cadenza settimanale. La nuova generazione, cresciuta all’estero, poliglotta e viaggiatrice, familiare con le tecnologie, con i nuovi media, è una grande speranza. A loro il Libano sta stretto, ma rimangono qui. Chi scappa è per fare soldi. In Libano non mancano le risorse, né naturali, né umane. Manca il legame tra le persone, e sono sicura che, poiché nessuno vuole un’altra guerra, questo sia il collante di base dal quale partire per ricostruire la società.
mercoledì 24 agosto 2011
sabato 6 agosto 2011
Le regole di Hama, parte seconda
Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sul ritorno, o meglio sulla mai dipartenza, della vicina Siria in Libano, gli avvenimenti, piccoli e isolati all’apparenza, degli ultimi mesi dovrebbero averli dissipati.
Il mese di Ramadan del 2011 è iniziato, lo scorso lunedì. L’aura “spirituale”, le strade vuote, io che provo a digiunare e alle 5 del pomeriggio mi si apre lo stomaco e mi preparo per l’Iftar a casa Barakat, tutto sembrava come l’anno scorso, un mese di calma e riflessione, ma in realtà era già sporcato del sangue delle vittime di Hama, e di tutte quelle prima. Il primo giorno di Ramadan, ma anche nei giorni precedenti, i carri armati sparano in città ad Hama, casa per casa. Non so a voi, a me non sembra un inizio spirituale e riflessivo. Come se la coalizione Nato attaccasse il giorno di Natale, ecco.
Il martedì, a Beirut, un gruppo di manifestanti pro-popolo siriano, si raduna davanti all’ambasciata Siriana per protestare, a Hamra, e vengono pestati a sangue dagli scagnozzi del partito socialista siriano e del Baath, la cui sede è appunto lì vicino (vicino alla cara ambasciata che, ricordiamolo, ha aperto solo pochi anni fa). Chi va a sporgere denuncia all’ISF (quella forza di polizia che molti dicono essere controllata dal Futuro, cioè Hariri il giovane), viene rimandato a casa perché “non c’è nessuna denuncia da sporgere”. I negozianti si rifiutano di assistere e ospitare i feriti, per timore di ripercussioni sul proprio locale.
Per chi avesse dubbi, il vento a Beirut è questo.
Tutto è iniziato con i ciclisti, che quasi sembra una barzelletta. Cosa fanno sette ciclisti estoni in Bekaa (oltre ad alzare la media di ciclisti in Libano che forse saranno quattro in tutto e non certo nella Bekaa)? Vengono rapiti e portati in Siria. Per tre mesi circa. E rilasciati guarda caso appena il nuovo governo, palesemente retto dalla Siria, viene formato e fiduciato. L’Estonia è un paese abbastanza attivo a livello di intelligence, e non ci vuole molto a capire che il rapimento potrebbe essere stato un ricatto per avere il benestare sul nuovo governo, che ci ha messo ben cinque mesi ad essere formato. Non che avessero dubbi, solo volevano assicurarsi, credo, che a livello internazionale tutto fosse a posto. “Zero problemi”, come dice il Ministro degli Esteri turco. Forse si sono ispirati a lui.
Poi la baraonda sul nuovo Ministro dell’Interno. Quando l’unico Ministro apolitico e veramente “forward looking” che il Libano abbia mai avuto, il signor Ziad Baroud, uno di quelli che va a fare le manifestazioni per la laicità, “uno di noi”, come dicono le ong libanesi, si dimette (pur già dimissionario a causa della caduta del governo) perché in Libano non c’è più speranza di ripristinare uno scheletro di istituzioni politiche “civili” (non corrotte, non rispondenti ad interessi esterni, ecc), a me sono venuti i brividi e una tristezza addosso che non vi dico. Il suo sostituto è un militare, e anche i suoi nuovi consiglieri. Giusto per chiarire ogni dubbio.
E sempre per chiarire ogni dubbio, per quanti si ricordassero la sottoscritta che zampetta nel video di Zeid & The Wings, “General Suleiman”, canzone che attraverso l’ironia chiede all’ex Generale ora Presidente della Repubblica (la cui elezione è passata attraverso due anni di crisi politica e svariati morti, oops, attentati) di accogliere le speranze delle persone e mandare a casa, cioè fuori dal Libano, i corrotti, le milizie, i trafficanti di armi e alla fine già che ci sei Generale, “go home” insieme a loro, una settimana fa Zeid è stato incriminato per offesa al Presidente della Repubblica, e sarà processato a breve. Un anno dopo che la canzone ha impazzato su internet, sulle radio, all’estero (persino in Israele! Ah, se lo sapessero..), ma, sempre guarda caso, poche settimane dopo l’installazione del nuovo ministro degli Interni. Perché in Libano c’è la libertà di opinione ed espressione.
E, per gli ultimi scettici, c’è sempre la testimonianza personale della sottoscritta, che a volte ha a che fare con, sempre lui, il Ministero degli Interni Libanese, felicemente sorvegliata da questi baldi giovani in divisa e mitra che stazionano all’ingresso del palazzo, dormono nei pianerottoli per proteggere la rete dell'Ogero (la telecom libanese) che serve all'ISF, e protetta ancor di più dal carro armato piazzato al portone, che in realta' sembra piu' una scatola di tonno che non ci andrei in guerra nemmeno sotto tortura.
Se dentro l’edificio la sconsolatezza prevale, saranno gli scarafaggi morti, le “madame pipì” morte di caldo a fare il Sudoku fino alle 2, ora di chiusura, le cicche negli angoli o la moquette grigia, o in generale quell’aria di stacanovismo che respiri appena entri, beh subito ti viene ricordato dove sei.
Infatti con molta nonchalance mi viene chiesto di aggiornare le mie attività a questo Tal Signore, che potremmo definire il Suocero Del Direttore, ecco diciamo così.
Perché se le regole di Hama (cit. Thomas Friedman, “From Beirut to Jerusalem”) sono ancora valide, quelle per cui tu puoi manifestare far cadere il governo pensarla diversamente ma io comunque ti bombardo e ti massacro e poi vediamo se hai ancora voglia di parlare, come Assad padre ha insegnato al figlio (che su questo devo dire ha imparato bene), o se, come dice Michael Young, che sarà un po’ (molto) neocons-liberal, la Siria in fondo non se n’è mai andata per via dello scontro sunnita-sciita (leggi: Iran-Arabia Saudita) sul chi è il leader della umma araba, e Assad jr sta forzando la mano, in ogni caso non c’è da stare sereni.
E non perché noi bianchi western non possiamo più andare a farci l’hammam a Damasco, o perché il libanese medio trova traffico sull’autostrada per la spiaggia di Batroun la domenica (perché, qualsiasi cosa succeda, su quell’autostrada c’è sempre traffico), ma perché finora in Siria 12000 (do-di-ci-mi-la) persone sono state incarcerate e 3000 (tre-mi-la) sono “scomparse”, mentre migliaia (solo 150 nella città di Hama nello scorso weekend) sono state uccise.
Il Ramadan durerà ancora tre settimane, molte sono le voci che dicono che Assad non sarà più al suo posto alla fine, se fosse così sappiamo già che fiumi di sangue saranno il prezzo da pagare. La pausa di riflessione usiamola noi, per accendere i nostri cervelli e capire tutto questo. Ramadan Karim.
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