sabato 27 marzo 2010

Stessa fazza, stessa razza


La pausa elettorale in Italia, gentilmente concessami dall’Ufficio Nazionale del Servizio Civile (il mio ultimo superiore sarebbe Giovanardi) è un ottimo pretesto per tirare le somme di questa prima fetta di Libano II. Tre anni fa dopo tre mesi facevo le valigie. Oggi faccio semplicemente il cambio di stagione.

La gastrite che mi obbligherebbe a riso in bianco almeno fino al prossimo rientro è un chiaro sintomo di come questo trimestre abbia assorbito le mie energie.
Allora com’è questo Libano? Come stai? Cosa si mangia? E la gente è simpatica? E la vita? Sei al sicuro?
Il fatto è che questo Libano è tanto, troppo simile all’Italia. Siamo noi. Uguali, sputati, eccessivi. Siamo noi provinciali come potevamo essere qualche decennio fa ed egoisti ed individualisti come potremo esserlo tra qualche (pochi) anno. Poi, per carità, tutti siamo gentili, ospitali, disponibili ed educatissimi. Due popoli di santi, poeti, navigatori e cialtroni, con la deriva a buttare tutto a tarallucci e vino, nel vero senso della parola visto che entrambi siamo due popoli bulimici malati di cibo. Dall’incidente con il taxi al passaporto bloccato in questura. Drammi shakespeariani, poi l’intervento esterno, il deus ex machina della situazione (se è amico tuo è meglio) una stretta di mano (magari con 5 o più dollari dentro), “Allah sia con te” e tutto finisce in caciara. Viene in mente qualcosa?

Vivi dall’altra parte del mare, leggi ogni giorno, con orrore e disgusto, i titoli di Repubblica.it (gli articoli interi, giuro, a volte non ce la faccio), e pensi allo schifo che hai lasciato. Con una amarezza infinita. Pensi che st’Italia-Banana-Republic non ce la può fare. Che noi italiani ce la meritiamo tutta.
Poi esci, e ti avveleni per le stesse identiche cose. Il traffico allucinante, la lotta selvaggia di ogni singolo automobilista (tu incluso, quelle 4 volte che ti è concesso di guidare l’ammiraglia di “famiglia”) per conquistare 3 secondi di vita, che in un paese di power cuts e dove la puntualità non esiste nemmeno sul vocabolario, vi renderete conto che sono fondamentali. Bisogna arrivare sempre primi e farsi notare più degli altri. Bisogna fottere prima che ti fottano gli altri. Bene pubblico, cosa sei? Scarto la caramella e la carta la butto per terra. Anche se c’è un cestino a 2 metri. Aria condizionata a palla, autobus con il motore acceso mentre aspettano di riempirsi (passano anche mezz’ore), carta carta carta carta (si usano per qualsiasi cosa, dal cesso alla tavola, o al contrario, se vogliamo seguire il ciclo naturale, i fazzoletti che tiri fuori dalla scatola uno dopo l’altro). Non è solo un modo per “ostentare”, to show off come si dice tra internazionali, possibilità, comodità e scimmiottare questo pazzo e pericoloso Nord Del Mondo. No. Manca di fondo una cultura sociale. La cultura che puoi fare qualcosa per gli altri, includendo te stesso, senza che ti venga la lebbra. La cultura che non c’è bisogno che ti adegui alla massa per essere qualcuno (massa relativa: la tua massa, cioè la tua comunità di riferimento). Che non sei perdente se non cerchi di fregare il prossimo tuo. Che “cooperare”, oddio che parolone, può essere una strategia con più benefici che “fare da soli a qualsiasi costo” (= passando sopra gli altri e le regole di convivenza civile).
E questo vale per tutti. Le ong italiane in Libano sono quanto di più ridicolo possa essere stato pensato. In un paese in cui NON si muore di fame, dove NON si muore di sete, dove il problema è la convivenza civile e la reciproca accettazione e il rispetto che ne consegue (mi viene in mente qualcosa anche qui), andiamo ad “insegnare” l’onestà, i diritti delle donne, la cultura civica, e poi ci scanniamo per 200 euro della Cooperazione Italiana. O assumiamo personaggi locali dalla reputazione non proprio candida. O peggio ancora, moralizziamo a destra e a manca. E non sia mai che ci passassimo un pezzo di carta o un’informazione. “Voi dove lo fate il progetto?”. Silenzio. Il festival dell’ipocrisia.

Ma finché gli incentivi sociali, culturali, economici pendono dalla parte del free-riding, non ci sarà nulla da fare, ci ripetiamo per lavarci la coscienza. E tu, povero scemo che ti sbatti, che ti illudi, che ti incazzi, che vorresti quasi quasi pure votare, tiè beccati la gastrite, la lebbra, la diarrea, la solitudine, così impari.

lunedì 8 marzo 2010

Still not Free

from: Now Lebanon - Still not Free 

Women do not emasculate the state; religion does!

Today is International Women’s Day. In the rest of the world, it is a time to honor the achievements of women throughout history. In Lebanon, there is merely discontent. Pitiful progress on women’s rights is not surprising, because the issue has never been a priority for consecutive Lebanese governments, composed, by and large, of men.
Women are expected to work and be politically active when they need to be, but granting them their rights is always problematic. It is as if it will undermine the masculinity of the state. The state is weak, it is insecure and it is afraid of women.
When tourists and other visitors leave Beirut, they always take home with them a positive image of Lebanese women, that they are modern, educated and sophisticated. However, the façade of modernity hides a vicious reality: Lebanese women are still essentially second-class citizens. 
While Lebanon has signed a number of international conventions on gender equality – in 1996, it ratified the Convention for the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW) – they were meaningless gestures, as legal and institutional impediments continue to block women’s liberation. 
The crux of the matter lies in the fact that Lebanese law recognizes 18 confessions and grants authority to religious courts. Therefore personal status law depends on these various religious laws and not on one unified civil code.
The state-religion-family power triangle makes it too complicated for women to break away. Religion imposes discriminatory laws on the state, and these laws are welcomed by the traditional family structure which prefers to keep women in some degree of check. The public sphere is left to men, who in turn control politics, religion and family.
It is indeed a vicious circle. Discrimination still exists in the civil status, nationality, labor and social security laws, and the penal code.
The personal status laws threaten women with divorce and polygamy. Women come second on matters of compensation, child custody and inheritance. There is no legislative text to protect women from domestic violence.

In fact, violence against all women, especially foreign domestic workers, continues unabated with no indication from the state that it is a real social problem that needs to be addressed. “This is not the time. There are bigger issues” – we hear the same excuses every time.
But women make up half the population. Half of those who forced the Syrian army to withdraw in 2005 were women. Half of those who created the Independence Intifada were women. Half of those who voted for the majority of this government were women. Half of those who endured Israeli aggression were women. Half of those who have lost family members in all our wars and conflicts were mothers, sisters and daughters.
Women are required to endure hardship, resist occupation, demonstrate and vote for men, but they cannot call for their rights.
Lebanese women won the right to vote and to participate in national elections in 1952, but today, female political participation is unwelcome. In the June parliamentary elections, only 12 women ran for office, and they took only four out of 128 seats. With only 3.1 percent of seats now occupied by women, Lebanon is among the lowest in terms of female parliamentary representation in the Middle East, a little above Oman (none), Yemen (0.3 percent) and Bahrain (2.7 percent), but way below Syria (12.4 percent) and Iraq (25 percent).

Parliament has agreed on a 20 percent quota for women in the upcoming municipal elections, but this was cut from an original 30 percent proposed by Minister of Interior Ziad Baroud. Such quotas can be good because they encourage women to run, and be part of the decision-making process. However, 20 percent is humiliating. It is as if telling women that only two in ten could be considered citizens.
An estimated 50 percent of college graduates are women, but female participation in public life remains marginal. For instance, while 90 percent of those working in banks are women, there are no female bank directors.
To break away from the triangle of power, women’s advancement must be connected to a change in the political structure. A change that should move from the current sectarian and patriarchal structure to a modern state based on secularism and democracy.
But the stumbling block is not only legal. Women are themselves to blame. They need to unite, but the problem is that in Lebanon women’s groups and civil society organizations are competitive and fragmented. In addition, Lebanese women, like the majority of Lebanese men, are not mentally ready to cast off a sectarian system and move to a modern state based on democracy and secularism. It is as if they know what they want but they are too scared to step into the unknown. In the meantime, their rights are strangled by the same leaders they cheer for.
To achieve true emancipation, women need to look beyond, toward a real modern and egalitarian state. There is no way we can build a democratic, sovereign and modern Lebanon without granting women their rights and encouraging their participation in politics. If politicians are serious about their promises, they should take us seriously.

Hanin Ghaddar is managing editor of NOW Lebanon

giovedì 4 marzo 2010

Regole: il taxi a Beirut

1. Sei sempre sposata, tuo marito fa boxe, e hai tanti figli che ti aspettano a casa, quindi vedi di sbrigarti.
2. Se hai un appuntamento e vuoi arrivare in orario, cambia paese.
3. Negoziare, negoziare, negoziare. Se non sai l'arabo, è inutile.
4. Se il tassista ci mette due h e sbaglia strada, o ti vuole rapire o non sa la strada.
5. Non parlare con i tassisti. Sono tutte spie.

(liberamente ispirato a "le regole" di Internazionale)

giovedì 25 febbraio 2010

parte terza: Chatila, 28 anni dopo, ovvero l’orrore è ancora lì.

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Abbiamo conosciuto A. al campo profughi di Baalbeck (vedi “Compleanno palestino”), lui è di Chatila, e domenica ci ha invitato a pranzo dalla sua famiglia. 

Mi rendo conto che io ho la stessa età del massacro di Sabra e Chatila, mese più, mese meno. Mentre l’Italia vinceva i mondiali, qualche mese dopo, le Forze Libanesi, braccio armato del partito della Falange maronita, entrava nei campi di Sabra e Chatila e nel giro di due giorni (16-18 settembre) massacrava, sotto gli occhi “ignari” di Sharon, di Rabin e svariati altri eroi israeliani (vedere Walzer con Bashir, per favore), un numero imprecisato, stimato intorno alle 3500 persone, di palestinesi. Fino a massacro compiuto, nessuno, NESSUNO, croce rossa, giornalisti, soccorsi vari, è potuto entrare nel campo. Robert Fisk racconta bene quello che vide. I racconti sono scioccanti.

28 anni dopo, a Sabra, il quartiere di Beirut – area libanese quindi – confinante con Chatila, c’è un enorme, sgarrupato e colorato mercato della domenica, di quelli con la carne appesa, il pesce puzzolente, e le mosche sopra le fragole, ma ha il suo fascino. Residenti misti. Palestinesi, sciiti, criminali vari ed eventuali. Qui l’esercito libanese può entrare, ci spiega A.
Chatila invece c’è, eccome. Puoi entrarci dal mercato di Sabra, sotto il classico arco verde sormontato da bandiere e foto di Arafat e co., o da una strada laterale dell’autostrada per l’aeroporto. Anche qui niente asfalto, ma terra e sassi, immondizia ovunque, ed una desolazione che toglie il fiato. Una bruttezza che pensavo di non aver ancora mai visto. Una disperazione fisica, case diroccate, condizioni igienico sanitare inenarrabili, tanti ma tanti ma tanti disabili, perché qui sono decenni che ci si sposa tra cugini. È tutto brutto. È tutto sporco. È tutto cadente. È tutto triste. Ok, non manca l’aria come a Borj el Barajneh, non sono ammassati, ma sembra che la guerra sia finita ieri, stamattina. Polvere, sassi, negozi che non vendono niente, a parte il solito pane tondo, patatine e lattine. Nessuno ha qualcosa da fare, bimbetti giocano a calcio in un campo, dai palazzoni stile case popolari anni 50 sventola qualche tenda, qualche tovaglia appesa. Macerie in ogni angolo.

La casa di A., una stanza da letto con due letti, una mini cucina, un bagno irraccontabile, una sala da pranzo ed un salotto – in cui vivono non so, otto persone? Noi a pranzo ne avremo viste almeno quindici, uno di loro, un ragazzo affetto da sindrome di Down, era a letto (nella sala da pranzo) – è in uno di questi palazzoni, che sarebbe anche bello, se non fosse deprimente. La casa funge anche da negozietto del palazzo. Ogni tanto qualcuno passa a comprare un detersivo, o un sacchetto di pane, tutto scrupolosamente ordinato in uno scaffale accanto alla tv, ed annotato con precisione dalla mamma di A. su un quadernetto.
Figli, nipoti, cugini, sorelle, tra cui una bimba di boh 5-6 anni con il velo nero nero, arrivano ad affollare il salotto-ingresso-negozio, ma le poltrone buone sono per noi. Parliamo di Totti, dei mondiali che arrivano, del cibo e di classici argomenti neutri, che nessuno qui ha voglia di parlare di morti che parlano. In realtà non sappiamo bene di cosa parlare.
Il pranzo, riso con pollo e mandorle tostate, una specialità palestinese, era buonissimo, ma mentre mangiavi sapevi che lasciare anche un solo cucchiaio di riso era un’offesa. Ciò che è avanzato è stato dato ai bambini, che hanno mangiato dopo di noi. Abbiamo mangiato tutti stretti e ammassati, con cucchiai e sedie di plastica, ma non c’era la solita allegria e spensieratezza che ti fa dimenticare che anche se non hai niente sei felice. Anzi. Pesantezza, per dirla in una parola.

Esco dal campo e penso che sono incazzata. Ho tante domande, e tanto nervoso che purtroppo devo tenere per me, perché questa è stata solo una goccia nel mare, e devo stare attenta a non generalizzare.
Penso però anche che ho conosciuto persone di tutti i tipi, e organizzazioni, anche palestinesi, che organizzano cose meravigliose (musica rap e hip hop, film fatti dai ragazzi, ecc), artisti che dipingono murales. Gente che si sbatte, che si uccide per far sì che si parli di loro, che combatte gli stereotipi giorno dopo giorno. Poi ti scontri con il pietismo a tutti i costi.
Sicuramente le condizioni oggettive dei palestinesi non cambieranno, e questo provocherà tra non molto tempo un ennesimo scontro. C’è una società che freme, in questi campi, e tante, troppe teste calde. Su questo non c’è dubbio alcuno, e la responsabilità ce la spalmiamo addosso tutti, tutti, tutti.
Ma tu, io, noi, cosa stiamo facendo per evitarla, la prossima guerra?

parte seconda: Borj el Barajneh, ovvero Harry Potter versione Libano.


Il campo profughi di Borj el Barajneh sorge vicino all’aeroporto, nella periferia sud di Beirut, quella più “malfamata”, semplicemente povera, dimenticata da dio (ma non dagli Hezb) e dalle cartine geografiche. Il tassista, dopo una lunga conversazione telefonica con la persona che ci attende, si ferma ad un incrocio, e aspetta cortesemente che ci vengano a prendere. Intorno, un banchetto con cavoli rossi appoggiati su un muro e cespi di lattuga lucenti, un forno che sforna manush, macchine, traffico, una strada come le atre. Il cartello dice “Welcome to Bourj el Barajneh”, e a me mica mi pare così male.

Arriva M., e ci porta per un vicolo, dietro un palazzo. Passate attraverso il palazzo fantasma, come in uno dei migliori libri di Harry Potter (versione grottesca), ci si schiude davanti agli occhi la realtà del campo. È dura descriverla, e non ho foto, perché non si possono fare. Non subito, non così, perché non siamo allo zoo. Ma ci provo uguale.
Innanzitutto manca la luce, dico la luce del sole, perché gli edifici sono così ammassati che le uniche strade sono i vicoli, fangosi (non c’è l’asfalto!) tra un palazzo e l’altro. Non arrivano raggi di sole, e i tubi dell’acqua rotti (quando non la pioggia), fanno del terreno un pantano, e l’odore dell’immondizia che marcisce è nauseante. Cavi elettrici enormi, che in confronto Beirut è la Svizzera, ti indicano le vie principali. Si passa a fatica, da quanto sono stretti i passaggi. Per il resto, è un posto che si sforza di apparire normale, con le minibotteghe di pane e frutta, forni, negozi di sigarette e caramelle. Ma è l’atmosfera che è spettrale. Visi incuriositi ci guardano, o ci schivano, qualcuno sorride, io mi sento imbarazzata. Che faccio, il Cristo che stringe le mani e poi tanto se ne torna a casa sua? E comunque, se non ci fosse M, un palestinese del Sud che ora per qualche mese “vive a B-el-B per vedere i suoi fratelli palestinesi e capire com’è lì” (quanti di noi decidono di andare a farsi qualche mese a Scampia a dare una mano?), il nostro Caronte zoppicante, io mi sarei già persa. Cioè mi sono persa. H., una splendida ragazza che lavora nei servizi sociali per donne, anziani e bambini, ridendo dice “non c’è nemmeno intimità! Se dormi con qualcuno qui lo sanno tutti  e tutti ti sentono!”. Per non parlare quindi del controllo del territorio, e delle persone.

L’uscita dal campo è il medesimo viaggio spazio-temporale. Passiamo vicino ad un ospedale della Croce Rossa Palestinese, ad un edificio sventrato che segna il confine del campo, “ora ci si esercitano le milizie”, spiega Caronte, ecco magari passiamo alla larga, qualcuno fuori dalla sede di un partito che non riusciamo ad identificare viene a salutarci e stringerci la mano, e cerchiamo di allentare la tensione. Di nuovo attraverso vicoli, sottoscala, passaggi, segui il filo nero, salta la pozzanghera, passa dentro il garage, e voilà, la Beirut caotica si apre di nuovo davanti ai nostri occhi, un fantastico incrocio con cavalcavia, carretti di pane al sapore di smog, taxi e clacson strombazzanti. Ma dov’ero fino ad un minuto fa? Dove sono stata? Mi giro e non so bene da dove sono venuta. Caronte prova a stopparci un taxi, ma nessuno gli dà retta. Noi proviamo a sfoggiare l’accento libanese (“Furn el Chebbeeeek”, con la “e” ben chiusa) e un tipo ci carica su. Il trip è finito, e ancora non me ne rendo conto.

parte prima: Palestinian Camping


Pensavo di scrivere giovedì scorso, dopo essere stata a Bourj el Barajneh, il campo profughi più esteso ed affollato di Beirut, ed anche quello messo peggio, tra quelli che finora ho visitato, tra Libano e Palestina.
Poi domenica sono stata a Chatila, e mi sono resa conto che il peggio non l’avevo ancora visto. E il peggio oggi lo divido in 3 post, che altrimenti è troppo lungo.

La prima domanda che sorge spontanea ai profani dei profughi palestinesi è “ma vivono nelle tende”? No. Sessant’anni nelle tende spingerebbero al suicidio, individuale o collettivo, chiunque.
I campi profughi palestinesi sono quartieri di città, o anche fuori città. Sono insomma aree urbanizzate, con palazzi in cemento e strade. Da qui a dire che sono bei posti, vivibili, ce ne passa.
Dal 1948, data della Naqbah, ovvero della “catastrofe” (varie linee storiografiche, cacciati? Espulsi? Se ne sono andati loro? Di certo, contenti non erano. Io sposo la linea, documentata storicamente, dell’espulsione voluta), 800.000 palestinesi sono andati a rifugiarsi nelle aree limitrofe di Siria, Giordania e Libano. Altri sono rimasti (sempre profughi) negli odierni territori di Gaza e West Bank. Fu creata l’UNRWA, un’agenzia dell’ONU apposita per i profughi palestinesi (per tutti gli altri c’è l’UNHCR), che ebbe di fatto il controllo dei campi sparsi per queste 5 aree (West Bank, Gaza, Libano, Giordania, Siria) e fu incaricata dell’assistenza ai profughi.
In Libano i campi sono più di una decina, e hanno avuto una storia turbolenta. A causa degli scontri con la popolazione (dagli anni 70 erano diventati la base della resistenza esterna dell’OLP), dal 1969 sono aree extraterritoriali, cioè la giurisdizione territoriale non è dello stato libanese, ma dell’OLP, mentre i servizi di base (scuole, ospedali) sono, come in tutti gli altri campi, di competenza dell’UNRWA. La crisi (identitaria, politica, democratica…) dell’ONU, la mancanza di fondi dell’UNRWA, la mancanza (voluta) di una strategia di sviluppo della situazione, la guerra (perché a 60 anni di distanza, sempre guerra è rimasta) tra Israele, Palestina e stati arabi, hanno fatto sì che in 60 anni nulla sia cambiato, e che rimangano in piedi una serie di stupide regole (nei campi profughi non si può costruire, ecc) che di fatto tengono prigioniera una popolazione di oltre 5 milioni di persone, che chiaramente non farà MAI ritorno nella terra d’origine. Una popolazione la cui massima aspirazione, oltre che nascere, vivere e morire in un campo profughi, è quella di scappare, e lasciare per sempre la propria casa, se e quando ti va bene. Ma queste storie ormai le sapete bene.

In Libano, tale situazione è profondamente intrecciata con la core-issue della multi confessionalità dello stato. In Libano i palestinesi sono (stima) circa 500.000, cioè il 10% della popolazione. La maggioranza sono di confessione islamica sunnita. Il che vuol dire che non è permessa la naturalizzazione dei palestinesi per non alterare il precarissimo equilibro che tiene in piedi (ma che non è assolutamente garanzia di funzionamento!) il Libano. Per cultura i musulmani fanno più figli dei cristiani, ed è il motivo per cui l’opposizione sciita da anni chiede una revisione del sistema (ed è il motivo di 15 anni di guerra civile, e di altri 15 di guerra silenziosa, insomma il conflitto permanente del Libano). Vuoi mettere che bordello aggiungere un altro mezzo milione di sunniti sul piatto? No, meglio che stiano lì, a marcire nei campi, ed a tenere viva l’identità palestinese. Roba che tra pochi anni non ci sarà più nessuno originario della Palestina storica, e la maggior parte dei profughi sta Palestina non l’hanno mai vista, né la rivedranno mai. Quale identità è mai questa? Per evitare scrupoli, i profughi palestinesi del Libano non hanno accesso a più di 42 professioni, non hanno diritto a proprietà privata, insomma devono vivere come dei fantasmi. Ho incontrato dentisti che avevano un negozio di frutta e verdura, perché non possono fare i dentisti, per dirne una. Quando una professione la puoi fare, per esempio l’insegnante, parlare di discriminazioni sul lavoro è un’eufemismo. Persino le ong registrate in Libano, tra cui probabilmente anche la mia tra pochi mesi, non possono assumere personale palestinese, se non con molte difficoltà. Gli unici a cui è concessa una possibilità sono i figli di padre libanese (madre palestinese sposata ad un libanese), che ereditano la cittadinanza del padre. Ma i matrimoni misti (poi, devi essere pure della stessa religione!) non sono ben visti, come i palestinesi, del resto. L’identità palestinese in Libano, che si capisce da un accento, da una vocale più o meno pronunciata, tanto che alcuni (molti) tassisti si rifiutano di portarti nei campi profughi, viene tenuta profondamente nascosta. Ma una volta che si è in terreno sicuro, viene esaltata, difesa con la forza, mostrata orgogliosamente, insieme a foto della Cupola della Roccia, bandiere e volantini.
 
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