Il campo profughi di Borj el Barajneh sorge vicino all’aeroporto, nella periferia sud di Beirut, quella più “malfamata”, semplicemente povera, dimenticata da dio (ma non dagli Hezb) e dalle cartine geografiche. Il tassista, dopo una lunga conversazione telefonica con la persona che ci attende, si ferma ad un incrocio, e aspetta cortesemente che ci vengano a prendere. Intorno, un banchetto con cavoli rossi appoggiati su un muro e cespi di lattuga lucenti, un forno che sforna manush, macchine, traffico, una strada come le atre. Il cartello dice “Welcome to Bourj el Barajneh”, e a me mica mi pare così male.
Arriva M., e ci porta per un vicolo, dietro un palazzo. Passate attraverso il palazzo fantasma, come in uno dei migliori libri di Harry Potter (versione grottesca), ci si schiude davanti agli occhi la realtà del campo. È dura descriverla, e non ho foto, perché non si possono fare. Non subito, non così, perché non siamo allo zoo. Ma ci provo uguale.
Innanzitutto manca la luce, dico la luce del sole, perché gli edifici sono così ammassati che le uniche strade sono i vicoli, fangosi (non c’è l’asfalto!) tra un palazzo e l’altro. Non arrivano raggi di sole, e i tubi dell’acqua rotti (quando non la pioggia), fanno del terreno un pantano, e l’odore dell’immondizia che marcisce è nauseante. Cavi elettrici enormi, che in confronto Beirut è la Svizzera , ti indicano le vie principali. Si passa a fatica, da quanto sono stretti i passaggi. Per il resto, è un posto che si sforza di apparire normale, con le minibotteghe di pane e frutta, forni, negozi di sigarette e caramelle. Ma è l’atmosfera che è spettrale. Visi incuriositi ci guardano, o ci schivano, qualcuno sorride, io mi sento imbarazzata. Che faccio, il Cristo che stringe le mani e poi tanto se ne torna a casa sua? E comunque, se non ci fosse M, un palestinese del Sud che ora per qualche mese “vive a B-el-B per vedere i suoi fratelli palestinesi e capire com’è lì” (quanti di noi decidono di andare a farsi qualche mese a Scampia a dare una mano?), il nostro Caronte zoppicante, io mi sarei già persa. Cioè mi sono persa. H., una splendida ragazza che lavora nei servizi sociali per donne, anziani e bambini, ridendo dice “non c’è nemmeno intimità! Se dormi con qualcuno qui lo sanno tutti e tutti ti sentono!”. Per non parlare quindi del controllo del territorio, e delle persone.
L’uscita dal campo è il medesimo viaggio spazio-temporale. Passiamo vicino ad un ospedale della Croce Rossa Palestinese, ad un edificio sventrato che segna il confine del campo, “ora ci si esercitano le milizie”, spiega Caronte, ecco magari passiamo alla larga, qualcuno fuori dalla sede di un partito che non riusciamo ad identificare viene a salutarci e stringerci la mano, e cerchiamo di allentare la tensione. Di nuovo attraverso vicoli, sottoscala, passaggi, segui il filo nero, salta la pozzanghera, passa dentro il garage, e voilà, la Beirut caotica si apre di nuovo davanti ai nostri occhi, un fantastico incrocio con cavalcavia, carretti di pane al sapore di smog, taxi e clacson strombazzanti. Ma dov’ero fino ad un minuto fa? Dove sono stata? Mi giro e non so bene da dove sono venuta. Caronte prova a stopparci un taxi, ma nessuno gli dà retta. Noi proviamo a sfoggiare l’accento libanese (“Furn el Chebbeeeek”, con la “e” ben chiusa) e un tipo ci carica su. Il trip è finito, e ancora non me ne rendo conto.

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