Pensavo di scrivere giovedì scorso, dopo essere stata a Bourj el Barajneh, il campo profughi più esteso ed affollato di Beirut, ed anche quello messo peggio, tra quelli che finora ho visitato, tra Libano e Palestina.
Poi domenica sono stata a Chatila, e mi sono resa conto che il peggio non l’avevo ancora visto. E il peggio oggi lo divido in 3 post, che altrimenti è troppo lungo.
La prima domanda che sorge spontanea ai profani dei profughi palestinesi è “ma vivono nelle tende”? No. Sessant’anni nelle tende spingerebbero al suicidio, individuale o collettivo, chiunque.
I campi profughi palestinesi sono quartieri di città, o anche fuori città. Sono insomma aree urbanizzate, con palazzi in cemento e strade. Da qui a dire che sono bei posti, vivibili, ce ne passa.
Dal 1948, data della Naqbah, ovvero della “catastrofe” (varie linee storiografiche, cacciati? Espulsi? Se ne sono andati loro? Di certo, contenti non erano. Io sposo la linea, documentata storicamente, dell’espulsione voluta), 800.000 palestinesi sono andati a rifugiarsi nelle aree limitrofe di Siria, Giordania e Libano. Altri sono rimasti (sempre profughi) negli odierni territori di Gaza e West Bank. Fu creata l’UNRWA, un’agenzia dell’ONU apposita per i profughi palestinesi (per tutti gli altri c’è l’UNHCR), che ebbe di fatto il controllo dei campi sparsi per queste 5 aree (West Bank, Gaza, Libano, Giordania, Siria) e fu incaricata dell’assistenza ai profughi.
In Libano i campi sono più di una decina, e hanno avuto una storia turbolenta. A causa degli scontri con la popolazione (dagli anni 70 erano diventati la base della resistenza esterna dell’OLP), dal 1969 sono aree extraterritoriali, cioè la giurisdizione territoriale non è dello stato libanese, ma dell’OLP, mentre i servizi di base (scuole, ospedali) sono, come in tutti gli altri campi, di competenza dell’UNRWA. La crisi (identitaria, politica, democratica…) dell’ONU, la mancanza di fondi dell’UNRWA, la mancanza (voluta) di una strategia di sviluppo della situazione, la guerra (perché a 60 anni di distanza, sempre guerra è rimasta) tra Israele, Palestina e stati arabi, hanno fatto sì che in 60 anni nulla sia cambiato, e che rimangano in piedi una serie di stupide regole (nei campi profughi non si può costruire, ecc) che di fatto tengono prigioniera una popolazione di oltre 5 milioni di persone, che chiaramente non farà MAI ritorno nella terra d’origine. Una popolazione la cui massima aspirazione, oltre che nascere, vivere e morire in un campo profughi, è quella di scappare, e lasciare per sempre la propria casa, se e quando ti va bene. Ma queste storie ormai le sapete bene.
In Libano, tale situazione è profondamente intrecciata con la core-issue della multi confessionalità dello stato. In Libano i palestinesi sono (stima) circa 500.000, cioè il 10% della popolazione. La maggioranza sono di confessione islamica sunnita. Il che vuol dire che non è permessa la naturalizzazione dei palestinesi per non alterare il precarissimo equilibro che tiene in piedi (ma che non è assolutamente garanzia di funzionamento!) il Libano. Per cultura i musulmani fanno più figli dei cristiani, ed è il motivo per cui l’opposizione sciita da anni chiede una revisione del sistema (ed è il motivo di 15 anni di guerra civile, e di altri 15 di guerra silenziosa, insomma il conflitto permanente del Libano). Vuoi mettere che bordello aggiungere un altro mezzo milione di sunniti sul piatto? No, meglio che stiano lì, a marcire nei campi, ed a tenere viva l’identità palestinese. Roba che tra pochi anni non ci sarà più nessuno originario della Palestina storica, e la maggior parte dei profughi sta Palestina non l’hanno mai vista, né la rivedranno mai. Quale identità è mai questa? Per evitare scrupoli, i profughi palestinesi del Libano non hanno accesso a più di 42 professioni, non hanno diritto a proprietà privata, insomma devono vivere come dei fantasmi. Ho incontrato dentisti che avevano un negozio di frutta e verdura, perché non possono fare i dentisti, per dirne una. Quando una professione la puoi fare, per esempio l’insegnante, parlare di discriminazioni sul lavoro è un’eufemismo. Persino le ong registrate in Libano, tra cui probabilmente anche la mia tra pochi mesi, non possono assumere personale palestinese, se non con molte difficoltà. Gli unici a cui è concessa una possibilità sono i figli di padre libanese (madre palestinese sposata ad un libanese), che ereditano la cittadinanza del padre. Ma i matrimoni misti (poi, devi essere pure della stessa religione!) non sono ben visti, come i palestinesi, del resto. L’identità palestinese in Libano, che si capisce da un accento, da una vocale più o meno pronunciata, tanto che alcuni (molti) tassisti si rifiutano di portarti nei campi profughi, viene tenuta profondamente nascosta. Ma una volta che si è in terreno sicuro, viene esaltata, difesa con la forza, mostrata orgogliosamente, insieme a foto della Cupola della Roccia, bandiere e volantini.

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