Alla fine di due settimane di risucchio
psico-fisico-emo-neuronale (la mensa del Bit non ha aiutato.. mensa del S. Anna
con la cuoca che ti controllava se avevi sgraffignato una mela in più del
dovuto, dove sei?) in questo scicchissimo quanto algido campus di Torino, la
città più underground d’Italia, quella con Giancarlo ai Murazzi, per intenderci, finalmente lo posso dire.
Come il titolo del best seller, and one of my
favourite, di Thomas Friedman, “From Beirut to Jerusalem”. Eccomi.
Quando lo lessi qualche anno fa, mi venne da
ridere. Pensavo che Tom (Friedman) lo
avesse scritto apposta per me. Ma ero ancora tra i Cedri, a leggere i mattoni mediorientali tra cactus e tè allo zenzero, e mai avrei
immaginato il ritorno in Terra Santa, come nelle migliori crociate dei film di Indiana Jones.
Il mio amore con il Medio Oriente cominciò nel
lontano agosto del 2005 sulla terrazza dell’Hashimi Hostel, con una vista sulla
Cupola della Roccia da mozzare il fiato a qualsiasi cecchino russo privo di
cuore. Forse entrai anche in trance. Jafar, il padrone dell’ostello, mi fece dormire
sul tetto, perché non poteva mettermi, haram!, con i maschietti nello stesso
piano, ed io alle 4 di mattina ero sveglia come un mandrillo ad ascoltare il
muezzin ed ammirare l’alba chiara sulla Spianata delle Moschee.
Poi venne il periodo dei cedri, i visti
Hezbollah, il mio Limbo Libanese, che ti assorbe a 360°, e tu guardi la mappa
del mondo e vedi che a sud c’è la “Palestine” e sorridi, mentre pensi di essere
su una tavola di Risiko. Le mie due città preferite del mondo. Così vicine così
lontane. Cento chilometri e mille muri in mezzo. Ma ce la possiamo fare ad
abbatterli. Basta solo volerlo.
From Jerusalem to Beirut, and from Beirut to
Jerusalem. La ruota della vita che mi riportò a Beirut dopo due anni dalla
prima volta (devo ancora scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri), ora mi riporta
di nuovo Back to the Future. Destinazione: la Città della Pace. Quella in cui
il venerdì pomeriggio ti siedi al caffè di Jaffa Gate ed osservi gli ebrei
Haredim correre verso il Muro del Pianto, mentre inizia lo Shabbat, al suono
del Muezzin che canta la preghiera del Venerdì sera, ed orde di pellegrini
russi e polacchi si cimentano con le stazioni della Via Crucis. E pensi che
forse ieri sera hai mangiato troppo hommous ed hai le allucinazioni, perché
fino a ieri eri all’Ikea a scegliere un tavolo dal nome impronunciabile e oggi pensi di essere nel pieno del libro dell'Apocalisse.
Il Minestrone del Medio Oriente mi ha
risucchiato ancora, si vede che ce l’ho scritto in fronte che, come canta Jovanotti,
“Questa è la mia casa”, più della casetta pignettara dalle sedie “fusha” come
lo smalto di Amira e il divano viola da sbraco dopo la sambata brasileira. Sarà che con i
geni mediterranei ci nasciamo, e non c’è verso di toglierli, perché ci nutriamo
tutti a pomodori ed olio di oliva. Sarà che la civiltà, come dice il buon Jared
Diamond, è iniziata dal Crescente Fertile e siamo tutti un po’ arabi un po’
ebrei un po’ etruschi un po’ sumeri e fenici e basta guardarci negli occhi e
capisc’ ammè.
Ma a me viene da ridere. Che per tornare a
Jerusalem dovevo aspettare di vincere il concorso dei mega nerd di Ban Ki Moon
e ritrovarmi per due settimane ad imparare come si scrive il discorso perfetto
e come si fa la presentazione perfetta, mentre aspetto solo di sedermi sui
gradini di Damascus Gate, al tramonto, ed osservare la luce dorata che si
riflette sulle pietre bianche della Città Vecchia, mentre intorno i mercanti
palestinesi ti riempiono di felafel appena fritti, knefe fumante, e urla di
calzini e pentole a buon prezzo.
Rientro, se inchallah il paese di David e Golia mi
concede il visto, probabilmente aggiungendo l’ennesimo Servizio Segreto alle
mie calcagna, con un ingresso in grande stile, sempre dalla incantata porta di
Damasco. Folgorata, come fu San Paolo, e trionfante, come Saladino.


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