sabato 28 gennaio 2012

La Regola della Faccia

Esempio Uno. Più o meno un paio di anni fa, durante la formazione pre-partenza, io ed i miei compagni di Servizio Civile facemmo un gioco di ruolo veramente interessante. Dovevamo camminare per la stanza, sparsi, liberi individui che non si conoscevano, come se stessimo passeggiando per la città. Ad un certo punto ci sarebbe stato detto che c’era un criminale tra noi, un assassino, non fermatevi, continuate a camminare, ma adocchiatelo, l’hai individuato? E poi, ancora, continuate a camminare, cercate qualcuno di cui potete fidarvi senza farglielo capire, mettetevi dietro di lui, lui (/lei) vi proteggerà da quell’altro brutto criminalaccio.
Ci mettemmo un po’ a capirlo. A capire quali erano i criteri per i quali qualcuno aveva scelto di rifugiarsi dietro le mie spalle e perché invece qualcuno mi aveva identificato come criminale.
Esempio Due. Ogni volta che passo ad uno dei tanti checkpoint in città (diversi dai checkpoint regolari sulle autostrade) mi domando se i soldati stiano cercando qualcuno in particolare, a volte vedo SUV accostati, a volte le carcasse scassate dell’anteguerra di cui i tassisti sono tanto orgogliosi, e non so darmi una spiegazione precisa. Ad ogni checkpoint, e in Libano ce ne sono un bel po’, la fatidica domanda: mi fermeranno? Non sono mai stata fermata.
Esempio Tre.  Il nostro droghiere di fiducia ha ucciso un uomo a bastonate. Per legittima difesa, per provocazione, non so, sta di fatto che è successo. E ora, rilasciato dalla prigione, chiude bottega e la riaprirà da qualche altra parte, per sfuggire alle vendette incrociate. Ma "a noi sembrava tanto una brava persona".

E’ questa la Regola della Faccia. La regola che mi dice che tu mi sembri qualcuno di cui ci si possa o non possa fidare. La regola per la quale un criminale biondo con gli occhi azzurri, o magari donna, è più inverosimile rispetto ad un criminale nero barbuto (“se non fai il bravo arriva l’uomo nero”). La regola per la quale ciò che è sconosciuto ispira per forza paura piuttosto che curiosità. Lombroso non si era inventato niente, insomma. Si vive per difenderci.
Rispetto alla mia ricerca antropologica libanese, capire cioè come sia possibile passare da “la Parigi del Medio Oriente” a massacrarsi tra vicini di casa, di quartiere, di scuola, dopo secoli di convivenza, e vendicarsi per decenni, non so se la regola della faccia possa essere la spiegazione. Di sicuro non è la sola. E di sicuro gioca un ruolo forte. Quel ruolo per cui fino a un minuto prima siamo amici, facciamo affari, i nostri figli giocano insieme, ed un minuto dopo non ci fidiamo più, è arrivato l’odore della guerra, imbracciamo i missili e iniziamo ad odiarci, non importa tutto il resto. E ci marchiamo per sempre, perché vent’anni dopo tu sarai sempre quello che “ha ucciso mio figlio”. La tua faccia io non me la dimentico.

Vent’anni dopo la fine della guerra civile in Libano, the “Lebanese War”, come la chiamano per distinguerla dalla “Israeli War” del 2006, ci sono ancora facce che non si fidano le une delle altre. Perché la sofferenza è stata ed è talmente grande, ed irrisolta, che su qualcuno dovremo pure scaricarla, nel modo più immediato possibile. Il resto, sono conseguenze: il razzismo nei confronti di africani siriani etiopi singalesi; l’adorazione per gli europei così chic; il radicarsi nei propri quartieri di appartenenza nei quali ci si conosce da sempre, tra "facce amiche".

E allora, sorridendo, una domanda mi sorge spontanea: sarà per questo che va così di moda la chirurgia plastica facciale? I “nose job”? le sopracciglia tatuate ed il trucco marcato? Il trapianto di capelli? La ricostruzione dei denti?
Sarà mica che stiamo cercando di “cambiare faccia”, per cancellare ciò che eravamo, ciò per cui potevamo essere riconosciuti, come se questa potesse essere l’unica via d’uscita alle ferite di un conflitto che marca ancora, quotidianamente e con grande sofferenza, la vita delle persone?

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