venerdì 28 gennaio 2011

Casa Dolce Casa


Non c’è niente che ti faccia sentire a casa come il minestrone. E quando ci ho pensato mi sono ricordata, come Proust con la madeleine, del minestrone che la cara Marta ci fece esattamente (giorno più giorno meno) un anno fa, noi tre appena sbarcate in quel di Furn el Chebbak (spossate dalla maratona pulitoria di casa? Dalle prime proteste intestinali? Non mi ricordo, mi ricordo solo che ci rese felici) e con quella secchiata di minestrone ci siamo andate avanti tre giorni. Contentissime nemmeno stessimo mangiando salsiccia e friarielli. E poi anche Cobra Mansa (detto Cobra Panza quando è in cucina) consolò me e il Mammut con una bella mestolata di minestrone con (tanto, che avevamo fame) riso dopo la roda più fredda della storia. E quella pubblicità del nonno che faceva il minestrone e si chiamava Paride come il nonno della cassiera ve la ricordate? Insomma, il minestrone, oggi che piove pure, ci sta un sacco. 

E così, sbarcata di nuovo ieri sera nella terra dei cedri (estinti, lo ricordo sempre), mi sono avventurata dal mio nuovo fruttarolo di rue Sassine – uscendone con credo 10 o 12 buste, rigorosamente una per ogni tipo di vegetale come si usa qui alla faccia dello stile ecofriendly – e ho passato così la mia prima sera beiruttina di questa nuova parentesi libanese. Altro che Gemmayze, birra Almaza e musica arab pop. Tre piattoni di minestrone, per sentirmi ben bene a casa.

Beh infatti devo dire che questa casa è veramente bellissima. Credo la più bella dove abbia mai vissuto finora. Scusa Menafrix, non per togliere niente alla adorata casa testaccina, ma questa ha anche il divano (anzi due) e il balcone (anzi due)! E dal mio settimo piano svetto come una bandiera, vedo il mare, non si sento il traffico di Place Sassine ma il rumore della pioggia. Scrivo dal letto con finestra aperta e lampi che (appunto) lampeggiano. Caro Nasrallah vedi di farla il più tardi possibile sta guerra che a me questa casa piace troppo!

Unico neo, o fortuna dipende da chi muove guerra per primo (se Iran, sono spacciata, se Israele no allora mi salvo), il mio palazzo è nientepopodimenoché quello del Kataeb. Il Partito Falangista. Azz, quando si dice Dentro la Storia. Più dentro di così non potevo andare! C’è il bel cedro triangolare fluorescente acceso giorno e notte per ricordartelo (ottimo punto di riferimento per i tassisti, se non becchi il palestinese, chiaramente, ma qui ad Achrafiye, i “Parioli de Beirut”, è difficile). Ma, come dicono saggiamente i compagni del Manifesto, il problema non sono io che abito nel palazzo del Kataeb, ma è il loro che “alloggiano” me.

Devo dire che anch’io, con le mie belle due lauree con lode in politologia varia ed eventuale, ho scelto proprio il giorno più adatto della Storia Recente del Libano per tornare. Se c’era un giorno in cui poteva scoppiare la guerra civile n. 2 “la vendetta” (e qui se decidono di vendicarsi, beh so’ *****, come dicono a Science Po) in Libano, quello era ieri. Hariri “deposto” lascia spazio al nuovo Primo Ministro d’altrondemente e appropriatamente nominato nel pomeriggio (più o meno mentre atterravo in scalo ad Istanbul), tal Najib Mikati (al quale sarà dedicato post a parte). Proteste e copertoni bruciati in mezzo paese. Mizzica. E io allora, da brava Fiskeans, mentre attraversavo la Beirut notturna de-ser-ta (nemmeno i checkpoint!) pensavo “beh dov’è sta guerra”? E, come dice saggiamente la Cozzani, “ma poi chi è sto Mikati che ci rovina la nightlife libanese”? Alla fine, per fortuna, kullu tamam, tutto bene.

Naturalmente leggerete tutto questo con scoppio ritardato perché l’omino di internet (quello del quartiere di Achrafiye, che però mi sa che è lo stesso paraculo, oops tecnico, di Furn el Chebbak, a meno che non si chiamino tutti Imad) non è venuto. “Perché piove”. Sì, direi che è proprio lo stesso. E quindi invece di “chattare dal letto” (cit. Cozzani) mi limito a fare quello che non facevo da mesi: passare una serata a casa, leggere, ascoltare la pioggia, provare a tradurre le canzoni dei Mashrou Leila. Rilassarmi.

“Welcome home”, mi ha detto il mio amico Issam al telefono appena sbarcata

sabato 22 gennaio 2011

Lebanese Diaspora

 .. e poi dicono che sono gli italiani che sono dappertutto!

sabato 15 gennaio 2011

La Festa è Finita


 Mercoledì scorso si è riaperta la ferita libanese.
Il limbo, nonostante i fuochi d'artificio, i ristoranti italiani che spuntano da tutte le parti, i saldi e le nuove discoteche, è finito, e gli avvenimenti dell'altro giorno hanno fatto tornare tutti i libanesi alla realtà. L'emorragia continua.
Hezbollah ha aperto ufficialmente il suo braccio di ferro con il governo, forte di un appoggio internazionale (Iran, Siria, ve la ricordate la visita del caro Ahmadinejjad pochi mesi fa? E mica veniva a trovare Hariri..) non indifferente. D'altronde, se hanno fatto cadere il governo nell'istante in cui Hariri entrava da Obama, beh il segnale era duplice. E il pretesto futile. Non sarebbe stato infatti il consiglio dei ministri numero mille a ricucire la ferita. C'è chi vuole che sanguini, che non si rimargini. E se da un lato il fallimento della mediazione Saudita/Siriana (la Siria rimane parte in causa) fa pensare che il problema sia tutto libanese, che se la sbrigassero da soli una santa volta, dall'altra fa capire che questa volta no, non c'è soluzione.

Il prezzo che Hezbollah chiede ad ogni crisi istituzionale è sempre più alto. Nel 2006 i suoi ministri erano un pugno, e anche allora si ritirarono. Mentre i suoi simpatizzanto tenevano in scacco il centro di Beirut ricostruito dalla Solidère di Hariri padre – in questa Beirut dove ogni settore è identità, comportamento ancora dopo 20 anni dalla fine della guerra – e davano un fortissimo segnale alla borghesia sunnita, cui costituzionalmente spetta la carica di Primo Ministro. La crisi del 2006 si è risolta “solo” dopo i terribili scontri dell'8 Maggio 2008, in cui sempre Hezbollah ha ricordato al governo che può prendere il controllo di porto e aeroporto in poche ore, e dopo una mediazione che ha portato il Generale Suleiman, ex capo dell'esercito libanese, cioè dell'unica istituzione veramente multi rappresentativa del Libano, a sostituire Lahoud, che forse pensava di potersi autoeleggere in eterno, come Presidente della Repubblica. General Suleiman, come dice la canzone di Zeid and the Wings, era la speranza di un Libano diverso.
Le elezioni del 2009 incoronarono il giovane Hariri, e videro la crescita di Hezbollah, che era ancora a caccia di un “governo di unità nazionale”, ovvero un governo in cui la rappresentanza degli sciiti fosse maggiore, e che aumentasse quindi il potere di veto dell'opposizione sciita agli haririani. Il primo governo Hariri durò pochi mesi. Il secondo esecutivo vedeva infatti già 10 ministri Hezbollah, gli stessi 10 che si sono dimessi pochi giorni fa. Con 11 ministri dimissionari il governo cade, e l'undicesimo ministro è stato quindi propriamente individuato, con le buone o con le cattive. Un po' come Scilipoti e Calearo, che al momento giusto hanno salvato Berlusconi.

Stavolta insomma Hezbollah fa sul serio. Oltre al potere militare, che non è mai stato messo in discussione e, anzi, grazie alla visita del caro Ahmadinejjad è stato rafforzato, ora dispone di un potere politico enorme, ed è proprio questo che vuole farci vedere. Il salto, da pochi ministri a quelli necessari per il ribaltone, in pochi anni, è enorme.

Il pretesto, se così si può chiamare, si chiama Tribunale Speciale per il Libano. Un organo istituito nel 2006, ex post come gli ultimi tribunali speciali dell'ONU, Ex Yugoslavia, Rwanda.., per far luce sull'assassinio di Hariri. Un botto che è costato la vita a più di 25 persone, che ha devastato un'area enorme della città, che ha distrutto le speranze di un popolo che usciva da una guerra civile di trent'anni ancora più macerato e diviso rispetto a quando ci era entrato.
Che il Tribunale non fosse gradito, ce n'eravamo accorti. Io la bomba del maggio 2007 all'ABC, il centro commerciale “sciccoso” di Achrafiye, il quartiere cristiano/falangista, me la ricordo bene. Sono morta di infarto, di lacrime, di paura. Ero arrivata da due settimane. E mi ricordo anche gli assassini mirati, per fare fuori uno ad uno i membri del Parlamento della maggioranza, finché non fosse diventata minoranza o almeno parità, per non far votare l'approvazione del Tribunale. Che aveva una norma che prevedeva infatti l'entrata in vigore d'ufficio, non si sa mai. Tanto è bastato per far tremare la città, il paese.

La calma apparente degli Accordi di Doha, quelli che nel 2008 hanno pacificato Hezbollah e piazzato Suleiman al Palazzo Presidenziale, ha iniziato a rompersi nella primavera scorsa. Ce ne siamo accorte al momento di rinnovare i visti di soggiorno.
Mentre Beirut si risvegliava, le spiagge si riempivano, le discoteche suonavano musica tecno, i ristoranti nuovi sbocciavano come fiori a Gemmayzeh, le voci di probabili imputazioni a membri di Hezbollah per l'omicidio Hariri iniziavano a correre, così come le voci di falsi testimoni, di infiltrati israeliani con passaporti europei e altri ingredienti vari per la spy story mediorientale dell'anno.
Altro che voci o romanzi americani: prove di cellule telefoniche, foto satellitari e quanto più si possa ottenere dai moderni mezzi di indagine, li inchiodano. Hezbollah, volente o nolente, morto Hariri, ha solo avuto dei vantaggi: la guerra contro Israele del 2006 ha consacrato la sua immagine e la sacralità della Resistenza, l'uscita di scena della Siria dopo la Rivoluzione dei Cedri (la manifestazione di massa all'indomani della morte di Hariri) gli ha lasciato campo libero nel proprio territorio, le provocazioni di Ahmadinejjad sono benzina per le turbine del Partito. Cosa vuoi di più dalla vita?

Perché Hariri senior sia costato tutta quella dinamite, e tutte quelle vite, ancora ce lo chiediamo. Perché si è voluto far fuori in questo modo così spettacolare è sicuramente un messaggio. Quale che fosse il prezzo politico che Hariri aveva messo al paese - un'apertura verso Occidente? O un rafforzamento del panarabismo con Arabia Saudita e co. senza lo zampino della Siria? O peggio, una posizione sul conflitto mediorientale che prevedesse lo smantellamento dell'unica milizia rimasta armata dopo la guerra civile – a quanto pare ledeva gli interessi – o forse l'esistenza stessa – del partito a tale punto che... “Booom”!

Sta di fatto che oggi meglio che in altre occasioni vediamo come da quel giorno di febbraio 2005 non è passato un minuto. Che è ancora tutto da decidere. O si annulla il Tribunale, o Hezbollah prende il paese. Negoziazioni intermedie, si è visto, durano solo fino alla prossima crisi, e il prezzo aumenta ogni volta.
D'altronde, Hezbollahland è pronta. Ad allargare i suoi confini su quelli dello stato libanese intendo. Nel Libano dai mille micro-Libani, il microgoverno sciita si distingue per efficienza burocratica (sperimentata di persona), ed è, nella loro lettura, la dimostrazione che il “sistema politico islamico” funziona. La fede è emblema di assenza di corruzione, un peccato grave per il bravo musulmano, e la zakat, l'offerta religiosa, uno dei 5 pilastri dell'Islam, garantisce entrate e redistribuzioni in tutta la comunità sciita, rafforzando i contatti tra Iran e Iraq, come se ce ne fosse bisogno. La rete di servizi sociali, di scuole di eccellenza, di scuole religiose, è sempre più capillare, così come capillare è il controllo sulle persone. A cui non si può sfuggire.
Il lato oscuro infatti di questo sistema, fortissimo a livello sociale, è proprio anch'esso a livello sociale. Se da un lato il sistema riempie i buchi dello stato libanese, liberista frammentato e ben poco sociale, dall'altro riempie anche l'esistenza dei singoli. E produce frustrazione. Tu esisti solo in quanto mio membro. Esci dalla rete, e non sei più nessuno. La Causa prima di tutto, prima di te stesso. Sarà per questo che nonostante il “fascino” di entrare in contatto con questa entità più o meno misteriosa, rimango piuttosto inquieta. Molto inquieta.

Sta di fatto però che da trent'anni circa, forse di più, i movimenti sciiti, Amal prima e Hezbollah dopo, incarnano la rivoluzione dei deboli, degli estromessi dal sistema, in un paese che è stato costruito a tavolino dai francesi per i cristiani. E se da un lato è vero che Hariri ha vinto le elezioni, dall'altro che elezioni sono quelle in cui i distretti elettorali sono disegnati attorno alle comunità per “far uscire” il candidato che si desidera, in cui si va a votare nel distretto nel quale è stato registrato il capofamiglia all'epoca della legge elettorale, 60 anni fa, per cui se il mio nonno era della Bekaa, anche mio padre ed io dobbiamo votare lì (sempre per non “contaminare” i distretti) anche se io magari vivo a Tripoli e mio padre a Tiro? Che elezioni sono quelle in cui le liste sono confessionali, i partiti sono confessionali, ed esiste una quota esatta di parlamentari per ogni confessione? Che elezioni sono quelle in cui la metà degli elettori non va a votare? Che elezioni sono quelle in cui le quote di cui sopra sono assegnate su criteri confessionali basati sull'unico censimento mai fatto in Libano, che risale al 1932, ovvero quando i cristiani forse e dico forse erano la maggioranza?

E se la Tunisia s'infiamma, come presto si infiammeranno Arabia Saudita, Libia e tutti gli altri paesi nei quali la generazione under 30, quella fatta di blogger e studenti ma anche di figli dei manovali e dei contandini, è più del 60% della popolazione, perché non dovrebbe infiammarsi il Libano, sulla scintilla del partito che raccoglie e rappresenta anch'esso la maggioranza dei giovani senza lavoro senza istruzione senza speranze? L'emigrazione in Libano è roba da ricchi, per chi ha compagnie di famiglia in Africa, ristoranti in Francia, affari in Brasile. Chi rimane è perché non ce la fa, perché non se lo può permettere. E deve rimanere a fare lavori di merda, in nero, sottopagati. A fare una vita che, se non ci fosse Hezbollah, sarebbe ancora più di merda. “Conosci un idraulico? Ti va bene se è cristiano?” (cit. Yiku), è così che funziona in Libano.
E quando la controlli, un'onda così, che vive di internet, di twitter, di telefonini con i quali puoi vedere i tuoi compagni in Tunisia, in Marocco, in Iraq, battersi e morire? Perché puoi non avere niente, ma il cellulare ce l'abbiamo tutti. Poco ma sicuro.

Ogni volta che c'è una crisi, torna tutto fuori. Tutto ciò che non è stato risolto prima. La questione della rappresentanza, del potere, dei diritti. Tutto ruota sempre intorno allo stesso argomento: l'identità libanese, questa misteriosa e inesistente. Solo che i tempi tra una crisi e l'altra si stanno accorciando, mentre il mondo va a mille e le distanze geografiche si annullano, e il prezzo, cioè “i costi sociali”, come quello del caffè equosolidale, o peggio, come quello del petrolio, schizza sempre più in alto. Solo che, a differenza di quello del petrolio, non si può far tornare indietro.

giovedì 30 dicembre 2010

I Miei Buoni Propositi per l'Anno Nuovo


Finire (o quasi.. so' 800 pagine) Pity the Nation in inglese. Leggere di più, in qualsiasi lingua (conosciuta). Fare tante flessioni sulle braccia per poter tenere la Parada de Rim. Fare tanti addominali per tenere la Bananerinha. Fare tante flessioni e tanti addominali comunque.  Ricordarmi di allungare i movimenti nella roda e muovermi di più. Schivare. Prendere la corda amarela. Andare in Africa. Andare in Oman. Andare in Brasile. Andare a dormire col sacco a pelo all'aperto nel Wadi Rum in Giordania. Andare ad allenarmi anche quando piove, è buio, fa freddo, fa caldo. Imparare meglio l'arabo e andare a lezione anche quando piove, non passa il service, fa freddo, fa caldo, non ho studiato. Studiare. Imparare meglio a fare le foto. Non fare (tante) cazzate. Non essere aggressiva. Non essere impulsiva. Non essere rigida. Far sentire il mio amore ai miei cari anche se vado de qua e de là. Accontentarmi di più. Imparare a pescare. Smettere di mangiare il pesce. Imparare a usare il Mac. Imparare ad usare il cellulare nuovo. Cucinare tanto. Mangiare bene. Conquistare un posto mio in un qualsiasi posto del mondo, se è Testaccio è meglio. Sorridere, sorridere, sorridere. 

e i vostri?

martedì 30 novembre 2010

Capitani Coraggiosi


 Che ad un mese dalla fine del Servizio Civile in Libano finissi a dormire in una base militare nello stesso Libano non l’avrei mai detto. Che dalle donne della Bekaa e dei campi profughi palestinesi sarei finita ad occuparmi degli uomini pescatori del Sud del Libano non l’avrei mai detto.
Ma la vita è bella finché è varia. Multitasking Costy, diceva il Chinigò all’epoca del matrimonio sui colli torinesi.
E se non avevo voluto addii strazianti un mese fa era perché tanto lo sapevo. Prima o poi ci sarei finita di nuovo. Insomma, come al Pigneto, in Libano ci ricapiti sempre a fare un giro. E, come al Pigneto, reincontri sempre le stesse facce. Più o meno.

Naqoura è un ridente villaggio a due chilometri due dal “Paese Che Non C’è”, quel paese che inizia per I e finisce per ele che qui non si può nominare, che non c’è sulle carte geografiche ma si vede benissimo a occhio nudo. Naqoura si trova nella zona cuscinetto denominata Blue Line, tra il confine Sud e il Litani, che è pattugliata dalla forza ONU chiamata UNIFIL. Non c’è anima libanese viva, ma caschi e turbanti blu coreani, malesi, francesi, ghanesi e naturalmente gli italiani. Ognuno con il suo carico settimanale di viveri patriottici, baguettes, foufou, riso basmati e parmigiano. Se ogni tanto si invitassero a cena non sarebbe male!

Il paese consta di 2000 anime, un numerone, considerando che qui sotto non si vede veramente anima viva. Qualche villona in ricostruzione, camioncini bianchi carichi di materiale UN che si spostano di qua e di là (tutto parmigiano e baguettes?), bananeti. Fa ancora caldo ed il vento tiepido ti accarezza i vestiti, guardi il tramonto sul mare e vedi finalmente il mare pulito, intorno a te un silenzio che ipnotizza. Una pace infinita. Se la confronti al delirio automobilistico di Beirut, all’autostrada per Batroun la domenica mattina, pensi che non puoi essere solo a 50 km di distanza.
Il porticciolo è minuscolo. Io ho contato 12 barche, di cui due in secco. Appese ad una sorta di gru che sembra siano lì da anni. Sgarrupate, blu, bianche, qualche cesto di rete, un narghilè arrotolato, non la pipa ad acqua, ma come chiamiamo qui il tubo d’aria – archetipo del palombaro – per scendere sott’acqua a pescare. Un pescatore mi dice che con quello scende fino a 35 metri. Come lo sai, gli chiedo? Lo so. Lo vedo. Dimentichiamoci decompressione e bombole, qui ci si arrangia come si può. Fanno tenerezza. Il mercato è ben tenuto e pulitissimo. Si vede che l’hanno pulito perché arrivavamo noi, i “dottori del pesce”, c’era ancora l’acqua per terra. E come frighi/contenitori, dei frigoriferi veri e propri, vecchi e in disuso, messi per orizzontale. Dentro, tre cernie (“Lokous”) che aspettano da troppo tempo di essere comprate, e ormai sono lì per decorazione. Per sampling scientifico. Sono troppo costose per il mercato locale, la gente comune non se le può permettere. E quindi rimangono lì, abbandonate, a meno che qualcuno non provi ad andare a venderle a Tiro.

Dopo un pomeriggio passato a scorrere foto di pesci, questo c’è, questo non c’è, questo si mangia, questo no, questo si chiama così, tra una nocciolina ed un bicchiere di succo di frutta, in questo minimercato deserto con il sole che tramonta dietro di me alle quattro del pomeriggio, mi sembra ancora incredibile di essere qui. Il contrasto tra la quieta vita locale, rilassata, semplice e isolata, stride con le regole della vita militare, a cui sono sottoposta non solo perché giro in un territorio blindatissimo (qualcuno mi sta vedendo col satellite??) ma perché di notte sono gentilmente ospite delle militaresse. E come in un villaggio vacanze, potresti essere ovunque, c’è un container per tutto.

E quindi ora, mentre il vento sbatte sulla plasticaccia dei muri del mio container/stanza da letto, sul mio materasso spacchettato mi appresto a passare la mia prima notte nella Blue Line, e penso che ho fatto bene a non fare il militare. Il mio lenzuolo è pieno di grinze.

martedì 23 novembre 2010

La Spia che inciampò nell'Hummus




Se c'è una cosa che si impara bene a fare a Beirut, naturalmente dopo il districarsi nel traffico con un SUV e respirare l'amianto della strada senza farsi venire un collasso polmonare, è riconoscere le spie.
Se solo tre anni fa mi chiedevo "ma come fai a sapere che è una spia", beh ora posso dire di far parte di quelli che "ma come lo sanno tutti" e lo so pure io.

Beirut è piena di spie. Si annidano ovunque. Tassisti, negozianti, cambiavalute, droghieri fidati. Insospettabili.
Poi ci sono anche però i sospettabilissimi, ovvero i bianchi occidentali.
Lo sanno tutti.
Come insegnano le regole fiskeans, innanzitutto sono americani. Non ci sono ong americane in Libano né turisti, perché ci dovrebbero essere americani? Ah, beh c'è UsAid. Che lo sanno TUTTI che viene finanziata da chi sappiamo noi. D'altronde, la cooperazione internazionale è la prosecuzione della politica con altri mezzi.
Poi di solito hanno il capello svolazzante, la camicia caki, il sorriso smagliante awanasgheps delle pubblicità degli anni 50 e fanno il classico lavoro da spia.
Giornalista. Fotografo. Cooperante. Scrittore di libri. Organizzatore di eventi. Gestiscono locali, organizzano manifestazioni "di sinistra", piazzati nella terra dei cedri da anni che ti chiedi perché a te debbano fare storie per un mese di visto e loro possono svernare a Batroun senza che un soldato li avvicini. E poi ti chiedi, ma con tutto il mondo a disposizione, ma proprio in un paese sul quotidiano orlo della guerra civile deve venire un organizzatore di eventi? Un graphic designer? E che non ce li hanno i graphic designer in Libano?
Ma il top è quando te lo dicono loro stessi. Cosa fai? (domanda classica). Giro. Ricerco. Faccio un PhD in Scienze Politiche (troppo facile). Sono stato in Afghanistan con Usaid (ha!), in Iraq (ha!!), in Arabia Saudita (il top, recentemente ascoltata) ad insegnare l'inglese. Sì, vabbè.

In realtà, come accadde a tutte le grandi intelligence del mondo che sono passate dall'Abruzzo del Medio Oriente, dai palestinesi agli israeliani agli ammericani e chi più ne ha più ne metta, probabilmente si sono adagiati qui, tipo balena spiaggiata arenata da troppi cocktail da Pierre and Friends, da troppe serate 80s al BO18, ustionati dal sole di luglio come i sujuk, le salsicce armene che sfrigolano sul bbq. E così, te li ritrovi, annegati nel succo del fattoush, stramazzati dalla maratona di mezzé (la vera spia mangia libanese anche al Barometre, che sarà mai una nottata di crampi intestinali!), tutti lì perfettamente sgamati, che non si sono mai ripresi da questo Risiko vivente.
E a quel punto è facile.
Il controspionaggio intendo.
 
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