lunedì 18 ottobre 2010
Ultima (per ora) parte: la Fottuta Civiltà
L’impatto con “la fottuta civiltà” (cit. Talentino), tanto atteso e immaginato da mesi, al momento è più duro del previsto. Sarà che in aeroporto mi hanno tolto di tutto e di più dai bagagli (metti insieme una compagnia aerea tedesca e personale libanese e vedi cosa viene fuori ) e mi ritrovo a Francoforte in maglietta mentre fuori quasi nevica, fuori un cielo grigio che mi fa paura, e ieri quasi quasi andavo al mare. E naturalmente continuo a buttare la carta igienica nel cestino, dimenticandomi che qui le fogne funzionano e i tubi non si intasano.
No, per fortuna non è questa la civiltà che mi aspetta. Potrei morire di infarto culturale in queste sei ore di scalo in Germania. Mi attende Roma con il suo bel traffico, che certo in confronto a Sodeco Square all’ora di punta impallidisce.
La fine dell’era libanese n.2 è arrivata talmente in fretta che non ho avuto nemmeno il tempo per pensarci. Sarà che tra i pacchi e pacchetti, smolla la borsa all’amico, piazza in giro tutte le cose che non ti entrano, chiudi l’ufficio, manda le ultime mail, come se dall’Italia non funzionassero, e la festa di saluto no che tanto ritorno presto, al massimo una birra in terrazza, e insomma non mi sembra di essermene andata. Vado un paio di mesi in vacanza, a riposare cervello ed organi addominali, insomma ora me la racconto così.
Non è stata l’ultima volta da Amira (per l’occasione, smalto color lampone), o l’ultima cena di mutabbala e cheese rolls da Abdel Wahab, o l’ultima passeggiata sotto il caldo sole mediterraneo di ottobre sulla Corniche, tra gli ammmericani che fanno jogging sotto l’AUB e le famiglie multi-figli a zonzo, mentre schiere di pescatori panciuti della domenica, in mutandoni a righe e cestello di vimini, pescano minuscoli pesciolini pieni di chissà quanti veleni nel mare “filthy” (eufemismo) di Beirut.
Tra l’ultima Almaza, la birra del diamante e unica bevanda alcolica di questi ultimi 9 mesi (ok a parte qualche bicchiere di Chateaux de Ksara o Blanc des Blancs) ad osservare il panorama dei palazzi in costruzione di Beirut, che nascono come funghi e nemmeno te ne accorgi che il Ground Zero sotto casa tua a gennaio ora ospita un bel palazzone di 9 piani con piscina e giardino pensile – è questa la modernità a Beirut – e le ultime chiacchiere sul “cosa succederà” con la gang dei Sopravvissuti, i Sobreviventes di capoeira che sopravvivono ad ogni sconquasso del Libano, insomma mi ritrovo a pensare che Beirut è stata ed è casa mia più di quanto abbia pensato, più del Testaccio radical chic che mi ha ospitato nei mie quasidue anni romani, nonostante la casa “rococò ottomana” che cadeva a pezzi ogni giorno (il definitivo collasso di vetri e mobili con la tromba d’aria di venerdì scorso), e i 3 piani di distanza dall’ufficio, troppo pochi per staccare la testa, e l’ascensore transilvano con la grata di legno il cui rumore è stato incredibilmente familiare.
Il tè al gelsomino e il manouch di metà mattinata, rigorosamente zatar e labneh, il giro dal droghiere Michel per gli ultimi aggiornamenti politici e la scorta di pomodori e "pane prensile" e dal giornalaio ultraottantenne sempre elegante, che quasi si offendeva quando compravo solo il Daily Star e mi diceva “mais aujourd’hui l’Orient le Jour ha l’inserto salute”, e allora dai prendo anche l’Orient le Jour, anche se il suo editore è un falangista. E il vecchietto dell’ospizio (ecco, a Furn el Chebbak tutta questa gioventù, diciamo, non c’era) che fumava sigarette, beveva dei gran caffè e giocava a backgammon a qualsiasi ora gli passassi davanti. Una volta che pioveva a dirotto mi sono rifugiata nel suo (senza saperlo) cortile, e da quel momento mi ha sempre salutato sorridente.
Sarà l’equazione “sud del mondo = poca organizzazione ma tanta umanità” (e tanto sole), ma l’effetto comunità, anche se a volte ti sta stretto, se tutti sanno quello che fai e dove vai e come ti vesti e chi viene con te, i buongiorno la mattina e le facce che si ricordano di te, alla fine della giornata danno calore e piacere, a te figlio della globalizzazione che giri il mondo ma alla fine passi la giornata su Facebook per non sentirti solo come un cane. Il gelataio del Barbar, giorno e notte, è sempre lui. Amira ogni volta mi accoglie che è una festa. E la scomodità della vita quotidiana ti fa apprezzare tanti piccoli lussi (“oggi c’è l’acqua calda!” evvai la doccia calda. “a che ora arriva la corrente che carico le foto”?), che troppo spesso diamo per scontati. Si vivono insieme i momenti collettivi, come la visita di Ahmadinejjad che manco fosse venuto a trovare me pirsonalmente di pirsona. Si decide dove si passa la giornata a seconda degli avvenimenti, del tempo, dei luoghi. Si vive nella storia presente e passata, e si condivide tutto. Nel bene e nel male. Dalla puzza acre del mattatoio di Karantina quando non c’è vento alla Hamra pedonale per l’Eid al Fitr, il Libano è un paesone e tutti ci si ritrova al Barometre il venerdì sera o da Pierre la domenica.
Certo, le mie amiche Haneen e Hiba di Borj el Barajneh poi la colazione da Chez Paul non se la vanno a fare. Loro stanno sempre lì, a tenere a bada le piccole pesti, tra uno scroscio di pioggia che poi il campo non si asciuga più, e un discorso di Nasrallah con i festeggiamenti sparatori annessi e connessi. Per non parlare dei tanti altri Libani che non si incontrano e non si incontreranno mai.
Ma vita a Beirut va avanti, e già mi manca, con le mille contraddizioni del Libanese style. Ma d’altronde non potrebbe sopravvivere senza, ci raccontiamo noi tutti per giustificarcelo e giustificarci.
Massalama ya Beirut, bishoufik (le città sono femminili, dice Rana sempre bellissima e alla moda) 2ariban.
lunedì 11 ottobre 2010
Aggiungi un posto a tavola
È quasi tutto pronto. Gli striscioni di benvenuto e ringraziamento sono appesi (rigorosamente solo sulla Airport Road e nei quartieri di Beirut Sud), con il suo faccione barbuto e innocentemente sorridente. Il programma è ormai definito: incontri con le cariche politiche, conferenza stampa, firma di accordi commerciali e poi via a sud a tirare qualche pietra simbolica contro i tanto odiati vicini di sotto (sperando che non rispondano naturalmente). E anche a Tripoli i movimenti sunniti di opposizione sono pronti e armati.
Insomma ci siamo.
Ahmadinejjad è in arrivo. E noi si fa le valigie, che coincidenza! Gente che viene gente che va in questo Libano eh? Tra l’altro, abbiamo anche rischiato di incrociarlo all’aeroporto, ma in una botta di previdenza ci siamo dette che andare in aeroporto – l’aeroporto di Hezbollah, come amano ricordarci quando arrivano ospiti a loro cari – in piena notte, in un sicuro pullulare di checkpoint e di tensione, ma insomma chi ce lo fa fà? E oggi scopriamo che forse chiudono proprio l’aeroporto. Beh, ci abbiamo visto giusto. Cinque anni di Scienze Politiche sono serviti a qualcosa.
Ahmadinejjad viene proprio a fagiuolo, come si suol dire. Il Libano (o meglio, a “quelli che gliene frega”) è spaccato in due sulla questione del Tribunale Speciale per Hariri, e non passa giorno che i vari Mastella e Gasparri libanesi si insultino e minaccino morte reciproca e fuoco al paese salvo smentire che “il loro supporto non è mai stato in discussione” poche ore dopo. D’altronde, qui come da noi, i giornali dovranno pur vendere e i giornalisti, quelli che non possono permettersi di dissentire o criticare, dovranno pur lavorare no? E poi, l’opinione pubblica, dovrai avvelenarla e confonderle le idee almeno un paio di volte al giorno no? Meno male che arriva lui, e per un po’ di giorni non si parlerà d’altro che dei nuovi rapporti Libano-Iran. Grazie Ahmi.
Inoltre, dopo un’estate a colpi di oggi non c’è l’acqua domani non c’è la corrente, e il Ministro dell’Acqua e dell’Elettricità che ce sta a fa non si è capito, Ahmadinejjad viene a risolverci i problemi (dato che sono 6 mesi che ci facciamo la doccia a bicchierate ormai siamo anche noi tra coloro che attendono!), e ha detto che fornirà il Libano di petrolio e gas. Oh, meno male. Almeno la prossima volta che andiamo alla Electricité du Liban a pagare la bolletta, sappiamo su quale stipendio verrà accreditata!
E poi Mahmoud (siamo già amici) viene a rinsaldare il legame coranico tra sunniti e sciiti, ultimamente un po’ in “difficoltà” a causa dell’isolamento internazionale promosso dagli Usa contro Iran e quindi Hezbollah, grazie ai suoi futuri accordi petroliferi con le compagnie di Hariri. D’altronde gli economisti l’hanno sempre detto: make trade no war.
E già che c’è Ahmi con questa visita gliela vuole mandare a dire pure alla Siria. Guarda che il Libano non è solo tuo, ci sono anche io. I miei striscioni sono più grandi dei tuoi. La mia visita è più importante della tua. E si tu puoi pure tenere i tuoi quadri scagnozzi qui tra i Cedri, ma l’unico vero esercito del Libano, quello che tiene testa ai vicini di sotto per intendersi, il Partito di Dio, lo finanzio io.
Certo, non tutti sono contenti ed entusiasti. Il nostro caro droghiere-politologo Michel, dice che Ahmi è “musulmanamente stupido” (intervista di Elena Cozzani). Ma Michel è un maronita di quelli duri e puri, di quelli che non gli puoi nominare i palestinesi e che di scheletri nell’armadio chissà quanti ne ha, e chissà quali tatuaggi tiene nascosti sotto la camicia.
Già perché facendo un rapido calcolo, tutti e dico tutti i libanesi che oggi sono sui 40-50 erano in una qualche milizia. Hanno sparato, ammazzato, sono stati sparati e ammazzati anche loro. Una intera generazione. Non scordiamocelo. Puoi salire sul service (il vero momento sociale del Libano, per chi non l’avesse ancora capito) e il tassista, mentre passi sotto uno dei mille palazzi crivellati, ti dice con gli occhi lucidi di emozione “vedi io da quel tetto sparavo contro gli altri”. Contro chi? “contro tutti! Ho combattuto contro tutti”, i dice fieramente.
E' questo il Libano, spensieratamente armato e perennemente sull'orlo del baratro, dove un service costa duemila lire, ma ci credo che poi hai bisogno dei cocktail a 15 dollari per schiarirti le idee, e basta davvero una visita in arrivo a sconvolgere i piani? Ci sarà la guerra? Tirerà davvero i sassi? Possiamo uscire sabato sera? Poi come sempre tutto si sgonfierà, come il soufflé quando lo togli dal forno (quando il forno funziona!), e torneremo a suonarci i clacson, a parcheggiarci in quadrupla fila, a farci la guerra con i carrelli da Spinneys.
E per gli striscioni che sono davvero pronti da giorni, beh questa è una consuetudine tutta libanese. Qui ci sono striscioni di ringraziamento per tutti, dall’Emiro dell’Oman al re Saud, dal Kuwait all’Iran, ogni donazione o presidente in visita riceve il suo benvenuto e i suoi 15 minuti di gloria (dipendendo dal traffico) sulla Airport Road.
Caro Mahmoud, ora tocca a te, libanese per due giorni.
ps. le foto non me le carica manco oggi. chissà dopo giovedì :)
venerdì 1 ottobre 2010
Chi ha ucciso Rafik Hariri
Stamattina, mentre ero allegramente in fila in banca per ritirare il malloppo delle diarie (e poi scappare alle Hawaii, pensavo), mi cade lo sguardo sul megaschermo piatto appeso, appunto per intrattenere i clienti in fila, alla parete di fronte a me, sul quale vengono trasmessi gingles vari, promozioni di conti in banca ed assicurazioni a vita, visi di vecchietti sorridenti (invecchiare felici in Libano?) ecc.
Poi, questa pubblicità: un set fotografico nero, sullo sfondo una bandiera francese, e una signora che dice, con tanto di sottotitolo in arabo, “io sono francese”. Poi nuovo set, bandiera palestinese, ed un ragazzo che dice “ana falestinyy”, “io sono palestinese”. E così avanti per l’America, l’Italia, il Bahrein, gli Emirati, il Canada e tutti gli stati dal Polo Nord a quello Sud. Poi, nuovo set. Bandiera libanese. Ah, ecco, finalmente, mi dico. Il ragazzo dice “ana sunni”, “io sono sunnita”. Rimango sbalordita. Continua la bandiera libanese, appare una ragazza, “io sono maronita”. Poi un ragazzo “io sono druso”, poi una donna, “io sono sciita”, e così via in dissolvenza e voci che si sovrappongono “io sono…, io sono …”. Poi tutto nero e una scritta bianca appare, su questo fondo nero. “Quand’è che inizieremo ad essere libanesi?”.
Ecco, io, in procinto di fare le valigie (definitivamente? Ma sa Allah, lo sa Dio) dopo 9 mesi, una gravidanza piena, nel paese delle bombe e delle discoteche, sono qui che me lo chiedo. Quand’è che saranno mai libanesi? Quand’è che smetteranno di farsi la guerra per un parcheggio, per chi arriva all’aeroporto, per chi ha detto questo e chi non ha fatto quest’altro? Can che abbaia non morde, e non si chiama alla guerra finché non ce, ma ce la dobbiamo proprio tirare “se non è Israele sono gli Hezbollah”, con il solito toto-calendario ed il fatalismo che ormai conosciamo bene?
Me ne vado senza tutte le risposte che ho cercato invano in questi mesi, nonostante libroni di storia, pane e giornali a colazione, la visita a Jumblatt, i consigli del droghiere Michel, e i timori dei miei amici. Nonostante pensassi che il destino mi aveva riportato a Beirut dopo 3 anni di distanza dalle famose bombe del STL per finire ciò che avevo cominciato, cioè capire cosa si muove dietro questo paese.
Niente, non l’ho scoperto. Non ho scoperto come mai questo popolo si è massacrato per 15 anni, per poi passarne alti 20 comandati dai servizi siriani, di cui gli ultimi cinque in un delirio politico senza precedenti. Dal famoso 14 febbraio del 2005, data della bomba ad Hariri, una quantità di tritolo pari a quella della strage di Capaci, nulla è come prima, anche se ci si sforza a volerlo far vedere. Tanti altri morti, politici, figli di, ma anche giornalisti ed intellettuali illustri (due per tutti: Samir Kassir e Gibran Tueni). Tante spie pro o contro arrestate. Tanti comizi da posti nascosti destinati a creare scompiglio. Le famose imputazioni che scateneranno l’ira di Hezbollah. Tanti piccoli cortei pacifisti che si sciolgono come la neve al sole e tanti libanesi stanchi e incazzati. Ma soprattutto stanchi.
Me ne vado senza scoprire perché e per come ancora nulla è risolto, perché qui non basterà un cambio generazionale, considerando che i figli prendono il posto e l’onore dei padri. Non ci sarà un movimento dal basso, una rivolta popolare, perché il popolo non esiste e i singoli sono troppo occupati a lustrarsi il Suv, a stirarsi i capelli, o a farsi i cavoli loro. Tanto “qui funziona così non ci possiamo fare niente”.
Qui, nel paese paradiso dei conti bancari, dove girare un assegno anonimo è più facile che trovare parcheggio in un deserto, funziona che se finisci il gas devi aspettare l’omino che passa per strada un giorno sì e uno no, e beccarlo quando è sotto casa tua. Sennò aspetti due giorni. Funziona che devi stare attenta a ciò che fai e a come lo fai, anche se è tutto normale, perché altrimenti finisce che qualcuno ti manda dei film porno, o ti chiude il rubinetto dell’acqua. Funziona che se vuoi arrivare a destinazione e senza discussioni chiami un taxi privato. Che se sei senza acqua chiami un privato a pagamento che ti riempie la tanica sul tetto, mentre continui a pagare la bolletta ad un ministero che serve solo a pagare gli stipendi. Funziona che vai a mangiare il sushi a Gemmayseh, ma poi la gente (quale? Da quale quartiere?) scende in strada per il prezzo dell pane. Funziona che salta la corrente perché tutti si attaccano al tuo generatore, ma poi vuoi l’aria condizionata d’estate. E se si rompe qualcosa chi chiami?
Non ci sono pagine gialle, servizi pubblici, rivendite autorizzate, imbianchini o idraulici. C’è il portiere del palazzo di fronte, o il parcheggiatore, o l’amico del droghiere, o schiere di manovali egiziani o siriani tuttofare per un nulla al giorno. Ma dipende dalla zona in cui abiti, mica puoi chiamare uno qualunque. A Furn el Chebbak non funziona come ad Achrafieh. È tutto un chi conosci, da dove vieni, che lavoro fai. Per identificarti meglio. Poi arrivi tu con il tuo zaino e la voglia di fare il Lawrence d’Arabia o la Condoleeza Rice della situazione e pretendi di romperli sti schemi. Di far togliere il velo a tutte le donne della Bekaa, senza pensare che il velo è l’ultimo dei loro problemi, considerando che anche quando hai le tette finte gli uomini si sentono liberi di prenderti a botte o mandarti messaggi minatori solo perché li hai contraddetti. Poi pretendi di far lavorare insieme maroniti e palestinesi, quando nel Virgin Store del quartiere scicchissimo e maronissimo di Achrafieh se chiedi un libro su Sabra e Chatila ti rispondono stizziti “che non hanno questo tipo di libri”, puoi sceglierti un Ipod se vuoi. Pretendi di avere le tue carte firmate in tempo, di avere i contratti in regola. Pretendi di non farti fottere perché tu mica sei un ingenuo. E si vede che non hai imparato la regola d’oro della sopravvivenza libanese: “fotti gli altri prima che ti fottano loro”.
Me ne vado stanca, triste, con un cuore grosso così e uno stomaco striminzito, sarà che ormai ho preso tutti gli antibiotici del mondo ma sto virus libanese non se ne vuole andare. Me ne vado arresa anche io all’evidenza che “non si può cambiare” e quel poco che abbiamo cambiato presto tornerà come prima. Zeina, Jammal, le donnine di Sana o quelle di Assindyan, che continueranno a vendere le melanzane sott’olio al mercato biologico con un entusiasmo che a noi fa solo venire un nodo alla gola. Me ne vado con l’impotenza di non poter far venire i miei amici libanesi in Italia, se non hanno un lavoro contrattato a tempo indeterminato e 20mila dollari sul conto perché se non hai le tue wasta, le tue conoscenze, arabo sei ed arabo rimani. Me ne vado incazzata per averci creduto, che qualcosa si poteva cambiare, e mi faccio consolare dai miei amici, che la lezione l’hanno imparata sulla loro pelle molto prima di me, e mi dicono “che è così”, che loro la speranza in un Libano fatto di libanesi in cui qualcosa funziona, dalla corrente agli autobus, l’hanno persa da tempo. Ma non demordono e vanno avanti. E anche io, con il mio virus intestinale forte e robusto, allora mi riconforto e so che tanto prima o poi torno. Devo scoprire chi ha ucciso Rafik Hariri.
La foto oggi proprio non me la carica.
La foto oggi proprio non me la carica.
venerdì 13 agosto 2010
Ramadan Karim
Per chi abita nel colorato e vivissimo quartiere di Hamra, nel popolare Basta, nel lussuoso Verdun o nella tradizionalissima Dahyeh, l’area di Beirut Sud (quella tanto cara ai caccia israeliani) che include anche i nostri amati campi profughi, in questi giorni non può non essere svegliato alle 3 di mattina circa (dipende dai fusi orari) da un omino simpatico vestito di bianco (cit. Polin) che scampanella e, appunto, ti sveglia.
Non è un pazzo, (pazzi? in Libano? dove?), ma il mousaharati, e ti sveglia per mangiare il suhur, il pasto da consumare prima che sorga il sole. Il successivo, l’iftar, sarà al tramonto, quindi è bene che ti svegli e mangi e bevi per bene perché poi la giornata a 40 gradi ti aspetta.
È iniziato anche quest’anno il Ramadan, il nono mese lunare del calendario islamico. È iniziato sotto le stelle di San Lorenzo, sarà un benaugurante segno astrale, e in una città dove il moderno si mischia all’antico e la frenesia e il consumismo sono pane quotidiano, fa specie sapere che invece una parte (consistente) di questa città si ferma. Succede quando sei in una città multietnica, multireligiosa, multipla che a volte nemmeno te ne accorgi ("ma no che non è Ramadan! Io ho mangiato al ristorante!" cit. Papaia).
Il Ramadan è il mese della purificazione e della spiritualità, e per questo ci si astiene dall’alba al tramonto non solo da cibo, bevande, sesso e sigarette (e alcuni integralisti persino dal profumo!), ma anche dalle discussioni violente e dai litigi. In un paese come questo ti verrebbe da pensare che sarebbero solo rimandate al 9 settembre, data dell’Eid al Fitr di quest’anno, la festa di fine digiuno. E invece, dopo qualche attacco di panico-guerra, i discorsi di Nasrallah, il caldo a 50 gradi, sapere che per un mese tutti si rallenta e ci si mette a riflettere, beh ci sta. E allora siamo tutti in Ramadan, anche noi qui dal cristianissimo Furn el Chebbak, il quartiere che della nostra base/ufficio, pullulato di madonnine e candelotti ad ogni angolo.
Quando il sole tramonta, si rompe il digiuno con un bicchiere d’acqua, o un dattero, poi si prega, e poi ci si mette a tavola. Si inizia con la zuppa di verdure, “chorba”, che così non fa male allo stomaco, e poi l’insalata nazional-libanese, il fattoush. Il Ramadan, come la cristiana Quaresima, è un mese di magro, quindi di solito si mangiano poi riso e verdure, a meno che non venga qualche ospite speciale, per il quale si cucina la carne. A fine pasto c’è la corsa per il caffè! Il prossimo sarà domattina alle 3 ed è da stamattina alle 3 che tutti lo aspettano!
Basma, la tuttologa in islam nonché “Hajja”, cioè colei che ha già compiuto il pellegrinaggio alla Mecca, mi spiega che al digiuno ci si avvicina gradualmente, e i ragazzi iniziano con “mezzo digiuno”, uno spuntino alla mattina e poi solo acqua fino a sera, un po’ quello che ho fatto io oggi per prepararmi alla cena. Se poi durante il Ramadan ti ammali, hai le mestruazioni o non puoi digiunare, recuperi i giorni durante l’anno.uQmmmnhhhg
Ognuno ha i suoi riti, la sorella mangia solo formaggio ed insalata, la mamma mangia da sola alle 11, la sera poi si prega insieme o si legge il Corano. O si guardano le soap-opere egiziane o siriane in tv, una per tutte “Bab el Hara” ormai giunta alla 5a serie. Io che non guardo tv da 8 mesi ormai darei un rene per vederla!!
E così tra un dattero e un bicchiere di tè penso alla città dei pazzi che per qualche settimana sarà meno frenetica, meno trafficata (alle 7 di sera, orario di fine digiuno, le strade di Beirut sono vuote. Si rianimeranno dopo le 10), meno chiassosa, meno litigiosa. Ci vorrebbe un Ramadan tutto l’anno qui in Libano, inchallah.
lunedì 9 agosto 2010
Papè Satan, Papè Satan Aleppo (cit. Said)
Scendi dal pullman armeno dopo otto ore in una stazione nel mezzo del nulla e il caldo ti avvolge in un attimo, come una vampata di fiamma ossidrica. Ti toglie il fiato, ti bruciano gli occhi, senti il calore provenire dalla strada, no dall’alto, no è l’aria, insomma si cuoce e sono le sei di pomeriggio. Benvenuti in Siria.
Bab Sarraj è la zona degli ostelli di Aleppo, che si confondono con gli alberghi ad ore, dei ristoranti a poco prezzo, e dei meccanici e gommisti. È pieno di negozietti pieni di copertoni di ogni forma e dimensione e sotto quel caldo torrido l’odore di gomma ti asfissia. Di fronte a noi si staglia la cittadella, in alto su cocuzzolo. Ai suoi piedi l’enorme caotico colorato confuso suq.
La giornata comincia con la colazione: in un angolino di Jdeideh, il quartiere armeno, scoviamo un pulitissimo buchetto di quelli che la mattina si affollano per la colazione. Un piatto fumante di foul, zuppa di fave e tahineh, o una scodella di fatteh, pane abbrustolito ammollato in yogurt, tahineh e ceci, o semplicemente una ciotola di hummus, di quello fatti a mano, con la spolverata di cumino e paprica sopra e il filo d’olio d’oliva, e pane (quello prensile, sempre lui) appena sfornato dal forno di fronte a noi, un piattino con menta, fette di pomodoro e peperoncini verdi, un bicchiere di tè nero caldo e dolce, serve altro?
Accanto a noi ai tavoli, qualche gruppo di ragazzi, uomini in jellaba e kefiah rossa, mentre qualche turista stranito ci guarda da fuori (“Sono Pazzi Questi Turisti”), ma io forte del mio stomaco da campo profughi tiro dritto e inzuppo il mio pane arrotolato nell’hummus. Mai così buono.
La cittadella è imponente, il suq è coinvolgente, saponi saponi saponi, quelli veri sono quelli invecchiati, anche venti anni, marrone fuori verdone dentro, li compri a chili (un chilo cinque saponi) e li usi a fette. Collane, tessuti ricamati, ma anche polli, cuori e fegati di agnelli appesi a sgocciolare tra i foulard, sacchi di spezie e di frutta secca, henné e olive sott’olio. Mi sento di nuovo a casa, e tanto per cambiare spendo e spando, negoziando e credendo di fare gli affari del secolo.
La sera basta una passeggiata nel silenzioso e ordinato quartiere armeno per ritrovare la quiete e la cara birra Almaza (la birra siriana è decisamente imbevibile, anche dopo una giornata a 40 gradi). Il ristorante ha una terrazza ariosa (sempre calda…) con vista sulla cittadella, prima araba poi crociata poi di nuovo araba e così via, perché chiunque è passato ha lasciato il suo segno.
Qualche ora di pullman, cambio a Homs passando per Hama, la città delle ruote idriche e del massacro di Assad ("Hama Rules", per citare il mio nuovo mito Tom Friedman), e di nuovo pullman e arriviamo a Palmyra, un’oasi nel mezzo del deserto, il deserto quello vero, di sabbia rosa e nulla intorno. Qui ci sono passati tutti, e la regina Zenobia ha tenuto in scacco l’impero romano, hai capito, mica come Cleopatra che stava tutto il giorno a truccarsi e a fare il bagno nel latte, co' sto caldo. Ci sono templi greci, tetrapili, teatri romani e persino il castello dell’emiro Fakhreddin, il primo emiro del Libano.
Poiché di giorno la temperatura si aggira sui 50 gradi, Palmyra la si gode la sera, quando il sole tramonta dietro il castello e tutto diventa rosa, e anche gli implacabili venditori di collanine/pepsi/giro-in-cammello (taxicamel) si quietano, che turisti da spennare non ce ne sono più. E ce ne sono pochi sempre, il che vuol dire godersi uno dei posti più belli del mondo in quasi totale solitudine, tu e la tua mezza colonna sulla quale sei appollaiato. Il sole tramonta dietro le arcate, e il vento del deserto si alza. Una specie di tempesta di sabbia, che ha preservato per due millenni le colonne e i templi di Palmyra. E’ incredibile, mozzafiato, bellissimo.
Vale la pena puntare la sveglia alle 5 e andare a vedere il sole sorgere da dietro il tempio di Bal, lo stesso di Baalbeck, sia il dio che il tempio. Un’arca enorme, perfettamente conservata. Dentro, scolpiti nella pietra i 12 segni zodiacali. Alle 6 il sole è sorto, e ricomincia il caldo, appena il tempo di finire il giro delle colonne, del tempio di Diocleziano, del mercato, che bisogna tornare per non svenire. Il castello dell’emiro sarà per la prossima volta, che il tassista ci ha dato buca. I tassisti sono tassisti ovunque (cit.).
Sabato 7 agosto in tutta la Siria si ridispiegava l’esercito, succede una volta l’anno-tutte le fortune eh?, e tutti i pullman per Damasco erano pieni, a tutte le ore per tutto il giorno. Dopo aver osservato passeggeri scendere, mangiare il loro panino arrotolato o intingere il pane nella zuppetta e risalire per due ore nella polverosa stazione di Palmyra, decidiamo che è un segno, e saltiamo di nuovo sul bus per Homs, direzione Crac des Chevaliers, il castello crociato meglio conservato del mondo, a poche decine di km dal confine nord del Libano. Sì, ci si riavvicina. A malincuore.
Ma lo spettacolo delle colline, del vento fresco, e del castello che si staglia dal cocuzzolo, sotto di lui un paesello accoccato che potrebbe essere la Toscana , mentre sali col minivan scassato e la signora ti dice “vedi che qui fa fresco, mica come a Palmyra” ed effettivamente fanno quei 15 gradi di meno, è impagabile. Impagabile è la vista dall’albergo, e l’ospitalità del cuoco/albergatore, che finisce per regalarci pane, labneh e birre gelide di ritorno dalle nostre gite cavalleresche. Decido che io mi piazzo qui, e col cavolo che torno in Libano. Aiuterò il cuoco, giocherò a backgammon con vista castello, ma io di là non ci torno. Il Libano me lo guardo dalla torre ovest del castello, la “torre di comando” (che guarda caso controlla anche la torre della principessa).
Perché tornare in Libano, nel paese dei folli, quando qui c’è tutto? Autobus di linea, orari, tassametri e soprattutto tanta tanta ospitalità. Gratis. Senza bandiere, senza religioni, dove chiese e moschee sono le une accanto alle altre. Dove un sorriso è veramente un sorriso, e la generosità verso gli stranieri è quasi imbarazzante, quasi quanto la curiosità. L'autista del minivan che ci ha portato al castello, dopo essersi appurato che venivamo da Beirut, ci ha raccontato che ci ha lavorato. Ci torneresti?, gli chiediamo. "Nemmeno per un milione di dollari".
Me lo chiedo mentre stasera Nasrallah parla, e insulta Israele e altri vari ed evenutali. E domani qualcuno risponderà a qualcun altro. Bentornata in Libano, con vista palazzi e smog.
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