E così, un lunedì sera di quelli che sei buttata sul divano, troppo caldo per allenarsi, troppo caldo per uscire, per cucinare (manca il gas!), per mangiare, di quelli che è solo lunedì sera e il tuo cervello è fritto dalle mille email e dalle mille cose da fare e la settimana che entra ti terrorizza, guardo che è un mese che non scrivo sul blog. Ohibò.
E che è successo? Che mi sembra tutto normale? Scontato? Che non ho più nulla da raccontare a 3 mesi dalla (presunta) fine, nonostante abbia un programma da tour-de-force di tutto rispetto?
E allora ecco qui, che racconto il mio ultimo mese di vita.
Punto primo, abbiamo archiviato i mondiali. Alè OO. Alla prima partita del Brasile, un mese fa, sembrava avessero vinto la coppa. Motorini parcheggiati in mezzo alla strada “per festeggiare”, bandiere, botti e spari. fino alle 3 di notte. Uscito il Brasile, si è passati alla Germania. Che sterminò gli ebrei, ma qui israeliani ed ebrei sono la stessa cosa, quando invadono e bombardano. E quindi tifano Germania anche gli armeni, dal cui genocidio Hitler prese ispirazione. Curiosa la storia..
Spedalata pure la Germania , si sono scoperti tutti tifosi della Spagna. Che lungimiranza! Bandiere, accendini, magliette, di tutto di più per non perdere il fischio di inizio (ieri sera tutti i bar di Beirut erano stra-pieni, con un charge minimo di 10 dollari), e saltare in tempo in tempo sul carro del vincitore. Succede, quando non tanto non hai una nazionale al mondiale, ma non hai proprio una nazione, e il Brasile tiene unito il Libano molto più del governo del giovane Hariri.
Poi, il campeggio. Ah, il campeggio. Si parcheggia davanti alla tenda, o al bungalow (tetto in legno, perfetto per l’inverno austriaco, un po’ meno per l’estate libanese, a meno che non vuoi fare la sauna svedese), si tiene il suv acceso con la musica a palla. In alternativa, la musica araba dal telefonino, o dall’ipod che, nel silenzio della natura è peggio di un bombardamento. I campeggi sono gli unici posti dove i ragazzi possono riunirsi e dormire fuori e “vivere la loro adolescenza", questo ci commuove e ci fa dormire meglio? No, mi dispiace. La mattina è una passeggiata tra le bottiglie di vodka e di Almaza, i pezzi di pollo avanzati dal barbecue notturno, una meraviglia della natura. Ma perché, mi chiedo, perché non esiste nessuna cultura nessuna del bene comune? Dell’esistenza dell’altro? Del fatto che puoi fare qualcosa per la comunità senza rimetterci, senza paura che ti freghino gli altri per primi? Ma dico io cosa ti costa buttarle nel secchio, spegnere la macchina o smettere di sentire musica alle 5 di mattina? È che non è cool? Basta questa spiegazione?
Sarà per questo che non ho scritto, perché dopo 6 mesi, anzi dopo 3 anni, che sono qui sono incavolata con loro. Che, come dice la Tere, in un mondo spietato, mi sono scoperta spietata e incazzata anche io. Con i Libanesi che ti investono con la macchina per arrivare primi, parcheggiare primi, passare primi. Che ti suonano col clacson, sempre e comunque, ancora prima che attraversi. Che sfilano ai supermercati con le loro schiave asiatiche e ti spintonano per prendere il pomodoro più rosso. Che ti devono sempre e comunque fottere sul taxi, quando non ti mettono le mani addosso. Che sono sempre in malafede, perché hanno paura che qualcuno arrivi prima di loro e gli rubi i cinque minuti di gloria, e allora mille ombrelloni a mezzo metro dal mare così nessuno mi passa davanti, mille eco-mostri di cemento costruite sulla roccia così nessuno mi costruisce davanti, e così via. Ora sono gelosi degli europei che gli portano via le donne (o gli uomini), domani dei sauditi che hanno la precendenza al valet parking, e via dicendo.
Ma perché sono così incazzati e rancorosi da non vedere gli altri, da non vedere quello che c’è oltre al loro singolo io? È il prodotto della guerra? O forse la guerra, la guerra civile, quella di cui non si parla, perché ora la guerra è quella di Israele, come se 33 giorni possano sostituire 15 anni nella memoria collettiva, ed evidentemente è così, insomma dicevo evidentemente la guerra è nata su questi meccanismi che già c’erano, dato che lo stato libanese non è mai esistito, e li ha perpetuati, sviluppando un senso di sopravvivenza da “homo homini lupus”, come dice Thomas Friedman nel suo fantastico “From Beirut to Jerusalem”. Paradosso dei tempi: durante la guerra un ebreo poteva vivere a Beirut, ora lo appenderebbero e spellerebbero come hanno fatto con il violentatore siriano qualche mese fa.
E a che servono i Laique Pride, le sfilate, le campagne contro lo sfruttamento del lavoro domestico, quando poi, finita la marcetta (scendo solo se c’è abbastanza gente, “mi si nota più se vengo o se non vengo”) si torna tutti alla nostra vita raffreddata dal condizionatore non sia mai sudassimo e chissenefrega se salta la corrente?
C’è voglia di vendetta, di rivolta, di attaccare brighe. O semplicemente di mettere l’ultima parola e piantare la bandierina, del vincitore. E io l’ho messa per prima miei cari.
Allarme Libano. Si respira una brutta aria qui a Beirut, brutta, polverosa e inquinata.

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