venerdì 24 giugno 2011

Natale a Naqoura


“Ma fi samak”, non c’è pesce, mi dice allargando le braccia il Raìs, il capo della cooperativa (organizzazione a scopo di lucro, secondo la legge libanese, quando c’è il lucro..) dei pescatori del ridente paesello con vista sul Paese Che Non Si Deve Nominare (ma ci osserva dai radar, dalle navi ormeggiate al largo e Dio/Allah sa solo con cosa altro).

Che pesce ce ne sia poco in giro me n’ero accorta, anche con la mia lunga esperienza in Pescologia Applicata II, sbirciando nei frigoriferi, messi per orizzontale, del lurido mercato. Due cernie tristi, forse pure vecchiotte, morte invano. Il pescato “piccolo”, boghe (“ghobbos”), Sultan Ibrahim, saraghi (“sargus”) e cefali (“buri”), va via subito, forse già ordinato da qualche famiglia, da qualche ristorante o qualche base ONU. Ogni tanto arriva un cesto di granchi blu, che si muovono ancora e a me fanno UN SACCO impressione, e una nassa di una specie di aragoste, loro le chiamano “langouste” ma il biologo all’epoca mi spiegò che non erano proprio aragoste. Per il motivo di cui sopra, non ho indagato e mi tengo alla larga.

Il pesce a Naqoura viene pescato un po’ alla comevieneviene, cioè il pescatore infila pinne, fucile ed occhiali, abbocca al narghile’, il tubo di aria pompato dalla barca e scende “ a 30-35 metri”, distanza relativissima dato che non dispone di profondimetri ma va a occhio, a caccia della cernia. A tirare la bombetta. A raccogliere il pesce morto con la bombetta, in stile Qualunquemente. Ogni tanto, ma proooooprio ogni tanto, cala la rete. Pero’ poi devi aspettare, si rompe la rete, il pesce e’ piccolo.. chiaro che con la bomba si fa prima. 
Anni di rovina e incuria ambientale, di pesca di pesci sotto taglia, di bombardamenti di sopra e di sotto – quelli della guerra e quelli dei pescatori che, se non hanno le reti, pescano con quello che trovano, e cosa c’è in abbondanza nel Sud del Libano? Bravi. Le bombe. Magari pure israeliane. 
Insomma, tant’è che di pesce ce n’è poco ormai: o è morto, o è scappato!
E meno male che Naqoura è l’area più “protetta”, 20 anni di occupazione israeliana, poi l’accoppiata Unifil + Hezbollah, diciamo che la gita a Naqoura al mare non te la vai a fare, che ti senti un po’ osservato,  e meno sfruttata del resto della costa. Beh, di certo a Beirut il pesce fresco, quello che abbocca in prossimità dello scarico delle fogne urbane vicino Al Manara, non te lo mangi. E a Batroun, dove domenica scorsa sono “ammarate” 6 mucche, morte, in spiaggia, forse nemmeno lì. Diventi vegano in un attimo in Libano.

Grandi sforzi sono profusi ogni giorno per far capire che se non puoi pescare di più, forse puoi pescare “meglio”, cioè senza rischiare la vita e farti esplodere polmoni per immersioni fatte male, o dita per bombe esplose prima del tempo, senza rischiare la gastroenterite, altro che l’alemanno cetriolo killer per una cernia lasciata al sole per ore. E anche senza ridurre il fondale ad un canyon dopo le guerre puniche. La convinzione che “in Italia i pescatori ricevono un sacco di sussidi”, “da noi non c’e’ niente”, “abbiamo iniziato a pescare prima che nascessi” è dura da rompere. Ma basta trovare il giusto “veicolo”, cioè dei baldi ragazzi subbbaccquei che parlano il gergo dei pescatori, una bella biologa del Sud che ti sbrodola tutti i termini scientifici che ti dimostrano che le tue convinzioni non reggono sempre, una maestra di scuola che li inchioda alla sedia come dei ragazzini, guai se provate a falsificare una firma di presenza, e allora anche le giornate di formazione prendono una piega di allegria, a patto naturalmente che sia garantita la pausa caffè e sigaretta. Molte sigarette.
E poi tutti in barca, a provare il salvataggio dell’uomo in mare, occasione per fare un tuffo (beati loro!), o ad incellophanare la cernia e metterla nel contenitore frigo e a tentare una etichettatura artigianale sulla carta velina, che in acqua non scolora. Ethical fishing versione Naqoura.

L’autista che mi viene a prendere a Beirut, alle 7 di mattina, è cicciottone, baffuto e simpatico. Al mignolo ha l’unghia lunga di chi “non fa lavori manuali”, e quindi può scavarsi nelle orecchie mentre guida, meno male che è dall’altro lato. Davanti ai cartelloni di Hariri, a Saida, mi dice che era un uomo “very good”, e sul nuovo governo non si espone. Per non smentire la sua panza, sia all’andata che al ritorno si ferma ad un “drive through” libanese, cioè un baracchino che vende caffè espresso, tè e biscotti e patatine sull’autostrada, e prende sempre caffè e sigarette per lui e tè con “sikkar wasat”, zucchero medio, per me. A volte poi mi offre un croissant al cioccolato, o, come quando mio papà mi chiamò per dirmi della nonna, un manouch al formaggio per farmi passare la malinconia (e farmi venire la panza anche a me).
Al ritorno, per farmi sentire “a casa”, passa dal negozio di taxi e prende da un collega un cd di musica rigorosamente “ajnabye”, straniera. Lo mette su, la prima canzone è “Last Christmas” di George Michael, e mentre fuori fanno 40 gradi e il sole tramonta, noi riprendiamo l’autostrada per Beirut.

lunedì 2 maggio 2011

il Nobel per la Guerra


 L’uomo che oggi esulta e si vanta di aver ordinato l’uccisione di Bin Laden è lo stesso che due anni fa ricevette il primo Premio Nobel per la Pace preventivo della storia, preventivo come la sua guerra. Era un segnale (a lui) grosso come una casa, ma evidentemente non l’ha seguito. E oggi un Premio Nobel per la pace annuncia fiero di aver risposto violenza a violenza. Meritatissimo, non c'è che dire.

Bene, e ora che l’avete preso e ammazzato (“senza uccisione di civili”, recita il retorico articolo di Repubblica, e la donna chi era? Un fantasma? Ma quand’è che diremo basta a questo uso sconfinato di frasi fatte da pseudo giornalismo di guerra in hotel a 5 stelle che ci illudono che vada tutto bene e le guerre siano tutte buone), cosa avete risolto? Cosa abbiamo risolto?
Scientificamente e strategicamente parlando, un bel niente. La “qaedizzazione” del terrorismo, il cosiddetto “terrorismo in franchising”, non si fermerà oggi, come non si era fermato nel momento in cui Bin Laden aveva iniziato a nascondersi, perché la rete non si rompe se manca un nodo (essendo, appunto, una rete), ma, al contrario, ora abbiamo un bel martire a cui tutti si ispireranno per vendicare, o semplicemente dare sfogo alla propria stupidità.

Era troppo difficile, complicato da pensare e realizzare, agire secondo le norme dello stato di diritto – quello che con tanta ansia cerchiamo di instaurare nei paesi degli altri – senza esultare per un blitz e legittimare ancora una volta che solo la violenza e la morte vincono sulla violenza e sulla morte? Arrestare, imputare, processare e condannare, ce lo siamo dimenticato? Evidentemente sì, come già a Guantanamo avevamo dato modo di dimostrare.

Bene, se giustizia è fatta, allora non c’è più ragione di tenere in piedi i finti teatri di “giustizia”, veri teatri di morte e punizione collettiva, quali l’Afghanistan, l’Iraq, Guantanamo, e tutti gli orrori che abbiamo messo in piedi per vendicare i morti delle due torri, giustificandoci che fossero necessari, chiudendo mille occhi sulla nostra coscienza. Bene, ora possiamo andare a raccontare a tutte le donne, i bambini, gli uomini sopravvissuti che i loro morti sono stati necessari, che le turbe psichiche che avranno per il resto della loro vita, i tumori in seguito all'esposizione  alle armi chimiche, gli arti amputati, che tutto questo aveva un senso. 
America (e noi tutti) thanks you guys for your support. 

Esultare per la morte di Bin Laden non è umano, caro Mr. President., è non è certo una vittoria politica. È stupido, arrogante, ipocrita, politicamente inutile, è un invito alla continuazione della violenza e del terrorismo (il nostro e il loro), e tatticamente controproducente. E le migliaia morti in Iraq chi li vendicherà? E i prigionieri di Guantanamo, da 7 anni in “detenzione amministrativa”? E i morti dell’Afghanistan?
Riapriamo gli occhi, prima che sia troppo tardi, accendiamo i cervelli, ricordiamoci chi siamo. Restiamo umani.

sabato 30 aprile 2011

Verso la Libertà



Niente più hammam, né giri per il souq profumato, colorato e chiassoso di Damasco. Almeno per un po’. Per un bel po’.

Che la crisi siriana abbia delle enormi influenze sul Libano è ormai evidente. E poi ora l’ha detto anche Mr. Robert Fisk, quindi lo possiamo pensare tutti senza rischiare di passare per allarmisti, catastrofisti, vittimisti. Il primo effetto è quello di farci sentire tutti insicuri, in attesa di qualcosa, anche se sei anni senza Siria in casa ormai hanno consolidato una qualità di vita che i libanesi non sono più disposti a cedere.

Le frontiere con la Giordania sono state chiuse, per evitare il deflusso di profughi/oppositori. Con il Libano non ancora, perché? Perché per entrare in Libano i Siriani non subiscono controlli (ma i libanesi che entrano in Siria sì), essendo il Libano considerato dallo stato siriano una specie di provincia. E perché in Libano la Siria ha ancora molti uomini di intelligence in posizioni dirigenziali chiave, anche se i soldatini in divisa con lo stemma ad aquila non ci sono più dal 2005. Inoltre, pur invischiato nei suoi enormi problemi di legittimità interna, Bashar ha fatto sapere ieri che si augura una pronta formazione del governo libanese, che è caduto ben quattro mesi fa per mano dell’opposizione Hezbollah/Amal/Aoun (ora maggioranza) sostenuta proprio dal duo Bashar/Ahmadinejjad. Insomma, datemi man forte voi, sembra voglia dire, tanto chi si rifugia da voi posso venire a cercarlo facilmente. La mia pirsonalissima idea è che Bashar cercherà di usare il Libano come cuscinetto, per costruirsi il consenso che da lui sta perdendo. Di certo ora molta forza per influire sulla formazione del governo libanese non ne ha.
Molti sono infatti convinti che invece il governo libanese non vedrà luce prima che siano risolti i conflitti in Siria.
Bashar, meno ridicolo e più saggio di Gheddafi, non mollerà facilmente, d’altronde suo padre non esitò nel 1982 a sterminare 20.000 oppositori del partito Baath a Hama (“Hama rules”, la violenza feroce sopra ogni cosa, descrive Thomas Friedman) in una notte, ed il figlio non si sta dimostrando meno leggero. E le cancellerie occidentali, nonostante le ovvie condanne alle “violazioni dei diritti umani” (che quasi ti dimentichi che voglia dire “uccisione di persone”), preferiscono un dittatore laico, che tenga i piedi in varie scarpe, inclusa quella israeliana, che lasciare un paese enorme e culturalmente ed economicamente povero in mano all’anarchia che normalmente succede ad un cambio di potere. Nessuno è pronto a mandare un missile che potrebbe rivelarsi una vera bomba atomica mediorientale.

Se Bashar terrà, il nuovo governo libanese avrà chiara influenza siriana. Se non terrà, sarà l’Iran, l’altro grande supporter di Hezbollah, ad avere via libera sull’influenza suo nuovo governo. Insomma, in entrambi i casi non c’è da gioire, anche se “l’altra metà del Libano” non starà a guardare, come non lo è stata nel 2005. Vero è che alcuni segnali di un irrigidimento “culturale” si possono notare già: a Nabatiyeh, la principale città sciita del Libano, quella in cui ogni novembre si tiene, unico luogo in Libano, la festa dell’Ashura, cioè l’auto flagellazione  collettiva (vera!) per commemorare l’assassinio dell’Imam Hussein a Kerbala, prontamente adottata da Hezbollah come evento mediatico per propagandare la resistenza libanese, dalla settimana scorsa è proibita la vendita di alcolici. Ristoranti, drogherie, non solo sono costrette a disfarsi delle rimanenze, ma rischiano multe, chiusure e soprattutto la vergogna collettiva, l’etichettatura di “haram”, peccato. E’ il primo caso in Libano.

Il popolo libanese, quello della non politica, quello delle manifestazioni, quello di Twitter e Facebook, sta con i siriani, ma non in pubblico. Tutti abbiamo amici che rischiano la vita, i cui familiari sono stati minacciati di morte. N, ballerina alta e mora, mi dice che è pronta a sposare chiunque, se servisse ad aiutare a farli emigrare in un paese lontano dai mokhabarat siriani. Ce li dovremmo sposare tutti anche noi, se non ci fosse la Bossi-Fini ad impedircelo. Un’altra ragazza mi dice che nessun popolo può e deve vivere nell’oppressione. Seguiamo, pur con i problemi delle nostre connessioni internet fenicie, i gruppi dei diritti umani siriani, della liberazione del giornalista franco-algerino Khaled, una star qui, mentre gli uomini fedeli al regime organizzano sul suolo libanese manifestazioni anti-rivoluzione, specialmente nel nord tripolino-alawita. Meglio con gli arabi che con gli occidentali, è questo per molti il ragionamento che è scaturito dopo questi 10 anni di scontro di civiltà montato a tavolino, e dopo 60 di guerra con il vicino innominabile di sotto. Abbiamo seminato, e ora raccogliamo.
Certo è che non sarà breve. Certo è che se alla fine, inchallah, Bashar cederà, ad un prezzo umano altissimo, il signor Ahmadinejjad deve iniziare a tremare.
Ma è troppo bello per essere vero, un mondo senza dittature. E magari anche senza confessioni, vero cari miei amici libanesi?

giovedì 24 marzo 2011

venerdì 18 marzo 2011

La Perfetta Giovane Consulente Internazionale


 1.      Si allena quotidianamente su: Sorriso Asciutto Professionale Anche Se è Tutto Un Disastro (Ma Tanto Sono Solo Una Consulente), Guerra di Biglietti da Visita, Coordinamento dell’Incoordinabile.
2.     Si pettina i capelli tutte le mattine, è elegante ma pratica. Mica come le stagiste che si tirano per strappare un contratto e poi si inceppano col tacco nei perenni lavori in corso di Beirut.
3.     Non ha un punto di lavoro fisso né una quotidianità stabile, ma corre tutto il giorno di qua e di là. Per questo nello zaino ha tutto: laptop, spazzolino da denti, schiscetta con pranzo vegetale, vestiti per yoga, capoeira, compiti di arabo, l’intera bibliografia dei progetti che segue.
4.     Per sfuggire alle connessioni tremende, si piazza da Donkin Donuts o Colombiano Cafè. Starbucsk no, perché te la fa pagare.
5.    Alle riunioni minsteriali si siede insieme ai consulenti internazionali, anche se loro prendono in due giorni quello che lei prende in un mese per riscrivere i loro documenti.

martedì 15 marzo 2011

Scendo alla Prossima, Shukran!


Un’altra cosa che si impara bene a fare a Beirut è saltare da/su un autobus in corsa. Ebbene sì, nella terra senza legge dei tassisti criminali, dove non ci sono né treni né autolinee, ci sono gli autobus. Ma non esaltiamoci.

Innanzitutto ci sono due tipi di autobus: quelli “statali” (o comunali?), bianchi e rossi, con il bigliettometro all’ingresso, di quelli che sembrano proprio il biglietto della fiera, escono dal rullo di metallo dopo che hai abbassato la levetta. E il biglietto, correttamente e incredibilmente, dice “1000 lire”, il giorno, l’ora e la linea. Su questi autobus sale spesso il controllore, per cui bisogna ricordarsi di non scambiare il biglietto per la carta del chewing gum.
E poi ci sono gli autobus pirati, ovvero tutti bianchi, senza biglietto: si paga alla fine mentre scendi saltando sopra le altre macchine al volo, sempre 1000 lire. Sono pirati nel senso che fanno la stessa linea (c’è lo stesso numero sul cartello di carta appeso al parabrezza, con la lista delle aree “servite”), ma non concorrenza. O passa uno, o l’altro. A volte se uno è particolarmente vuoto, fa salire i suoi passeggeri sull’altro, non sia mai si lavorasse troppo!

Il mio autobus preferito, e l’unico che conosco, è il 2. Ci posso andare a Capoeira, ad Arabo, a fare la spesa, a Dora (si legge Daura, non so perché) per prendere i pulmini per il mare ecc. Certo, sempre che passi. E per andare a Hamra si passa per Basta di Sotto (sì, c’è anche Basta di Sopra), un quartiere talmente musulmano e sgangherato che non sai se ti trovi a Istanbul o in Siria o invece no, è proprio quella la vera Beirut!

Oggi, vado al capolinea di Hamra, cioè un pezzo di marciapiede, e chiedo quando parte. Il tizio mi fa “tra 5 minuti”, ah, gli rispondo, “five lebanese minutes”, e gli faccio capire sorridendo che allora passerà un sacco di tempo! “no”, ride, “five libian minutes”, e ride tantissimo. Mi dà una pacca sul braccio e mi fa cenno di salire. Inaspettatamente parte quasi subito! L’autista, dal parrucchino color nocciola che gli sta come un ciuffo di crauti sul wurstel, però, decide che oggi invece di arrivare fino ad Antelias, come da “cartello”, si fermerà a Dora, quindi chiede a tutti dove scendiamo. Forse lo può fare perché è “pirata”, in ogni caso io scendo, cioè salto, ben prima!
E così inizia il viaggio, per le viette di Basta, per l’incrocio di Sodeco, c’è chi sale (allora dove vai? Ad Antelias? No, ad Antelias no, io vado fino a Daura), e chi scende, vecchiette dal salto poderoso, uomini baffuti, perché si sa sull’autobus la signora sciccosa non ci sale, che gli si sloga la caviglia e gli si sciupa l’acconciatura. Sarà per questo che mi piace, passano (abbastanza) spesso, nessun tassista ti deve raccontare la storia della sua vita, o conoscere la tua, o fregarti sul prezzo. Gente semplice, come gli studenti o le signore un tempo bellissime ora dimesse con due dita di capelli bianchi prima della tinta, la calza beige e il cappotto ormai pieno di pelucchi, posti semplici, con i polli arrosto fuori, e i negozietti confusionari aperti fino a notte, la rilassatezza nel traffico, perché tanto, le strade sono quelle, e puoi avere il suv o il taxi dell’anteguerra, o l’autobus, ma sempre bloccato nel traffico rimani. Ah, finalmente tutti uguali.

Dimenticavo, le fermate non ci sono. Esistono dei punti di “raccolta”, ma in realtà in qualunque punto del tragitto ti trovi, puoi scendere e salire. Sarà per questo che ci mettono il quadruplo del tempo, è una fermata continua. Ma per non perdere tempo non è che proprio si fermi, ed ecco che allora devi saltare, stando attenta che non passino altre macchine/i motorini suicidi delle deliveries (vedere alla voce Shankaboot)/che non ci sia il pozzangherone dimensioni lago Maggiore/che non ci sia la vecchietta che attende di salire.
Quando si approssima a Place Sassine, la mia “fermata”, faccio un cenno: mi alzo dal sedile, e chiedo gentilmente “amoul marouf” (per favore), lui rallenta: quello è il segnale, è ora di lanciarsi!
 
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