Per andare nel Profondo Sud del Libano, intendo il Sud vero, mica Tiro e Sidone (..dilettanti!), c’è bisogno di un permesso. Perché è zona militare. Perché scendi sotto la Blue Line , la linea del fiume Litani, quella dove fino al 2000 era schierato l’esercito Israeliano, con il loro comando libanese, l'Esercito del Libano del Sud, gli “ammutinati”, e che dal 2000 in poi – tra una settimana si festeggia il decennale della “liberazione”, occhio ai fuochi d’artificio – è ufficialmente Hezbolland/Amaland.
Sul permesso, come sempre in questi luoghi, ci sono varie leggende. Devi avere un amico libanese. Devi avere un foglio dell’ambasciata. Devi solo andare lì con le fototessera. Devi farlo a Sidone, ma prima devi avere un foglio da Beirut. Forse è chiuso di sabato. Ok, telefono alla General Security, una specie di dipartimento degli Interni, spettro di ogni expat in Libano, con potere di vita e di morte sui loro permessi di soggiorno, che mi dà il numero dell’esercito, dopo avermi fatto il normale terzo grado. Ah, ma io ho il mio permesso di soggiorno blu “Expert auprès de l’Ambassade d’Italie” (ironia, 3 anni dopo), se mi rapiscono stavolta Frattini non può dire una ceppa. Chiamo l’esercito, che mi dice che devo avere il nulla osta dell’Ambasciata. Poi, mi danno direttamente il numero del mokhabarat (cioè i servizi segreti) di Sidone.
Telefonare ai Servizi Segreti per avere informazioni “non ha prezzo”. Tant’è che alla parola “informazioni” mi sento ripondere “thank you thank you” e attaccano.
Ok, mi scrivo una sorta di autocertificazione, per fortuna la mia ong lavora nel “profondo Sud”, preparo due fototessere orride, e via. Ah, e l’amico libanese, quello sì, che è l’unica cosa che conta.
Arrivo all’ufficio dei Servizi Segreti di Sidone, fuori un caldo che ti prosciuga. Un container dietro una sbarra, in una specie di comprensorio con alberelli e vialetti. Caruccio. Dentro, aria condizionata, il classico omone panzuto e il classico smilzo. Good cop, bad cop, ma entrambi hanno la faccia da simpaticoni. E, infatti, come mi aspettavo, tutto finisce in caciara. Il mio “contatto” libanese era stato lì pochi giorni prima, per avere a sua volta un permesso. Si riconoscono con lo smilzo. Baci e abbracci (si erano visti ben 5 minuti), i soliti 20 minuti di salamelecchi, due chiacchiere formali (cosa fa la tua ong, di dove sei), dopodiché lo smilzo mi offre un Lion King Size e mi scarabocchia due sgorbi su un post-it. Il mio permesso per il Sud. Ah, il Libano.
Mi fermo da un vecchietto in mezzo alla strada a comprare janarik (prugne tonde piccole e verdi), pesche ed albicocche, piccole anche quelle. Mi offre un caffè che è tutto cardamomo, butto giù tutto insieme, è la mia benedizione verso il Sud. Yalla. Sono pronta.
Rimontiamo in macchina e ci addentriamo per le colline dell’hinterland. Sembrano le colline senesi, campi coltivati, colli tondi e morbidi, e per la prima volta in questo paese non vedo cementificazione selvaggia, come sul Monte Libano, o monnezzai a cielo aperto, come nella Bekaa. Le case sono tutte nuove, segno di una potente.& recente iniezione di cash (Saudita? Kuwaitiano? Iraniano? tutte cose) post-2006. Il sole splende e brucia e io sono contenta come una Pasquetta. La strada sale e scende, si attraversano paesini fantasmi, bianchi e puliti. Oh, sarà che sono una Sud-addicted ma mi sento proprio a casa. Sembra la Sardegna , no, la Sicilia , no, la Maremma , no, la Palestina.
Arriviamo alla sbarra bianca e rossa n. mille, nel bel mezzo del nulla della campagna, e sfodero orgogliosa il mio post-it. Ci fanno scendere dalla macchina, mostro il mio passaporto fresco di MAE, il permessino blu CoopIt, il post-it e rispondo alle domande di rito. O meglio, risponde la mia guida, mentre io faccio la turista gnorri capitata per caso proprio laggiù (ma capisco tutto!! 4 mesi di corso sono serviti a qualcosa!!). Sì siamo amici, no, non è mia moglie (la sua è a Beirut), io faccio il fotografo, lei lavora per l’Ambasciata Italiana (e ora ho le prove), andiamo a Khiam. A fare che?? A vederla. Sorrisone, pacca sulla spalla, e via. Khiam ci aspetta.
Al-Khiam, la vecchia prigione dove l’esercito israeliano, e l’esercito di Liberazione del Sud, torturavano i libanesi durante l’occupazione 1982-2000, sorge sul cucuzzolo di una collina da cui si domina una vista mozzafiato su Siria, Libano ed Israele. A pochi km c’è il confine con lo-stato-innominabile e ben si vede il rosso dei tetti dell’insediamento colono più vicino. Fa paura per quanto è uguale a tutti gli altri che ho visto quando ero “al di là del muro”.
Nel 2000, con il ritiro israeliano e la fuga dei soldati libanesi ammutinati del generale Haddad, i detenuti sono stati liberati, e Hezbollah ne ha fatto un museo di guerra, “per non dimenticare”, aperto al pubblico, con tanto di negozio di souvenir per comprare la bandiera gialla e verde. Ma nel dubbio che fosse anche un arsenale di armi, nel 2006 Israele ha bombardato tutto, tra cui una postazione dell'ONU, e quello che rimane ora è un mucchio enorme di macerie, qualche carro armato, celle distrutte. Un cimitero di guerra a cielo aperto. Forse era il suo destino.
Per arrivare alla prigione si sale attraverso il paese, bianco e polveroso, animato solo da signori seri e cupi e donne velate che ci scrutano come alieni mentre chiediamo informazioni. Al parcheggio, due ragazzi con radiolina ricetrasmittente. Le civette di Hezbollah. Forse c’è un convegno politico, perché c’è un via vai di gente, uomini vestiti bene, che si avvicendano. Le elezioni sono la settimana prossima.
Sul cucuzzolo, passato l’arco di ingresso, qualche carro armato accartocciato ma ben allineati gli uni con gli altri, bandiere gialle e bandiere con il cedro che sventolano orgogliose, pezzi di missili, foto che documentano la “liberazione” e la prigione prima e dopo il bombardamento. Saltando da un pezzo di cemento all’altro si possono vedere le celle. Scritte sui muri “a morte Israele”, nomi di chi è passato qui, letti sfondati, qualche piatto, lavandini distrutti, una spugna, una ciabatta di plastica. Un cespuglio di rose, bianche e profumate, è riuscito a crescere. Minicelle di un metro quadro che qualcosa ci dice che sono le celle di isolamento. L’orrore è passato di qui. Sono quasi contenta che non esista più. Che già così è abbastanza da nodo allo stomaco. Meno male che c'è il vento, unico rumore della valle, ad asciugare il sudore ed a portare sollievo.
Poco più tardi, mentre mi dirigo verso i castelli crociati, che il mio tour del Libano continua, passo con la macchina quasi sotto l’insediamento israeliano, che la strada costeggia il confine per qualche km, giusto il tempo di scambiarsi insulti reciproci (vengo istruita sulle parolacce apposite da lanciare, che quelle al corso di arabo mica le impari).
Bab Fatmeh, la Porta di Fatima. La porta verso il nemico, verso l’altro mondo. Verso la Storia. Verso il Presente.




