martedì 18 maggio 2010

Profondo Sud


Per andare nel Profondo Sud del Libano, intendo il Sud vero, mica Tiro e Sidone (..dilettanti!), c’è bisogno di un permesso. Perché è zona militare. Perché scendi sotto la Blue Line, la linea del fiume Litani, quella dove fino al 2000 era schierato l’esercito Israeliano, con il loro comando libanese, l'Esercito del Libano del Sud, gli “ammutinati”, e che dal 2000 in poi – tra una settimana si festeggia il decennale della “liberazione”, occhio ai fuochi d’artificio – è ufficialmente Hezbolland/Amaland.

Sul permesso, come sempre in questi luoghi, ci sono varie leggende. Devi avere un amico libanese. Devi avere un foglio dell’ambasciata. Devi solo andare lì con le fototessera. Devi farlo a Sidone, ma prima devi avere un foglio da Beirut. Forse è chiuso di sabato. Ok, telefono alla General Security, una specie di dipartimento degli Interni, spettro di ogni expat in Libano, con potere di vita e di morte sui loro permessi di soggiorno, che mi dà il numero dell’esercito, dopo avermi fatto il normale terzo grado. Ah, ma io ho il mio permesso di soggiorno blu “Expert auprès de l’Ambassade d’Italie” (ironia, 3 anni dopo), se mi rapiscono stavolta Frattini non può dire una ceppa. Chiamo l’esercito, che mi dice che devo avere il nulla osta dell’Ambasciata. Poi, mi danno direttamente il numero del mokhabarat (cioè i servizi segreti) di Sidone.
Telefonare ai Servizi Segreti per avere informazioni “non ha prezzo”. Tant’è che alla parola “informazioni” mi sento ripondere “thank you thank you” e attaccano.
Ok, mi scrivo una sorta di autocertificazione, per fortuna la mia ong lavora nel “profondo Sud”, preparo due fototessere orride, e via. Ah, e l’amico libanese, quello sì, che è l’unica cosa che conta.

Arrivo all’ufficio dei Servizi Segreti di Sidone, fuori un caldo che ti prosciuga. Un container dietro una sbarra, in una specie di comprensorio con alberelli e vialetti. Caruccio. Dentro, aria condizionata, il classico omone panzuto e il classico smilzo. Good cop, bad cop, ma entrambi hanno la faccia da simpaticoni. E, infatti, come mi aspettavo, tutto finisce in caciara. Il mio “contatto” libanese era stato lì pochi giorni prima, per avere a sua volta un permesso. Si riconoscono con lo smilzo. Baci e abbracci (si erano visti ben 5 minuti), i soliti 20 minuti di salamelecchi, due chiacchiere formali (cosa fa la tua ong, di dove sei), dopodiché lo smilzo mi offre un Lion King Size e mi scarabocchia due sgorbi su un post-it. Il mio permesso per il Sud. Ah, il Libano.
Mi fermo da un vecchietto in mezzo alla strada a comprare janarik (prugne tonde piccole e verdi), pesche ed albicocche, piccole anche quelle. Mi offre un caffè che è tutto cardamomo, butto giù tutto insieme, è la mia benedizione verso il Sud. Yalla. Sono pronta.

Rimontiamo in macchina e ci addentriamo per le colline dell’hinterland. Sembrano le colline senesi, campi coltivati, colli tondi e morbidi, e per la prima volta in questo paese non vedo cementificazione selvaggia, come sul Monte Libano, o monnezzai a cielo aperto, come nella Bekaa. Le case sono tutte nuove, segno di una potente.& recente iniezione di cash (Saudita? Kuwaitiano? Iraniano? tutte cose) post-2006. Il sole splende e brucia e io sono contenta come una Pasquetta. La strada sale e scende, si attraversano paesini fantasmi, bianchi e puliti. Oh, sarà che sono una Sud-addicted ma mi sento proprio a casa. Sembra la Sardegna, no, la Sicilia, no, la Maremma, no, la Palestina.

Arriviamo alla sbarra bianca e rossa n. mille, nel bel mezzo del nulla della campagna, e sfodero orgogliosa il mio post-it. Ci fanno scendere dalla macchina, mostro il mio passaporto fresco di MAE, il permessino blu CoopIt, il post-it e rispondo alle domande di rito. O meglio, risponde la mia guida, mentre io faccio la turista gnorri capitata per caso proprio laggiù (ma capisco tutto!! 4 mesi di corso sono serviti a qualcosa!!). Sì siamo amici, no, non è mia moglie (la sua è a Beirut), io faccio il fotografo, lei lavora per l’Ambasciata Italiana (e ora ho le prove), andiamo a Khiam. A fare che?? A vederla. Sorrisone, pacca sulla spalla, e via. Khiam ci aspetta.

Al-Khiam, la vecchia prigione dove l’esercito israeliano, e l’esercito di Liberazione del Sud, torturavano i libanesi durante l’occupazione 1982-2000, sorge sul cucuzzolo di una collina da cui si domina una vista mozzafiato su Siria, Libano ed Israele. A pochi km c’è il confine con lo-stato-innominabile e ben si vede il rosso dei tetti dell’insediamento colono più vicino. Fa paura per quanto è uguale a tutti gli altri che ho visto quando ero “al di là del muro”.
Nel 2000, con il ritiro israeliano e la fuga dei soldati libanesi ammutinati del generale Haddad, i detenuti sono stati liberati, e Hezbollah ne ha fatto un museo di guerra, “per non dimenticare”, aperto al pubblico, con tanto di negozio di souvenir per comprare la bandiera gialla e verde. Ma nel dubbio che fosse anche un arsenale di armi, nel 2006 Israele ha bombardato tutto, tra cui una postazione dell'ONU, e quello che rimane ora è un mucchio enorme di macerie, qualche carro armato, celle distrutte. Un cimitero di guerra a cielo aperto. Forse era il suo destino.

Per arrivare alla prigione si sale attraverso il paese, bianco e polveroso, animato solo da signori seri e cupi e donne velate che ci scrutano come alieni mentre chiediamo informazioni. Al parcheggio, due ragazzi con radiolina ricetrasmittente. Le civette di Hezbollah. Forse c’è un convegno politico, perché c’è un via vai di gente, uomini vestiti bene, che si avvicendano. Le elezioni sono la settimana prossima.

Sul cucuzzolo, passato l’arco di ingresso, qualche carro armato accartocciato ma ben allineati gli uni con gli altri, bandiere gialle e bandiere con il cedro che sventolano orgogliose, pezzi di missili, foto che documentano la “liberazione” e la prigione prima e dopo il bombardamento. Saltando da un pezzo di cemento all’altro si possono vedere le celle. Scritte sui muri “a morte Israele”, nomi di chi è passato qui, letti sfondati, qualche piatto, lavandini distrutti, una spugna, una ciabatta di plastica. Un cespuglio di rose, bianche e profumate, è riuscito a crescere. Minicelle di un metro quadro che qualcosa ci dice che sono le celle di isolamento. L’orrore è passato di qui. Sono quasi contenta che non esista più. Che già così è abbastanza da nodo allo stomaco. Meno male che c'è il vento, unico rumore della valle, ad asciugare il sudore ed a portare sollievo.

Poco più tardi, mentre mi dirigo verso i castelli crociati, che il mio tour del Libano continua, passo con la macchina quasi sotto l’insediamento israeliano, che la strada costeggia il confine per qualche km, giusto il tempo di scambiarsi insulti reciproci (vengo istruita sulle parolacce apposite da lanciare, che quelle al corso di arabo mica le impari).

Bab Fatmeh, la Porta di Fatima. La porta verso il nemico, verso l’altro mondo. Verso la Storia. Verso il Presente.

lunedì 10 maggio 2010

SpariVari




Ti ricordi di non essere un paese normale quando leggi sul giornale che “in occasione delle elezioni municipali a Beirut ci sarà il coprifuoco”. Ottimo. Nel caso te lo fossi dimenticato in questi quattro mesi di spiaggia, piatti di falafel più grandi del mondo, berimbau e serate in allegria, no, non sei in un paese normale.

Non sei in un paese normale quando un operaio siriano, qui sinonimo di scartafaccio tutsi, violenta due ragazzine in un paesino del sud e i compaesani lo linciano a sangue ed espongono il suo corpo appeso, come un manzo in macelleria, alla pubblica gogna nella piazza del paese. La polizia arresta due dei “linciatori”, e la folla si ribella e controattacca la polizia.  Giustizia paesana.

Non sei in un paese normale quando le elezioni municipali dei Mokhtar, dei sindaci, che in un paese dove tutto si fa e si decide a Beirut e già casa mia, Furn el Chebbek, a 10 min a piedi da Gemmaiseh è considerata Monte Libano, contano meno di un calzino, sono “spalmate su un mese”, ieri Beirut e la Bekaa, la settimana prossima il Sud, a fine mese il Nord, due domeniche fa il Monte Libano, per evitare scontri, e dove un turnout del 21% è considerato un successo, e permette la solita affermazione dei drusi lì, dei falangisti qui, degli hezbollah&co. laggiù, ecc.
Beirut è tappezzata di facce sorridenti che dicono “votami votami votami”, ma a che serve quando sai già chi voterà chi. Che il suo voto provenga da uno sciita, o da un cristiano, il fantastico sistema elettorale libanese permette che in quella circoscrizione, guarda caso disegnata a regola d’arte apposta intorno a tale comunità, esca solo e soltanto quel candidato di quella lista. Qualcuno, nel 1800, chiamò questo sistema, per nulla nuovo insomma, "Gerrymandering".

Non sei in un paese normale quando ti addormenti al suono degli spari, che siano fuochi d’artificio o raffiche di mitra poco importa, ti ricordi di quella bomba che esplose proprio dietro casa tua tre anni fa, il tuono più grande della tua vita, i muri che tremavano, il respiro interrotto per due lunghissimi minuti, le lacrime strozzate in gola, “Welcome to Lebanon” porcaputtana. E tre anni dopo basta una serata di sparacchiate a ricordartelo. Perché alle 10 di sera ad Achrafiyeh, roccaforte cristiana chic, una sorta di Parioli de noantri, già si festeggiava “il trionfo” elettorale (urne chiuse alle 7, lo scrutinio più veloce della storia). Come? Sparando in aria, picchiandosi per strada. “Welcome to Lebanon”.

“C’è del rancore sociale, Seppia”, dice Stanis di Boris. Eccome se ce n’è. 
Tra un librone di storia e un articolo su internet, nella mia bulimica fame di capire come cazzo funziona questo paese e cosa passa nella testa delle persone, non riesco a non pensare che sia tutto collegato. I palestinesi, le tette di plastica, gli scannatoi in piazza, gli spari e i suv con i vetri neri. E ancora, le banche che riciclano denaro da tutto il medio oriente, i cementifici, Gemmayseh vecchia, con le sue case antiche, soffitti alti e balconi in ferro battuto, che scompare sotto le ruspe e nuovi edifici freschi dei migliori studi d’architettura del mondo (e felicemente finanziati da Sauditi, Kuwaitiani, ecc. ecc.) che spuntano come funghi, luccicanti e deserti, mentre l’Altra Beirut, quella dimenticata dalle mappe geografiche, per non parlare dell’Altro Libano, quello dei veli, dei service, dei denti storti e delle contadine analfabete, continuano la loro vita polverosa, tra tagli di corrente e pulmini scassati.

Un patrimonio storico e culturale che scompare, una generazione costretta all’oblio, ad ingoiare le macerie di questa guerra civile innominabile, ed ad affrettarsi alla “modernità”, che la concorrenza mondiale è spietata. Avanti chirurgia plastica, macchinone, grattacieli. Il resto facciamo finta di non vederlo. Ma non funziona così, le macerie, come bolle d’aria sott’acqua, tornano fuori, e scoppiano, e le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti.

Buonanotte Beirut, gli spari mi mancavano. Ora sì che mi ricordo perché ho deciso di tornare.

domenica 25 aprile 2010

Civil marriage not civil war

 
Ta2-ta2-ta2fyeh-la2-la2-3almenyeh - Ta2-ta2-ta2fyeh-la2-la2-3almenyeh – Ta2-ta2…

Il coro man mano diventava un rap, cantato a squarciagola da ragazzi e ragazze, facce dipinte, slogan sulle guance, bandiere libanesi come vestito, striscioni e banner, tutti ad urlare “basta con il settarianesimo, vogliamo il secolarismo!”.

Oggi, mentre nella nostra Repubblica delle Banane l’ironia del destino ha voluto che il nostro PM sia andato a “festeggiare” la liberazione dal fascismo (ma a noi chi ci libererà mai di lui?), a Beirut, e in tutte le comunità libanesi sparse nel mondo, si è svolto il “Laique Pride”. Una marcia dalla Corniche, il lungomare sunnita, a fin sotto il Serail, il Parlamento (o quasi, visto che era bloccato dai soliti blocchi di cemento) di ragazzi inneggianti al matrimonio civile, che in Libano, la “perla del Medio Oriente”, il “baluardo cristiano in terra muslima”, non esiste. “Amarsi un giorno a Beirut”, scrissi a gennaio.
Civil marriage not civil war, What’s your sect? None of your business, e tanti altri striscioni, taglienti e per nulla ironici, per denunciare non tanto e non solo una mancanza enorme nello stato libanese, e cioè l’esistenza di uno statuto giuridico personale civile (“appartengo ad una confessione dalla nascita, ergo sum”, in Libano) quanto la voglia di vivere in uno stato Normale, con la N maiuscola. Uno stato dove puoi pianificare il tuo futuro, e non emigrare. Per dirne una che riassume tutto.
Non a caso al rally c’erano (c’eravamo) solo giovani. Ragazzi. La brillante comunità gay della città (famosa in tutto il Medio Oriente), i bloggers ed i fotografi, gli artisti, i giornalisti, gli “impegnati” insomma. L’iniziativa è nata da un gruppo di studenti dell’American University, il vero cervello pulsante del paese. Poster in giro, inviti su Facebook, ed alla fine eravamo un migliaio.

È questa la nuova generazione di libanesi, quelli che aspettano (anche loro!) che un aereo presidenziale prima o poi si schianti, ma che nel frattempo si ritrovano sui social network e sui blog, al Ta Marbouta, o al Barometre per tirare fuori idee e cercare di scuotere il torpore di questo paese che vive nell’oblio del passato, e di conseguenza del presente e del futuro. Un paese paurosamente pieno di risorse e altrettanto paurosamente immobile. O peggio, in declino.
La settimana scorsa è stato il 35° anniversario dell’inizio della guerra civile, che ha devastato (si sono devastati tra di loro, tutti) il paese per 16 anni per poi finire “grazie” all’occupazione siriana (altri 14 anni). Nessun discorso, nessuna cerimonia pubblica. Nulla. Solo una “partita del cuore” simbolica ma ridicola. Della guerra non se ne parla. Come di tutto il resto.

Questo è il Libano di oggi, istituzioni che non esistono (vedere su wikipedia alla voce “stati falliti”) ma comunità e leaders parassiti che vivono di carisma e potere, ed illudono le proprie comunità che stanno lavorando per loro. Ogni giorno nuove alleanze, nuove promesse, e pagine e pagine delle stesse chiacchiere sui giornali. Ma ormai sono tanti che hanno smesso di crederci. O almeno quelli che se lo possono permettere. Non i palestinesi dei campi profughi, condannati ad una vita in gabbia ed a fare i meccanici con una laurea in medicina, non i drusi delle montagne che friggono falafel con la papalina bianca in testa, non insomma quelli che se non sono protetti dalla comunità, e non gli esprimono la loro riconoscenza, ne rimangono esclusi e sono condannati ad una vita di merda. Sono tutti stanchi e disillusi, ma non tutti possono permettersi di esprimere il dissenso. O semplicemente pensare ad una alternativa.
C’è chi è fuori e chi è dentro. Pensiamo alle nostre Scampia e co.
Ma c’è da dire che chi è fuori (dal circolo settario) ha mezzi e strumenti e cultura per fare sentire la propria voce, fare rete, e disturbare. Oggi sono mille e non spaventano nessuno, ma domani magari, quando forse non tanto un aereo presidenziale ma madre natura farà il suo corso, se qualcuno di loro sarà tra coloro che le decisioni le prendono e non le subiscono, forse il Libano sarà un paese migliore. L'Onda, insomma, è arrivata anche qui.

Ah, la colonna sonora della manifestazione, senza volerlo, eravamo noi. Cinque pinguini in abadà, pandeiros e berimbau. Il samba brasiliano con la dabkeh, la danza tradizionale palestinese/libanese, e il rap improvvisato, stanno benissimo. Domani spulciate Youtube


giovedì 22 aprile 2010

Lebanon's women warriors

Un documentario di Al Jazeera sulle donne combattenti in Libano. La guerra è una cosa troppo complicata per lasciarla agli uomini.

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