Ti ricordi di non essere un paese normale quando leggi sul giornale che “in occasione delle elezioni municipali a Beirut ci sarà il coprifuoco”. Ottimo. Nel caso te lo fossi dimenticato in questi quattro mesi di spiaggia, piatti di falafel più grandi del mondo, berimbau e serate in allegria, no, non sei in un paese normale.
Non sei in un paese normale quando un operaio siriano, qui sinonimo di scartafaccio tutsi, violenta due ragazzine in un paesino del sud e i compaesani lo linciano a sangue ed espongono il suo corpo appeso, come un manzo in macelleria, alla pubblica gogna nella piazza del paese. La polizia arresta due dei “linciatori”, e la folla si ribella e controattacca la polizia. Giustizia paesana.
Non sei in un paese normale quando le elezioni municipali dei Mokhtar, dei sindaci, che in un paese dove tutto si fa e si decide a Beirut e già casa mia, Furn el Chebbek, a 10 min a piedi da Gemmaiseh è considerata Monte Libano, contano meno di un calzino, sono “spalmate su un mese”, ieri Beirut e la Bekaa , la settimana prossima il Sud, a fine mese il Nord, due domeniche fa il Monte Libano, per evitare scontri, e dove un turnout del 21% è considerato un successo, e permette la solita affermazione dei drusi lì, dei falangisti qui, degli hezbollah&co. laggiù, ecc.
Beirut è tappezzata di facce sorridenti che dicono “votami votami votami”, ma a che serve quando sai già chi voterà chi. Che il suo voto provenga da uno sciita, o da un cristiano, il fantastico sistema elettorale libanese permette che in quella circoscrizione, guarda caso disegnata a regola d’arte apposta intorno a tale comunità, esca solo e soltanto quel candidato di quella lista. Qualcuno, nel 1800, chiamò questo sistema, per nulla nuovo insomma, "Gerrymandering".
Non sei in un paese normale quando ti addormenti al suono degli spari, che siano fuochi d’artificio o raffiche di mitra poco importa, ti ricordi di quella bomba che esplose proprio dietro casa tua tre anni fa, il tuono più grande della tua vita, i muri che tremavano, il respiro interrotto per due lunghissimi minuti, le lacrime strozzate in gola, “Welcome to Lebanon” porcaputtana. E tre anni dopo basta una serata di sparacchiate a ricordartelo. Perché alle 10 di sera ad Achrafiyeh, roccaforte cristiana chic, una sorta di Parioli de noantri, già si festeggiava “il trionfo” elettorale (urne chiuse alle 7, lo scrutinio più veloce della storia). Come? Sparando in aria, picchiandosi per strada. “Welcome to Lebanon”.
“C’è del rancore sociale, Seppia”, dice Stanis di Boris. Eccome se ce n’è.
Tra un librone di storia e un articolo su internet, nella mia bulimica fame di capire come cazzo funziona questo paese e cosa passa nella testa delle persone, non riesco a non pensare che sia tutto collegato. I palestinesi, le tette di plastica, gli scannatoi in piazza, gli spari e i suv con i vetri neri. E ancora, le banche che riciclano denaro da tutto il medio oriente, i cementifici, Gemmayseh vecchia, con le sue case antiche, soffitti alti e balconi in ferro battuto, che scompare sotto le ruspe e nuovi edifici freschi dei migliori studi d’architettura del mondo (e felicemente finanziati da Sauditi, Kuwaitiani, ecc. ecc.) che spuntano come funghi, luccicanti e deserti, mentre l’Altra Beirut, quella dimenticata dalle mappe geografiche, per non parlare dell’Altro Libano, quello dei veli, dei service, dei denti storti e delle contadine analfabete, continuano la loro vita polverosa, tra tagli di corrente e pulmini scassati.
Un patrimonio storico e culturale che scompare, una generazione costretta all’oblio, ad ingoiare le macerie di questa guerra civile innominabile, ed ad affrettarsi alla “modernità”, che la concorrenza mondiale è spietata. Avanti chirurgia plastica, macchinone, grattacieli. Il resto facciamo finta di non vederlo. Ma non funziona così, le macerie, come bolle d’aria sott’acqua, tornano fuori, e scoppiano, e le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti.
Buonanotte Beirut, gli spari mi mancavano. Ora sì che mi ricordo perché ho deciso di tornare.




