lunedì 10 maggio 2010

SpariVari




Ti ricordi di non essere un paese normale quando leggi sul giornale che “in occasione delle elezioni municipali a Beirut ci sarà il coprifuoco”. Ottimo. Nel caso te lo fossi dimenticato in questi quattro mesi di spiaggia, piatti di falafel più grandi del mondo, berimbau e serate in allegria, no, non sei in un paese normale.

Non sei in un paese normale quando un operaio siriano, qui sinonimo di scartafaccio tutsi, violenta due ragazzine in un paesino del sud e i compaesani lo linciano a sangue ed espongono il suo corpo appeso, come un manzo in macelleria, alla pubblica gogna nella piazza del paese. La polizia arresta due dei “linciatori”, e la folla si ribella e controattacca la polizia.  Giustizia paesana.

Non sei in un paese normale quando le elezioni municipali dei Mokhtar, dei sindaci, che in un paese dove tutto si fa e si decide a Beirut e già casa mia, Furn el Chebbek, a 10 min a piedi da Gemmaiseh è considerata Monte Libano, contano meno di un calzino, sono “spalmate su un mese”, ieri Beirut e la Bekaa, la settimana prossima il Sud, a fine mese il Nord, due domeniche fa il Monte Libano, per evitare scontri, e dove un turnout del 21% è considerato un successo, e permette la solita affermazione dei drusi lì, dei falangisti qui, degli hezbollah&co. laggiù, ecc.
Beirut è tappezzata di facce sorridenti che dicono “votami votami votami”, ma a che serve quando sai già chi voterà chi. Che il suo voto provenga da uno sciita, o da un cristiano, il fantastico sistema elettorale libanese permette che in quella circoscrizione, guarda caso disegnata a regola d’arte apposta intorno a tale comunità, esca solo e soltanto quel candidato di quella lista. Qualcuno, nel 1800, chiamò questo sistema, per nulla nuovo insomma, "Gerrymandering".

Non sei in un paese normale quando ti addormenti al suono degli spari, che siano fuochi d’artificio o raffiche di mitra poco importa, ti ricordi di quella bomba che esplose proprio dietro casa tua tre anni fa, il tuono più grande della tua vita, i muri che tremavano, il respiro interrotto per due lunghissimi minuti, le lacrime strozzate in gola, “Welcome to Lebanon” porcaputtana. E tre anni dopo basta una serata di sparacchiate a ricordartelo. Perché alle 10 di sera ad Achrafiyeh, roccaforte cristiana chic, una sorta di Parioli de noantri, già si festeggiava “il trionfo” elettorale (urne chiuse alle 7, lo scrutinio più veloce della storia). Come? Sparando in aria, picchiandosi per strada. “Welcome to Lebanon”.

“C’è del rancore sociale, Seppia”, dice Stanis di Boris. Eccome se ce n’è. 
Tra un librone di storia e un articolo su internet, nella mia bulimica fame di capire come cazzo funziona questo paese e cosa passa nella testa delle persone, non riesco a non pensare che sia tutto collegato. I palestinesi, le tette di plastica, gli scannatoi in piazza, gli spari e i suv con i vetri neri. E ancora, le banche che riciclano denaro da tutto il medio oriente, i cementifici, Gemmayseh vecchia, con le sue case antiche, soffitti alti e balconi in ferro battuto, che scompare sotto le ruspe e nuovi edifici freschi dei migliori studi d’architettura del mondo (e felicemente finanziati da Sauditi, Kuwaitiani, ecc. ecc.) che spuntano come funghi, luccicanti e deserti, mentre l’Altra Beirut, quella dimenticata dalle mappe geografiche, per non parlare dell’Altro Libano, quello dei veli, dei service, dei denti storti e delle contadine analfabete, continuano la loro vita polverosa, tra tagli di corrente e pulmini scassati.

Un patrimonio storico e culturale che scompare, una generazione costretta all’oblio, ad ingoiare le macerie di questa guerra civile innominabile, ed ad affrettarsi alla “modernità”, che la concorrenza mondiale è spietata. Avanti chirurgia plastica, macchinone, grattacieli. Il resto facciamo finta di non vederlo. Ma non funziona così, le macerie, come bolle d’aria sott’acqua, tornano fuori, e scoppiano, e le contraddizioni sono sotto gli occhi di tutti.

Buonanotte Beirut, gli spari mi mancavano. Ora sì che mi ricordo perché ho deciso di tornare.

domenica 25 aprile 2010

Civil marriage not civil war

 
Ta2-ta2-ta2fyeh-la2-la2-3almenyeh - Ta2-ta2-ta2fyeh-la2-la2-3almenyeh – Ta2-ta2…

Il coro man mano diventava un rap, cantato a squarciagola da ragazzi e ragazze, facce dipinte, slogan sulle guance, bandiere libanesi come vestito, striscioni e banner, tutti ad urlare “basta con il settarianesimo, vogliamo il secolarismo!”.

Oggi, mentre nella nostra Repubblica delle Banane l’ironia del destino ha voluto che il nostro PM sia andato a “festeggiare” la liberazione dal fascismo (ma a noi chi ci libererà mai di lui?), a Beirut, e in tutte le comunità libanesi sparse nel mondo, si è svolto il “Laique Pride”. Una marcia dalla Corniche, il lungomare sunnita, a fin sotto il Serail, il Parlamento (o quasi, visto che era bloccato dai soliti blocchi di cemento) di ragazzi inneggianti al matrimonio civile, che in Libano, la “perla del Medio Oriente”, il “baluardo cristiano in terra muslima”, non esiste. “Amarsi un giorno a Beirut”, scrissi a gennaio.
Civil marriage not civil war, What’s your sect? None of your business, e tanti altri striscioni, taglienti e per nulla ironici, per denunciare non tanto e non solo una mancanza enorme nello stato libanese, e cioè l’esistenza di uno statuto giuridico personale civile (“appartengo ad una confessione dalla nascita, ergo sum”, in Libano) quanto la voglia di vivere in uno stato Normale, con la N maiuscola. Uno stato dove puoi pianificare il tuo futuro, e non emigrare. Per dirne una che riassume tutto.
Non a caso al rally c’erano (c’eravamo) solo giovani. Ragazzi. La brillante comunità gay della città (famosa in tutto il Medio Oriente), i bloggers ed i fotografi, gli artisti, i giornalisti, gli “impegnati” insomma. L’iniziativa è nata da un gruppo di studenti dell’American University, il vero cervello pulsante del paese. Poster in giro, inviti su Facebook, ed alla fine eravamo un migliaio.

È questa la nuova generazione di libanesi, quelli che aspettano (anche loro!) che un aereo presidenziale prima o poi si schianti, ma che nel frattempo si ritrovano sui social network e sui blog, al Ta Marbouta, o al Barometre per tirare fuori idee e cercare di scuotere il torpore di questo paese che vive nell’oblio del passato, e di conseguenza del presente e del futuro. Un paese paurosamente pieno di risorse e altrettanto paurosamente immobile. O peggio, in declino.
La settimana scorsa è stato il 35° anniversario dell’inizio della guerra civile, che ha devastato (si sono devastati tra di loro, tutti) il paese per 16 anni per poi finire “grazie” all’occupazione siriana (altri 14 anni). Nessun discorso, nessuna cerimonia pubblica. Nulla. Solo una “partita del cuore” simbolica ma ridicola. Della guerra non se ne parla. Come di tutto il resto.

Questo è il Libano di oggi, istituzioni che non esistono (vedere su wikipedia alla voce “stati falliti”) ma comunità e leaders parassiti che vivono di carisma e potere, ed illudono le proprie comunità che stanno lavorando per loro. Ogni giorno nuove alleanze, nuove promesse, e pagine e pagine delle stesse chiacchiere sui giornali. Ma ormai sono tanti che hanno smesso di crederci. O almeno quelli che se lo possono permettere. Non i palestinesi dei campi profughi, condannati ad una vita in gabbia ed a fare i meccanici con una laurea in medicina, non i drusi delle montagne che friggono falafel con la papalina bianca in testa, non insomma quelli che se non sono protetti dalla comunità, e non gli esprimono la loro riconoscenza, ne rimangono esclusi e sono condannati ad una vita di merda. Sono tutti stanchi e disillusi, ma non tutti possono permettersi di esprimere il dissenso. O semplicemente pensare ad una alternativa.
C’è chi è fuori e chi è dentro. Pensiamo alle nostre Scampia e co.
Ma c’è da dire che chi è fuori (dal circolo settario) ha mezzi e strumenti e cultura per fare sentire la propria voce, fare rete, e disturbare. Oggi sono mille e non spaventano nessuno, ma domani magari, quando forse non tanto un aereo presidenziale ma madre natura farà il suo corso, se qualcuno di loro sarà tra coloro che le decisioni le prendono e non le subiscono, forse il Libano sarà un paese migliore. L'Onda, insomma, è arrivata anche qui.

Ah, la colonna sonora della manifestazione, senza volerlo, eravamo noi. Cinque pinguini in abadà, pandeiros e berimbau. Il samba brasiliano con la dabkeh, la danza tradizionale palestinese/libanese, e il rap improvvisato, stanno benissimo. Domani spulciate Youtube


giovedì 22 aprile 2010

Lebanon's women warriors

Un documentario di Al Jazeera sulle donne combattenti in Libano. La guerra è una cosa troppo complicata per lasciarla agli uomini.

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mercoledì 7 aprile 2010

Questa metà del cielo: donne, veli, hammam e nasi finti.


Apparentemente la Siria non ha le stesse contraddizioni del Libano. O almeno, sai cosa ti aspetti. File interminabili alla frontiera (uno che lavora e dieci che guardano, per citare Mirta o il Sambista), il prezzo del visto che casualmente cambia a seconda delle persone. Bakshish (mancia) bakshish bakshish anche per andare al cesso (e che cesso, è il caso di dire). Spazi deserti ed aridi e agglomerati super affollati. Non ci sono le colate di cemento che vedi in Libano. Non ci sono taxi che ti martellano, né insegne luminose american-style che ti invitano a mangiare  junk food 24h al giorno. Un falafel costa mezzo euro. Tutto è più polveroso, tradizionale, povero. E ti aspetti di vederle, loro, le donne con il velo.

Ti stupisci se le vedi a Beirut (ma non troppo se sei a Hamra, o a Downtown, dove di solito il velo si intona con borsa, scarpe ed accessori, per non parlare dei quartieri sciiti o dei campi palestinesi, dove invece mantiene il suo colore marroncino o nero, sul palandrano lungo), ma no lì a Damasco è normale, pensi. È normale, per la nostra mente che ragiona a cubetti e schemi che leggiamo sui giornali (quando leggiamo) e che non proviamo nemmeno a scrostarci dal cervello, che fai l’hammam, e passi ore a lavarti insieme a donne nude e crude, magre e ciccione, vecchie e giovani, come te, ma che cinque minuti dopo si sono già rimesse i loro vari strati di vestiti (pantaloni, casacca, casaccone, e poi sopra il sacco nero, velo in testa incluso) e si sono trasformate in bambole nere, irriconoscibili, pronte per uscire, mentre tu ti rinfili la tua canottierina, jeans e infradito brasiliane. Trovi normale vedere bambine di 5-6 anni che hanno già il velo, che sia un lenzuolo casalingo a fiori, o un tessuto colorato, o nero. O almeno, non ti stupisci.

L’hammam per gli uomini, o gli hammam, perché la città vecchia di Damasco ne è piena, non hanno la porta di ingresso. Passi davanti, butti lo sguardo e vedi omoni panzoni e baffuti con il loro narghilè, o il tè alla menta, e l’asciugamano in vita, che si rilassano dopo la seduta di vapore. Scena da mille ed una notte. L’hammam per donne, bellissimo e antico come gli altri, per trovarlo devi avere il lanternino. O un culo clamoroso. O, come noi, qualcuno che ti ci porta e che te lo mostra mantenendosi a debita distanza dalla porta, quasi potesse prendere il colera. La porta, chiusa blindata, è coperta da una tenda a righe. Pare quasi che la strada rischi una contaminazione. Dentro, quel clima di festa ed allegria che solo le donne tra donne possono creare. Tu, e il tuo ciotolino con pezzo di sapone e pezzo di spugna, tutto rigorosamente naturale, dopo aver lasciato i tuoi vestiti in un cassettone intarsiato, entri nel bagno e ti accomodi per terra vicino ad un lavandino di marmo, e cominci a goderti il vapore che sale. Accanto a te, donne di tutti i colori, età e dimensioni., che si lavano, cantano, chiacchierano, si rilassano. Pelle che cade, o tette finte, non importa. Lì dentro siamo tutte uguali, ma che ce ne frega. Due turiste italiane ci chiedono inorridite “ma che ci dobbiamo spogliare qui davanti a tutte??”, ma veda un po’ lei signora, se non possiamo fare nemmeno questo!! La sauna, vapore bianco che non vedi nemmeno i tuoi piedi, è come una catarsi. Tossine, tensioni e brutti pensieri si sciolgono, la pelle si apre e respira, e il caldo ti avvolge come una piccola droga. Dopo un po’ ti gira la testa, e allora esci e torni nella sala calda. È il momento della spugna. Le donne dell’hammam, queste figure misteriose che vivono sottoterra nel calore, e che hanno la pelle allentata ma morbidissima, ti prendono e ti strofinano ovunque, raschiandoti via quelle tossine e quei veleni che la sauna ha intanto allentato. La pelle si trasforma, e diventa chiara, profumata e morbida. Dopo, puoi lavarti. E allora ti accomodi accanto al tuo lavandino di marmo, acqua calda, acqua fredda, e via, a ciotolate, ti sciacqui, ti rinfreschi, ti insaponi con il sapone verde di Aleppo, quello all’alloro ed olio d’oliva, ti risciacqui, ti insaponi di nuovo. Così, per ore, che il tempo là dentro non si conta, e quando esci pensi di averci passato una vita, che ti senti una persona nuova, pulita, fresca. Ti trucchi, sorseggi il tuo tè alla menta, ti passi le creme profumate o ti puoi fare decorazioni con l’henné. Donne bellissime, rinate, fresche e profumate sono pronte. Ma non è ancora finita, perché devi uscire da lì prima o poi. E allora ti devi coprire, occhi neri di kajal nascosti sotto lenzuoli, pelle morbida occultata da teli neri neri, che tutti gli dèi sono maschi, a quanto pare.

Per entrare alla moschea, se il velo non ce l’hai, non ti preoccupare, ti danno una bella casacca con cappuccio, grigio topo, che devi chiudere fin sotto il collo. Mentre, avvolta nel mio sacco grigio, attenta che non mi si scopra nemmeno un centimetro di mento, osservo gli splendori della Moschea Omayyade, osservo anche queste schiere di donne iraniane, nere come dei corvi ma sorridenti e felici come delle bambine, di età indefinibile dai 5 ai 50 anni o forse più, che fanno le abluzioni, pregano, mangiano mandorle sedute tra i loro mille veli, mentre i bimbetti saltellano e giocano. Nella parte riservata alle donne, chiaramente. Le guide turistiche che spiegano a gruppi misti la storia dell’islam possono stare in un corridoio contro-transennato, in mezzo tra il settore maschile e quello femminile della moschea, il secondo chiaramente grande la metà del primo,e più lontano rispetto alla nicchia verso la quale si prega. Come se pregare un metro più in là o più in qua facesse la differenza.

Torni in Libano, e tiri un bel respiro, ah sono tornata nella modernità (se Donkin Donuts si può definire la modernità). Qui sì che si respira la libertà, che le donne beh sì stanno meglio altroché, che mi posso mettere la canottiera senza sentirmi in imbarazzo, Beirut la Parigi del Medio Oriente e altre favole. E pensi che rifarsi il seno ed il naso, a 20 anni – e se vuoi risparmiare puoi farlo senza anestesia, 1000 dollari in meno - “chi bella vuole apparire un poco deve soffrire”, sia un segno della modernità. Pensi che andare dalla manicure tutte le settimane, e sfoderare le tue minigonne di fronte alle ragazze velate, poverette non sapete cosa vi perdete, sia un sintomo di emancipazione. Peccato che a due ore di macchina ci sono villaggi dove le donne, di nero vestite e velate, non sanno leggere e scrivere, non maneggiano soldi, non lavorano, non possono spostarsi, e non l’hanno scelto loro. Peccato che anche se vieni da una buona famiglia, di qualunque confessione, non puoi presentare il tuo ragazzo ai tuoi genitori, o non puoi uscire con qualcuno finché il tuo ex-marito non ti concede il divorzio. Peccato che ci siano ragazze disposte a rifarsi il seno per dimostrare che “loro il velo non lo portano”, e poi tornano vergini (di plastica anche quella) in tempo per il matrimonio.

Dio era certamente uomo, ma in ogni caso, no, in Libano non sai mai cosa ti aspetti. E gli hammam nemmeno ci sono.

 
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