sabato 30 gennaio 2010

La montagna der sapone


Oggi ho ricevuto la mia prima proposta di matrimonio. Ah, botta di autostima. Lasciamo stare che il tassista aveva 95 anni, pochi denti e una macchina decrepita. Dettagli.
Nel Libano dalle mille facce, l’interrogatorio tipico alle forestiere (che si capisce perché 1. non parliamo arabo, nonostante l’infinità buona volontà; 2. non ho naso e seno rifatto; 3. non porto i tacchi, e altre finezze estetiche – detto tra noi, però, è finita l’epoca delle cooperanti veterocomuniste sciatte e pelose), insomma, il “questionario d’ingresso” prevede: domanda 1: da dove vieni (e qui si spara nel mucchio, dal Brasile alla Germania); domanda 2: sei sposata? Domanda 2.bis: sei fidanzata?
Ma nessuna montagna del sapone (o ripescati al fiume, che dir si voglia). È finita anche l’epoca dei cammelli scambiati per le donne ecc, è semplicemente “cultura”, tradizione. Religione (parola magica, il questionario d’ingresso per i libanesi prevede l’identificazione religiosa, che è scontata perché si evince dal tuo nome e cognome). Che vuol dire, in parole povere, appartenenza. Ad una comunità, ad un insieme di valori, al passato. A quello che vuoi, però ci stai dentro. E ti conforta.

E sempre qui, nel paese dalle mille contraddizioni, dove ovunque ci sono simboli del capitalismo western come Donkin Donuts con clientela in gellaba e velo nero ma le ong americane non sono amate, dove tutto è venduto in bicchieri di plastica ma non ci sono discariche (non la differenziata, le discariche!!), dove il consumismo spinge all’eccesso e se non vuoi party & drinks allora forse hai sbagliato paese, seduta al mitico Ta Marbouta (da vera Fiskean), il mio nuovo amico libanese mi racconta (in sottofondo, Tracy Chapman, e spari vari in strada, ma saranno fuochi d’artificio, o petardi, mi dico).

Vedi, mi dice, la guerra qui non è mai finita. Non è questione di bombe o no. Se le bombe non ci sono, non vuol dire che la guerra non ci sia.
Ecco i due Libani. Quello della generazione dei nostri genitori e dei nostri nonni, che sta lì a farsi la guerra quotidiana per ogni pretesto politico (uhm, mi ricorda qualcosa.. ), se tu vuoi l’abbassamento dell’età di voto (che prevede modifica costituzionale, con maggioranza dei 2/3 di governo e parlamento, un miraggio qui) allora io voglio in cambio il diritto al voto dei Libanesi all’estero (12 milioni, a fronte di una popolazione in Libano di 4). Utopie. Il sindaco deve avere la laurea, no il liceo (notizie di oggi, elezioni municipali tra pochi mesi). Scuse per portarla avanti, per riempire ogni giorno pagine e pagine di giornali. Per tenere viva l’attenzione. E la memoria.
E il “nostro” Libano, quello della nostra generazione, generazione nata – per chi poteva – all’estero, genitori sfuggiti alla guerra, e figli multietnici cresciuti in Kuwait, Arabia Saudita, Dubai. Ragazzi che hanno girato il mondo, studiato all’estero, che tornano “perché è il tuo paese” e ma faticano a leggere un giornale in arabo. Che vivono, per chi lo è, la propria religiosità in maniera iperprivata. Che dicono “io sto molto più avanti di questo posto, perché dovrei sprecare le mie energie qui”? che non ti chiedono se sei sposato, perché è chiaro che anche loro non si sposeranno mai.
I libanesi non vogliono la guerra, mi dice. Ma non abbiamo imparato nulla dopo 16 anni. Facciamo semplicemente finta di non pensarci. E sono bastati 33 giorni ad Israele per farci tornare indietro di 10 anni. Siamo un popolo che se ne frega. Me lo dice con sconforto, rabbia, disillusione.

I due Libani continuano a stupirmi, impressionarmi. I due Libani che non parlano la lingua dell’altro. Penso al tassista-potenziale-marito, e penso ai miei amici libanesi, che non conoscono il paese dove vivono (“ah, davvero a Corniche non si serve alcool??!!” – espressione basita – Ma se lo dice pure la Lonely Planet!). Che non hanno minimamente intenzione di buttarci energie, come io non ho la minima intenzione di buttare energie sul mio (ma lavoro per una delle mille ong che hanno la pretesa di esportare etica nel mondo, pagata dalla ancor più etica coopit).
Penso alle due Italie, quella che lasciamo, l’Italietta dei tv show dove da anni sono sempre loro che se la comandano, si scambiano le poltrone e i favori, e la nostra, quella che vorremmo, quella della gente educata e altruista, degli stage pagati e del merito riconosciuto.
Trovo un sentimento universale, di una generazione che strippa nei suoi confini, culturalimentaligeografici, che sente il mondo stargli stretto, che è connesso globalmente ma sconnesso localmente, perché può essere ovunque in questo istante, che freme per avere il suo posto nel mondo, perché lo vuole cambiare, questo mondo di merda, prima che sia troppo tardi, prima che i vecchi se lo mangino. Che si chiami Georges, Issam, Basma o Cynthia. Siamo tutti qui, tutti uguali, a ritrovarci a sperare che prima o poi finalmente tocchi anche a noi.

Nessun commento:

 
Licenza Creative Commons
Lebanon Limbo - dentro la Storia con la S maiuscola by C. P. L. is licensed under a Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported License.
Based on a work at www.lebanonlimbo07.blogspot.com.